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Purché nessuno dubiti che siamo arroganti e villani

Quando è in corso una difficile trattativa o si confidi sulla possibilità di imbastirla, è necessario in primo luogo lasciar intendere che si è disponibili, che non vi sono pregiudizi o preclusioni. C’è sempre tempo per farsi giudicare troppo rigidi.
Questo nelle situazioni normali, tra la gente normale, da parte di governanti normali.
Ma c’è chi, all’opposto, anche se sa che dovrà piegarsi, e confida sin dall’inizio in un provvidenziale compromesso, ha come sua principale preoccupazione quella di apparire testardo e irremovibile e, soprattutto, arrogante e villano.
La preoccupazione della coppia Salvini-Di Maio, ma soprattutto di Salvini in tutta la storia della c.d. manovra sembra sia stata e sia, ogni volta che sembrava avesse superato qualche difficoltà: “purchè poi non si dica che siamo stati ragionevoli”.
Anzi questa pare che sia la preoccupazione in ogni questione che vede il nostro Governo a confronto con l’Europa o con altri Governi. Basti pensare alla storia dei migranti e della nave “Diciotti”.
Ognuno, del resto, ci tiene ad essere valutato con gran punteggio in quello che è il suo mestiere.
Quando si sceglie la professione di Capitan Fracassa, se uno osa definirlo gentile e disponibile è come se gli desse uno schiaffo.


In tutta la storia del deficit e della manovra, il Governo ha fatto partire le sue manifestazioni di arroganze, di strafottenza di fronte alle regole e di rilevazioni delle nostre violazioni prima che si avesse un qualsiasi confronto.
Quando si è un Salvini, se non ti fai notare subito per la tua arroganza rischi di scomparire, di perdere apprezzamenti e voti.
E tra Di Maio e Salvini si è aperta una gara per aggiudicarsi il primato del “chi se ne frega”, in tutti i problemi con l’Europa.
Se c’è stato e c’è un non celato pregiudizio in ordine alla volontà dell’Italia di rimanere nell’Unione Europea, questo è il frutto di una scelta politica soprattutto di Salvini.
Politica sciagurata, che potrebbe portarci al baratro se non di una espulsione, di una “messa al cantone” e che preclude, o rendere difficilissima l’opera di modifica al meglio delle regole europee.
Ma ogni limone dà il succo che ha dentro e le rape non danno sangue.
A questo siamo ridotti. Sperare in una certa ragionevolezza di Salvini. Sperare che la sua recitazione non gli venga bene.

Mauro Mellini
28.11.2018

SONO TUTTI “CINQUESTELLE”?

In questi giorni in cui, un po’ per passatempo, un po’ per abitudine, un po’ per insuperabili confini delle capacità di intendere anche ciò che è più facilmente intellegibile, tutta l’Italia sta a far finta d’avere il fiato sospeso in attesa del risultato di un risultato elettorale che bene o male essa ha espresso, si ripete ancora il fenomeno del rovesciamento dei ruoli e delle fasi che sembra essere divenuto la costante della “politica all’Italiana”.

Una politica, almeno a partire dal golpe di “Mani Pulite”, in cui un po’ tutti giuocano attribuendosi una parte, una etichetta qualsiasi, un po’ come avviene (o avveniva ai miei tempi) nei giuochi “di massa” dei bambini, che (cosa che varrebbe la pena di essere studiata per trarne chi sa quale spiegazione) nel loro linguaggio proiettavano in un passato immaginario la scelta della parte da attribuirsi. Dicevano: “io, noi “eravamo” gli indiani…voi eravate i cow boys”.

Indiani e cow boys con poco diversa disinvoltura e spiccata propensione per accaparrarsi la parte di quelli “che hanno da vincere”. Oggi si danno le targhe delle più strane e poche fantasiose parti del giuoco fin quasi alla vigilia delle votazioni. Dovrebbero dire: noi eravamo la Sinistra. Noi eravamo la Destra. Noi eravamo tutti uniti per il caffè…etc. etc.

Se fino al 1994 non era molto facile capire chi fossero i partiti in lizza basandosi su denominazioni vecchie di quasi un secolo, passate in eredità o per vendite all’asta a gente non sempre riconoscibile in quelli che quei nomi avevano inventato, da allora in poi i nomi dei partiti (si fa per dire) sono di pura fantasia, un po’ come quelli in codice delle operazioni militari di guerra.

Ma non basta. Se il periodo pre-elettorale è caratterizzato da una corsa a “nomi nuovi”, non solo di candidati, ma di formazioni da etichettare con fantasia e senza offrire troppo il fianco alla “cojonella”, a ben vedere il vero sforzo per dare un’identità ai partiti, che la legge elettorale non sempre è capace di imporre come vincente o perdente, lo si compie adesso, a voto espresso.

