Considerazioni su di un paragone impossibile

Gli Italiani si appassionano alle elezioni.

Almeno a giudicare dai programmi televisivi e dai titoli dei giornali, non si può dire che gli Italiani siano indifferenti alla politica, ai risultati delle elezioni, alle scelte cui i popoli siano chiamati per decidere della loro vita e del loro destino. Esprimono persino simpatie, oltre che, naturalmente, antipatie per uomini (e donne) politici di rilievo. Il voto li appassiona, li preoccupa e li lascia sperare. Sì. Però quello all’estero.

Il Popolo Italiano è tornato indietro di duecentocinquanta anni, quando illustri pensatori (perché allora ce n’erano) milanesi, toscani, napoletani, davano alle stampe opere fondamentali per la nuova concezione dello Stato, della vita pubblica, dell’economia e del diritto.

Si chiamavano: Verri, Genovese, Beccaria. Erano gli illuministi dell’Accademia dei Pugni e del Caffè.

Apprezzati all’estero più che in Italia, discettavano sui principi generali della politica, dell’economia e del diritto, un po’ meno sul modo di realizzarli e sulle responsabilità e gli impegni da assumersi.

Speravano. Speravano sulla buona ispirazione dei sovrani stranieri. Si tenevano al corrente delle oscillazioni del potere a Vienna o a Madrid tra l’uno e l’altro dei cortigiani. Si interrogavano se fosse preferibile che “la Padrona” (così i Verri chiamavano a Milano, Maria Teresa) si lasciasse guidare dal marchese tale o dal barone talaltro.

Non si possono certamente chiamare “chiacchiere” le discussioni del nostro Illuminismo, specie napoletano o milanese. Ma è certo che, se ad esse, ad opere come “Dei delitti e delle pene” di Beccaria non mancò il successo, più all’estero che in Italia, e se ne scaturì, in pratica, l’abolizione della pena di morte in Toscana, l’Illuminismo non diede in Italia alcun contributo diretto ed immediato all’assetto del potere. Prodotto d’importazione, e nemmeno di qualità.

Qualcosa del genere, in tono minore e decisamente un po’ ridicolo è ciò che avviene oggi.

Non che ci sia un pensiero politico italiano, prodotto da una nostra intellettualità.

Ci sono però le chiacchiere. Quelle sì. Senza remora a definirle così. Il potere? E’ all’estero (anche quando è qui e qui può determinarsi). Si guarda a ciò che avviene all’estero. Si è in ansia per il voto Americano, Francese, Inglese, Tedesco. Ed alle chiacchiere sulle cose nostre si aggiungono, con qualche maggior apparenza di concretezza, quelle sui voti, sui fatti, sulle decisioni prese altrove.

Da noi pare si possa vivere, convinti di essere in democrazia, facendo a meno per mesi ed anni di una legge elettorale e, quel che è peggio, si può ritenere che la sovranità-popolare sia espressa attraverso il dosaggio dei seggi che la “saggezza” della legge elettorale che prima o poi (così di dice) verrà fuori, attribuirà a questa o quella corrente politica o sedicente tale.

Una volta in Sicilia si diceva che una persona comandava più del Re: il Viceré. Ed è per questo, probabilmente, che, in fondo i nostri cosiddetti leaders politici aspirano a ruoli di vicerame. E guardano più a ciò che avviene a Parigi, a Londra, a Washington, a Berlino che a quello che sta avvenendo nelle cento città italiane. Dove, magari, si offrono cittadinanze onorarie a Di Matteo. E si fanno affari di sottobanco. In quelle condizioni nacque in Sicilia (e, più o meno, altrove) la mafia.

Oggi, magari, la nuova mafia dell’antimafia. E lo strapotere dei giudici.

                                         Mauro Mellini 

08.05.2017

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