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Articoli

Politica e giustizia

Ma questo non è razzismo?

Non c’è bisogno di ripeterlo: pare che per essere definiti razzisti non occorra essere sostenitori della superiorità o della inferiorità di una “razza” rispetto alle altre o ad un’altra.
Pare che il solo fatto di sostenere che esista una “razza”, delle razze tra loro differenti, comporti di essere definiti “razzisti”.
Non s’ha da dire “razza ebraica” e neppure “razza bianca” etc. etc.
Qualche permesso particolare è consentito quanto a razze che “comportano” un colore della pelle diverso. Però non s’ha da dire mai “negro”, ma “nero” o, meglio (in America) “afro americano”.
Però ci sono poi delle eccezioni.
Per esempio, pare che esista una razza, intesa come appartenenza ad una determinata discendenza, non altrimenti avvertibile che con testimonianze e documenti, perchè i tratti somatici poco o nulla ci dicono. Sono le differenze relative alle qualità morali degli ascendenti.
Si è razzisti a parlare di razza (e razze) semitica. Ma si può, anzi si deve credere in differenze razziali basate sulle qualità morali degli ascendenti. Pare, anzi, che a contestare, rifiutarsi di riconoscere, con le conseguenze del caso, che ci sono “razze di mafiosi” qualità e caratteristiche genetiche riconducibili ad ascendenze mafiose sia una grave colpa: Se bisogna dare atto che il mafioso è appartenente ad una sorta di sub specie umana (o disumana) occorre anche non sottrarsi al dovere di considerare che tale brutta qualità si trasmette per discendenza, ma anche per “coniugio” (matrimonio).
Mafia, mafioso, sono qualifiche di una criminalità che passa attraverso il D.N.A.
Chi sostiene che un figlio di un mafioso è, poniamo, un bravo ragazzo, commette, invece, un reato di apologia del delitto. Per quante generazioni ciò valga non so. Debbo informarmi.

Ben due Papi hanno intimato ai mafiosi di “convertirsi”. E, del resto nella Costituzione della Repubblica c’è scritto che le pene (galera, con o senza il 41 bis) debbano tendere alla rieducazione del reo. Ma probabilmente non si erano bene informati presso Don Ciotti. Ciò vale, ovviamente, per discendenti, collaterali, etc. Il parente di un mafioso è un presunto mafioso. Benchè convertito, ma di “razza” mafiosa.
E’ costato caro ad candidato Sindaco del Movimento 5 Stelle di Corleone, che era stato visto in un bar insieme con un discendente non so se di Provenzano o Messina Denaro. Il suo leader politico, Di Maio gli ha voltato le spalle. I voti del (eventualmente) convertito appartenente alla razza caucasica-mafiosa “fanno schifo” a Di Maio. Non ci sono conversioni e Papi che tengano: la razza è razza, starei per dire (cioè per far dire a Di Maio).


Credo che ogni razzismo cominci così: con una speciale qualificazione morale. Una morale famigliare indelebile.
Ma, poi accade quel che è accaduto a Di Maio. I voti dei discendenti dei mafiosi gli fanno schifo (così dice) ma solo dei mafiosi mafiosi. Se si parla invece di mafiosetti, di imprenditori che, come quelli che a Corleone sono considerati “mafiosi” con o senza il suggello di una parentela con qualche più o meno noto mafioso, può accadere che la trasmissibilità delle caratteristiche morali in linea diretta non funzioni e che, figlio di padre che abbia fatto lavorare e lavorato in nero, possa essere un ottimo, incensurabile leader politico di un movimento per la moralizzazione del Paese, che vuole cacciare dal Parlamento chi sta sul cavolo di qualche Procuratore etc. etc.
Ma che razza di antirazzisti!!!

