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"C'era una volta Montecitorio"

l nuovo libro di Mauro Mellini, giocando a trovargli un titolo da primo Novecento, avrebbe potuto chiamarsi, parafrasando Renato Serra, “Esame di coscienza di un deputato”. Si chiama invece “C’era una volta Montecitorio” (Bonfirraro editore). Non è un romanzo parlamentare e neppure un romanzo, è un libro di ricordi, ma come tutti i narratori di talento Mellini ha cura di infilare nelle prime pagine una excusatio non petita per dire che no, lui non ha velleità letterarie. Ovviamente questo non è vero – e per nostra fortuna. Mellini è stato più volte deputato tra il 1976 e il 1992, sempre con il Partito Radicale, e già allora il Parlamento non era proprio quel che annunciava di essere, un’arena di discussione e persuasione; e a un’aula forse non grigia ma certo sorda Mellini aveva l’abitudine di rivolgersi così, variando la formula di rito: “Signor presidente, signori stenografi” – gli unici tenuti ad ascoltare. Ma ne vien fuori comunque l’immagine di un luogo a cui nessuno avrebbe osato strappare una residua serietà, o quella sua caricatura non del tutto spregevole che è la solennità, la pompa cerimoniale. In un alternarsi di memorie liete e tristi, amare o perfino tragiche, non mancano gli episodi comici, tutt’altro.
Mellini fa un ritratto esilarante e a suo modo affettuoso del missino Carlo Tassi, che aveva l’abitudine di presentarsi a Montecitorio in camicia nera. Nella seduta inaugurale della nona legislatura – più tesa del solito, anche perché debuttava Toni Negri – Scalfaro, che presiedeva, si spazientì: “E poi ci si mette pure lei, onorevole Tassi, con quella sua camicia nera!”. “Anche le mutande io porto nere!” fu la fiera risposta. All’incidente Mellini, grande cultore del Belli, dedicò un epigramma che culminava così: “Del resto appare logico che il marchio originale / segni il prodotto tipico nel punto congeniale”. C’è anche la storia di un senatore democristiano che viveva saltando da una cerimonia all’altra per virtuosismo clientelare, e che finì per scambiare un matrimonio con un funerale, porgendo compunte condoglianze ai convenuti. O un’altra vicenda grottesca, quella del radicale Geppi Rippa che, sfiancato da un discorso interminabile (tattica di ostruzionismo), chiese un cappuccino, in violazione di disposizioni che consentivano di offrire agli oratori solo acqua. Il cappuccino arrivò lo stesso di straforo, ma il socialdemocratico Luigi Preti, che presiedeva, gli intimò tra le risate serpeggianti di non creare un precedente pericoloso: “Onorevole Rippa, non lo beva, non lo beva!”.
Se questi aneddoti ci appaiono così buffi è proprio perché spiccavano su un fondo di serietà: venuta meno quest’ultima, è scomparsa anche la possibilità, o la voglia, di ridere. “Non è possibile avere un Parlamento di tutti Cavour o di tutti Giolitti o De Gasperi, ma è anche vero che è inconcepibile un Parlamento di Ciccioline”, scrive Mellini, e sulle sue parole pende l’antica maledizione di Flaiano: “Nel nostro paese la forma più comune di imprudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno”. Siamo già infatti su buona strada. E dopo più di un secolo dall’epoca dei romanzi parlamentari – amara inversione – quel vecchio Parlamento ci appare come un ricettacolo di nostalgie, come la provincia salubre a cui gli eroi anelavano a far ritorno. “C’era una volta Montecitorio”: forse le favole del futuro cominceranno così.
da IlFoglio.it

La Parola di uomini illustri

(Il vanto di averli citati)

Ho tra le mani, come mi accade spesso in momenti di stanchezza, di malumore e, qualche volta di più o meno lecito compiacimento di me stesso, un mio libro edito (si fa per dire) nel 1999. “Nelle mani dei pentiti – Il potere perverso dell’impunità”. In ottima veste tipografica – malgrado il disegno in copertina fosse opera mia, non troppo più brutta, però di molti disegni di grafici professionisti – quel libro ebbe la diffusione che quell’Editore ritenne “sufficiente” mandandone delle copie a due librerie di Milano ed a due di Roma. Non starò a dolermene oggi, tanto più che questi anni mi hanno confermato che troppi occhi erano ostinatamente chiusi per non vedere quello che andavo predicando e troppe orecchie erano tappate. Né citerò nulla di quanto allora avevo scritto, ma ricorderò, invece, che in quel libro ogni capitolo portava in un occhiello che precedeva il titolo, una frase di un uomo illustre che, in qualche modo riassumeva concetti analoghi a quelli che nel capitolo si sarebbero potuti leggere. Ciò nella speranza di richiamare l’attenzione su questioni importanti che ritenevo avrebbero richiesto ben altra autorevolezza che non la mia per trovare attenzione e suscitare interesse.