Dopo che la gente ha votato, in base a conoscenze approssimative ricavate dai media e dai più o meno assurdi capricci, incomincia una serrata e disinvolta operazione per spiegare a quelli che hanno votato che no, il loro voto non significava questo, ma quest’altro, che il partito tale non era poi così forcaiolo, ma aperto ad esperienze progressiste, che quelli che strillavano che avevano loro rotto i coglioni si riferivano ai coglioni altrui, che la vera “affinità” non c’è tra quelli che dicevano di essere alleati, ma tra quegli altri che se ne dicevano di tutti i colori.

Che questo sia il sistema in cui la “volontà popolare” si manifesta e si impone, con il crisma della sovranità che la Costituzione ci assicura spettare al popolo, è almeno risibile.

Si dirà che, dunque, è il caso di gettare alle ortiche tutto l’armamentario delle libere istituzioni e che le uniche persone serie sono i furbastri, i forcaioli che di quelle libere istituzioni hanno fatto strame per le loro orrende dittature, per il ritorno al governo “autoritario”, alle forche, ai regimi totalitari.

Nossignori. E’ esattamente il contrario. Sono i regimi autoritari che hanno bisogno degli inganni, delle falsificazioni di volontà popolari che ne sarebbero la legittimazione.

Le istituzioni libere hanno bisogno come dell’aria da respirare di chiarezza, di verità, di sprezzo delle macchinazioni retoriche.

Il nostro Paese, dopo essere stato oppresso dalla dittatura più retorica e bolsa, distruttrice della razionalità e del pensiero oltre che delle istituzioni liberali, nel ventennio fascista, ha, nella divisione del mondo della guerra fredda, costituito un grottesco condominio, in cui il confine tra EST ed OVEST non era quello geografico e spaziale, ma quello strano  e non meno ferreo della contrapposizione nel nostro territorio di un potere politico e di un sistema economico occidentale, “Atlantico”, democratico e di contro, di una egemonia culturale lasciata al Partito Comunista ed alla dipendenza dall’EST. Una egemonia appena temperata dalla commistione e dall’inciucio con la cultura antiliberale cattolica.

E’ finita anche questa forma di “cortina di ferro”, questa egemonia culturale che però ha lasciato detriti inquinati ed inquinanti, che sopravvivono alla condizione politica che li ha generati. La distruzione del pensiero liberale, dello spirito della democrazia è stata da noi indiscutibile ed ha costituito la piattaforma comune di un cattocomunismo di cui oggi si coglie il frutto velenoso.

Ci sarà da ripartire da capo per conquistarsi una nostra vera libertà.

Speriamo che ci riescono.

Mauro Mellini

20.03.2018

MODERATI: NO, GRAZIE!

Ogni evento politico dovrebbe essere considerato anche per gli aspetti meno appariscenti e per i risvolti più complessi.

La sconfitta di Berlusconi dovrebbe porre fine ad un grosso equivoco che si andava trascinando da anni, sostituendo e coprendo l’essenza di quello che avrebbe dovuto essere la funzione, il ruolo della forza politica che il Cavaliere aveva, con un colpo di bacchetta magica, creato dal nulla nel 1994.

L’indiscutibile merito di Berlusconi fu quello di aver impedito che il golpe politico-giudiziario di “Mani Pulite”, che aveva travolto la Prima Repubblica, il sistema spartitorio dei partiti, la classe politica italiana (tranne una “proroga” per quella del P.C.I. e di una frazione apertamente catto-comunista) andasse completamente a segno, con la consegna del Paese ad un Partito Comunista, benché travolto dalla storia europea e mondiale con la fine dell’U.R.S.S.

Quel salvataggio, sicuramente meritevole e fortunato, oltre che conforme ad una logica degli eventi internazionali, per i quali l’insediamento di un governo del P.C.I. avrebbe rappresentato un non senso, avvenne secondo una linea politica semplice: bastò raccogliere i cocci, fare appello all’anima del Paese, che, malgrado il crollo di quella che per decenni si era imposta come “diga” all’avanzare del comunismo, non intendeva certamente sperimentare proprio allora il potere comunista.

Erano effettivamente i “moderati” quelli cui la repulsione della Sinistra non imponeva ulteriori scelte, quelli che avevano consumato la loro pazienza nei confronti della D.C., della sua inamovibilità, senza formulare proposte di rivolta o semplicemente di alternativa. E che risposero all’appello di Berlusconi.

C’era un’Italia “moderata”, che benchè non più convinta di doversi “turare il naso” per votare D.C. ed il relativo “sistema”, altro non aveva bisogno di esprimere.

Quella fase, del resto datata un quarto di secolo fa, è chiusa. La “moderazione” non ha più quello specifico significato politico. Il potere non è stato conquistato né dal P.C.I., né dai suoi eredi più o meno legittimi. Distrutta la Prima Repubblica ed il sistema politico che l’aveva retta dal 1948 del tutto sono rimasti i liquami, le immondizie (senza che nessuno ne tentasse, almeno, la “raccolta differenziata”).

Ma il dato più rilevante, con il quale oggi dovremmo fare i conti, è che il golpe, la prevaricazione e l’emergenza giudiziaria che avevano ottenuto la fulminea vittoria con “Mani Pulite” è proseguita. Intanto portando contro Berlusconi e Forza Italia, sordamente in continuazione, la violenza giudiziaria. E approfondendo nel tessuto dello Stato e della cosa pubblica i tentacoli di una sorda ma nemmeno tanto occulta invasione del potere giudiziario.

Il golpismo del manipulitismo è divenuto Partito dei Magistrati. Quella che era una bizzarra pretesa di una minoranza di essi di battere la “via giudiziaria al socialismo”, messo da parte il socialismo è divenuto Partito dei Magistrati, espressione politica dell’intera corporazione.

I liquami della rovina del sistema politico hanno fatto anch’essi la loro trasformazione. I sussulti dell’antipolitica che hanno caratterizzato quel po’ di opposizione al sistema della Prima Repubblica (soffocando, anch’essi, magari, ideali e prospettive politicamente consistenti) sono stati sostituiti da un torrente di melma, tifoseria sciagurata dello squadrismo giudiziario del P.d.M.

Che significato può avere in un tale contesto, il termine “moderati, moderazione”?

Berlusconi aveva promesso una “rivoluzione liberale” della sua coalizione vincente.

In realtà di una “rivoluzione liberale”, di un abbandono naturale e totale dell’identificazione nel “moderatismo”, era necessario per poter sperare di vincere, di impedire una seconda volta che il golpismo giudiziario, vada a segno.

Non credo che Berlusconi lo capirà. Né avrà più il tempo per comportarsi di conseguenza.

Chi vivrà vedrà.

Con la speranza che non arrivare a vedere sia il meglio.

Mauro Mellini

08.03.2018

AL P.D. NON RESTA CHE DISTRUGGERE SE’ STESSO

Si è compiuto un ciclo della storia. Di quella del nostro Paese in particolare. La Sinistra, che da noi ha, specie nel dopoguerra, avuto come obiettivo quello di sbarrare la strada e di distruggere un partito socialista di solida matrice liberaldemocratica, rimanendo stalinista anche dopo che Stalin era stato dannato e dimenticato anche in Russia, l’ipotetico ed equivoco “comunismo all’italiana”, erede, del populismo forcaiolo, antirisorgimentale di Padre Bresciani, ha realizzato il suo disegno politico.

L’alleanza con i “cattolici”, che, poi, è stata sempre e solo alleanza antiliberale antisocialista, espressione di un becero populismo da far scuola a Grillo, ha vinto la sua secolare battaglia distruggitrice. Contro la civiltà liberale, lo Stato di diritto, la civiltà delle istituzioni.

Il Movimento Cinque Stelle è la sedimentazione di questo sottoprodotto, il liquame di una Sinistra senza socialismo e, soprattutto, senza libertà.

La demonizzazione del liberalismo ha dato i suoi frutti velenosi. Il cattolicesimo “di Sinistra” ha rivelato l’antica anima populista o forcaiola.

Le etichette, i camuffamenti, sono caduti, la vera essenza dell’opera di demolizione della cultura liberale durata decenni ha rivendicato la sua identità e la sua vera essenza. Il P.D. è morto, dopo aver impersonato malauguratamente la Sinistra, aver tentato, forse prematuramente, la strada del “Partito della Nazione”. E’ morto perché ha vinto la sua secolare battaglia. Ci ha fatto toccare il fondo. Non ha più alcun significato, alcuna ragione di essere.

Quel che ne resta, potrà continuare ad ingombrare il Parlamento, le Amministrazioni. Ma non potrà che rappresentare il mondo culturale e politico per il quale ha battagliato e starnazzato in questi ultimi decenni.

Ci lascia, con il nodo politico e con l’eredità legittima e testamentaria al Grillismo ed alla cultura dell’incultura, con una struttura del potere già deformata, una oligarchia egemone di funzionari e soprattutto di magistrati, con la loro visione komeinista (senza il Corano) della società e del potere, con la ridicola tifoseria dell’analfabetismo ed il suo populismo.