Sbagliavo. Perché se quelli erano argomenti attuali e tali che ce se ne dovesse ancora occupare, era perché quelle proposizioni pur così chiare espresse da quelle menti eccelse erano state tuttavia dimenticate e spregiate.

Se, dunque, voglio ricordare quel libro, tanto vale che qui citi quelle frasi così autorevoli e dimenticate.

Eccone alcune:

   Ma ecco che d’un tratto queste armi si sono rivolte contro

  il sovrano, vale a dire contro la politica. Concepito per la

                     difesa del sovrano e poi per quella di una Repubblica

                     borghese, lo strumento penale cambia padrone per diventare

                     l’arma di tutti contro tutti.

                                                           ANTOINE GARAPON-DENIS SALAS,

                                                                                        La Repubblica penale

(precede l’Introduzione)

  Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o

     dovrebbero essere patti di uomini liberi, non sono state per

  lo più che lo strumento della passione di pochi, o nate da

  una fortuita e passeggera necessità; non già dettate da un

                     freddo esaminatore della natura umana…

CESARE BECCARIA, Dei delitti e delle pene (1764)

(cap. II: Vecchie storie di vita contemporanea)

  Si pone per fondamento nel Milanese che vi sia un corpo

                     di giudici padroni della legge e questo è il Senato, cui

    spetta il giudicare delle sostanze, della vita, della fama dei

     cittadini o secondo la legge, o contro la legge, o fuori della

                     legge.

                                                            PIETRO VERRI

                                                   Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese

(cap. IV: Lo scivolone verso il pentitismo)

        Una cattiva istituzione non s’applica da sé […] dell’esser la

    tortura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta

       soffrire a tutti gli accusati, né che tutti quelli a cui si faceva

  soffrire fossero sentenziati colpevoli […] e che anzi, per

   trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva

          ogni argomento […] dovettero fare continui sforzi d’ingegno

                      e ricorrere a espedienti de’ quali non potevano ignorar

                      l’ingiustizia.

                                  ALESSANDRO MANZONI, Storia della colonna infame

(cap. V: Leggi, prassi e fantasia)

                      Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariota, andò dai

  Capi Sacerdoti e disse loro: “Che mi volete dare e io ve

                      lo consegnerò?”. Ed essi gli contarono trenta scicli

                      d’argento.

                                      Vangelo secondo Matteo, 26,14-15

(cap. VI: Il prezzo dei pentiti)

           Per volere sapere tutto e scrivere tutta la serie della vita

                      d’un uomo e de’ delitti che ha commessi o veduti

        commettere ordinariamente si riempiono le prigioni di tanti

                      disgraziati e si vanno protraendo a somma lentezza i

                      processi. E’ men male l’ignorare un complice e punire

                      sollecitamente un reo.

                                                PIETRO VERRI, Osservazioni sulla tortura

(cap. VIII: Giustizia a misura dei pentiti)

      Da’ trovati del volgo la gente istruita prendeva ciò che si

      poteva accomodar con le sue idee, da’ trovati della gente

  istruita il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere e

       come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e

                       confusa di pubblica follia.

                                   ALESSANDRO MANZONI, Storia della colonna infame

(cap. XI: La cultura dei pentiti)

       Vi sono stati e vi sono tuttavia alcuni i quali per ultimo

       rifugio ricorrono alle locali circostanze del Milanese e

     asseriscono non potersi far senza della tortura presso

                          la nostra Nazione: incautamente […] in tal guisa

                          calunniano la nostra Patria.

                                          PIETRO VERRI, Osservazioni sulla tortura

(cap. XIX: Pentiti e società in bilancio)

                

Mi pare che basti.

Qualcuno, magari, dirà che questo voler riandare al pensiero dei grandi (grandi sul serio) uomini del passato è, in fondo, il marchio di una incapacità di “sentire” la modernità, il “senso del nuovo”. Dicano pure.  Ed è magari inutile ricordare a questi pensatori che le grandi rivoluzioni, quelle vere, si sono avute ad opera di chi sapeva legge nelle pagine della storia.

Leggere e, naturalmente, capire quel che esse ci insegnano.