Siamo arrivati al fondo del barile.

La catastrofe politico-culturale del Paese è spaventosa.

Che volete che conti la formula di governo che dovrà coprire questa discarica di rifiuti tossici della società e della politica?

Berlusconi, durante la campagna elettorale in un momento di politico abbandono al sentito dire di alti principi, “promise” la “rivoluzione liberale”. Il Governo del Centrodestra avrebbe dato all’Italia la rivoluzione liberale!

Commovente. Ma la rivoluzione liberale, la rivolta liberale, per essere più chiari, non ce la darà nessuno, tanto meno un governo, quale che ne sia la formula. Se non ce la facciamo da noi.

La rivolta liberale è ciò che tutti quelli che non hanno perso l’uso e la fede nella ragione possono e debbono farla. La Rivoluzione, la rivolta non ce la dà nessuno. Possiamo solo avere il coraggio, intanto, di volerla fare.

Mauro Mellini

13.03.2018

I cretini diventano "ragionevoli"?

Cretini si nasce. Cinquestelle si diventa.
Si tratta però di vedere se chi è stato Cinquestelle, possa cessare di essere o anche di dichiararsi cretino.
Intanto tengo a precisare che se uso un termine così crudo non è per una mia tendenza ad estremizzare e ad aggredire chi non la pensa come me, ma piuttosto per un doveroso omaggio a Leonardo Sciascia, che su un tale termine e su una sua derivazione inusuale ha scritto cose di ineguagliabile valore.
Negli ultimi tempi, da quando cioè la campagna elettorale è uscita dalla fase meramente preparatoria, i Cinquestelle stanno facendo l’impossibile per darsi un nuovo volto, accreditare un diverso ruolo nella politica nazionale in caso di successo elettorale.
Accantonato, come sembra (chè questo significa il ruolo di “garanzia morale” che gli resterebbe) la leadership del trogloditico comico (che porta a casa un bel gruzzolo) e, a quel che sembra il suo ossessivo slogan, hanno fatto “aperture”, sia pure supponenti, a collaborazioni con altri partiti, cosa fino a qualche settimana fa consideravano un’eresia da purgarsi col fuoco del rogo.
Una prima interpetrazione del nuovo atteggiamento è quella che, oramai convinti di non avere più a Sinistra l’avversario da battere per il naufragio annunziato del P.D., essi non hanno più bisogno di presentarsi con quelle sembianze e quei programmi che ad essi sembrano rivoluzionari.
Come se a Sinistra ci fosse ancora qualcuno che crede alla rivoluzione.
Sanno che debbono vedersela con il Centrodestra, nella cui area culturale (si fa per dire) l’antipolitica ha sempre attecchito, ma assai di più è desiderato l’adattarsi, il compromesso, la “moderazione” (sempre riaffiorante nelle parole di Berlusconi).


Quali che potranno essere altre considerazioni, questa motivazione ha almeno una parte rilevante nella “svolta” cinquestelluta.
Più che quella che potrebbe passare per una resipiscenza, un primo passo per un ritorno alla ragione è da valutare la rapidità del cambiamento.
E’ bastato il “contrordine compagni” per cancellare l’articolo di fede nel dogma del rifiuto di ogni alleanza e così pure di quello della pratica “sospensione” da ogni incarico e funzione per i destinatari un qualsiasi avviso di garanzia.
Si tratta di riconoscimenti di cose di cui è difficile negare un minimo di ragionevolezza.
Si tratta però di vedere se sia ragionevole una così disinvolta e rapida conversione. E l’assenza di un qualsiasi dibattito tra gente che sembrava voler mandare al rogo chiunque osasse sostenere l’assurdità di quelle proposizioni che venivano esibite come prove della diversità” dagli altri, dai “politici”.
Certe conversioni ad opinioni in sé un pochino più ragionevoli fanno dubitare della ragionevolezza dei convertiti non meno che la loro pertinacia nel sostenere le opinioni dismesse.
In altre parole se Cinquestelle si diventa senza necessariamente essere cretini, l’abiura disinvolta di una o di tutte quelle poco brillanti Stelle, fa pensare all’appartenenza alla categoria alternativa. O, almeno alla precarietà di quei convincimenti e alla solita, buona dose di strumentalità e di senso furbetto della convenienza. Tutti aspetti tutt’altro che rari del carattere della gente non meno, anzi di più fastidiosi dell’esser cretini.

Mauro Mellini
25.01.2018

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