                                    Mauro Mellini

 07.09.2017

Parole da non dimenticare

Una storia informata al pensiero liberale non può, neppure nel suo corollario pratico e morale, terminare con la ripulsa e la condanna assoluta dei diversamente senzienti e pensanti. Essa dice soltanto a quelli che pensano con lei: - Lavorate secondo la linea che qui vi è segnata, con tutto voi stessi, ogni giorno, ogni ora, in ogni vostro atto; e lasciate fare alla divina provvidenza, che ne sa più di noi singoli e lavora con noi, dentro di noi e sopra di noi. – Parole come queste, che abbiamo apprese e pronunciate sovente nella nostra educazione e vita cristiana, hanno il loro luogo, come altre della stessa origine, nella <<religione della libertà>>.

Dicembre 1931

Benedetto Croce – “Storia dell’Europa nel Secolo XIX”. Parole finali.

N.B. La Chiesa Cattolica si affrettò a “mettere all’indice dei libri proibiti” quest’opera. Il Governo Fascista non osò vietarne la pubblicazione. Che ebbe subito un enorme successo in Italia ed in Europa.

"Di sicuro c'è solo che è morta", il nuovo libro di Vittorio Pezzuto

Copertina Marta RussoE’ da poco trascorso il ventennale dalla uccisione di Marta Russo, la studentessa romana colpita la mattina del 9 maggio 1997  mentre sta passeggiando in un viale dell'Università "La Sapienza". Un caso, quello della Russo, che suscita un enorme clamore nel Paese, fermo per settimane ad interrogarsi su chi possa essere responsabile dell’omicidio e sulle relative motivazioni.

Ben presto gli inquirenti si convinceranno che a sparare sia stato il dottorando Giovanni Scattone, con la complicità del collega Salvatore Ferraro. Il loro movente? L'assenza di un movente. Ad accusarli vi sono testimonianze controverse e una particella di bario e antimonio trovata sulla finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia di diritto.

Una storia incredibile, oscura e sfuggente ma anche rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura, di un certo tipo di Università, di un certo tipo di giornalismo.

E’ di questi argomenti che si occupa il giornalista Vittorio Pezzuto (già autore della biografia di Enzo Tortora "Applausi e sputi", Sperling&Kupfer) nel libro-inchiesta "Marta Russo, di sicuro c'è solo che è morta", il cui titolo evoca quello che il direttore de l'Europeo Arrigo Benedetti volle dare alla clamorosa inchiesta di Tommaso Besozzi che smontò la versione ufficiale sull'uccisione del bandito Salvatore Giuliano.

«Mi sono avvicinato a questa storia senza pregiudizi - spiega Pezzuto - costruendo un imponente archivio personale che comprende i circa 15mila documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambien­tali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’Assise), tutti i take di agenzia sul caso lanciati dal 1997 al 2015 nonché oltre ottomila articoli ed editoriali apparsi sui maggiori quotidiani e periodici.

Ben presto mi sono accorto che i conti non torna­vano: assenza di qualsivoglia movente, arma mai ritrovata, testimonianze dell’accusa fragili e contraddittorie, impossibilità di definire la traiettoria del proiettile, dubbia provenienza della particella di bario e antimonio (per Scotland Yard si trattava molto probabilmente di un residuo di frenatura d’auto), errori fondamentali nella lettura degli orari dei tabulati telefonici, ecc. Su tutto l’esigenza della Procura di trovare un qualsivoglia colpevole per rassicurare l’opinione pubblica già scossa da molti delitti insoluti nella Capitale».

Il libro di Pezzuto, corposo ed accurato, ripropone per la prima volta i tanti "buchi neri" dell'inchiesta nonché i diversi colpi di scena nei diversi gradi del processo che portarono alla condanna dei due giovani. Ma soprattutto, vent'anni dopo quell'omicidio, arriva a una conclusione sconvolgente su un caso che per larga parte dell'opinione pubblica resta ancora inspiegabile. Non è forse un caso se tutti i maggiori editori italiani abbiano rifiutato di pubblicarlo, adducendo i motivi più diversi: «Questa storia non interessa più nessuno», «Non avrebbe un mercato», «Ci piace molto ma abbiamo paura di essere citati dai magistrati»... Pezzuto ha così deciso di pubblicarlo in proprio, mettendolo in vendita direttamente su Amazon

(664 pagine, 16,64 euro versione cartacea e 7,99 versione Kindle).

Una scelta editoriale necessaria ma al tempo stesso coraggiosa,  rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura e di un certo tipo di editoria.
Alessio Di Carlo

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