Mauro Mellini
27.11.2018

Magistrati in attesa della catastrofe

Che fa il Partito dei Magistrati?
Il caos del mondo politico e delle strutture governative è tale che, magari, qualcuno ha l’impressione che esso si sia ritirato e messo da parte, spaventato più che stimolato dalla prospettiva di conquistare il potere, gli altri poteri dello Stato.
Non credo che ciò sia vero. L’erosione del sistema di bilanciamento dei poteri e dei limiti che quello giudiziario deve osservare è costante e insistente. Ed ogni tanto qualche palese baggianata, qualche piede in fallo messo nel muoversi in tale direzione si manifesta in modo clamoroso e grottesco. Basti pensare alla contestazione del “sequestro di persona per mancata accoglienza” del Procuratore di Agrigento, divenuto per l’occasione Procuratore di tutti i mari e di tutti i porti.
E’ vero, piuttosto, che anche il P.d.M. è in crisi, è senza guida e va brancolando alla ricerca di obiettivi. Che non gli mancano perché sempre e ovunque cerca potere e tende a debordare per procurarsene quanto non gli spetta in ogni occasione e direzione.
C’è poi il fatto che, a seguito della clamorosa contestazione che la stessa Cassazione ha fatto delle vicende di Nino Di Matteo, dell’affare Saguto, di quello di Sicindustria, la Sicilia e Palermo fino a poco fa capitale di Togalandia sembrano divenute sede meno tranquille per l’estremismo politico-giudiziario, già compromesso fortemente in Sicilia dai capitomboli non solo politici di Ingroia, che in una alleanza del P.d.M. con i 5 Stelle sembrava essere divenuto il profeta ed il maestro.
L’epicentro delle velleità (se di velleità si tratta) di “occupare la politica” da parte dei magistrati “lottatori” è ora indiscutibilmente la Calabria.
Ed in Calabria è Gratteri con il suo variegato passato di rapporti speciali con la politica (Ministro della Giustizia in pectore di Renzi, respinto da Napolitano etc. etc.) pare abbia scelto di muoversi sul piede di casa. C’è chi in Calabria dà per sicuro la sua candidatura a Presidente della Regione per le prossime elezioni.
Non so quanto vi sia di vero e di probabile in una così specifica affermazione. Certo è che Gratteri sta diventando primatista di presenze in convegni, dibattiti, cerimonie ed esibizioni varie, al punto da mettere in pericolo il primato del “Cittadino di Cento Città”, Di Matteo.
Una domanda si impone: con chi dovrebbe scendere in campo il Procuratore oramai distratto da altri miraggi? L’idea che un magistrato non ha bisogno di scegliersi un partito è tramontata già con l’ineffabile Ingroia.
Che lo vogliano con loro i 5 Stelle è probabile, anche se da quella parte le cose sono sempre meno certe di quanto possano apparire. E, poi, questo segnerebbe un altro passo, localmente definitivo, della frattura con la Lega. Senza la quale non c’è toga che potrebbe colmare il deficit, questa volta, di voti.


Ma quanti in Calabria si rendono conto del pericolo di una tale candidatura, è ben che facciano conoscere il loro NO secco ed insuperabile senza attendere l’ultimo momento, in cui lo sgomento del dir no ad una toga così fortemente sventolata al vento della politica potrebbe superare ogni ragionevolezza.
Intanto c’è il diffondersi e consolidarsi della tendenza a sottoporre l’attività amministrativa ad una sorta di sindacato di merito da parte della giustizia, di quella penale (e delle Procure) soprattutto facendo di ogni errore di procedura un “abuso”. Si potrebbe dire che i Magistrati, quelli “lottatori”, del “Partito”, abusando soprattutto del reato di abuso d’ufficio si attribuiscano una partecipazione al potere esecutivo. E, quel che è più grave, tale potere non è “correttivo”, di incidenza sulla repressione del mal fatto, ma è realizzato con la diffusione generale di un timore su ciò che potrebbe pensarne la Procura. Paura dell’incidente giudiziario, cioè, invece che della legge penale.
E paura anche del più clamoroso degli errori di Procure e Gip. Nessuno vuole rischiare arresti e provvedimenti cautelari, anche se così assurdi da essere certamente seguiti da clamorose (mai abbastanza) assoluzioni e revoche.
C’è in atto una politica da intimidazione che è l’esatto opposto delle funzioni della Giustizia in un Paese libero.
Avvisi di cosiddetta garanzia, arresti, sospensioni cautelari. A volte non si va oltre. Ma, ai fini di una politica di generale intimidazione e di imposizione del potere della “Magistratura partito” anche un avviso di garanzia il più sgangherato destinato a finire in una archiviazione a breve termine (il che è sempre difficile) sono un mezzo di intimidazione, fanno sì che qualcuno, magari un vero galantuomo sia portato a dire “Ma chi me lo fa fare?”. Non tutti possono permettersi di reagire come Salvini di fronte alla cantonata di Patronaggio.
E questa capacità di intimidazione nei confronti anche e soprattutto delle persone dabbene diventa una “ragione” per guardarsi le spalle prendendosi in Giunta un magistrato, che sia di garanzia e di protezione agli altri.
Cosa che, poi, magari non funziona affatto.
Insomma, mentre il Partito dei Magistrati perde colpi ed occasioni per le sue maggiori ambizioni, si consolidano e si fanno più insolenti i suoi espedienti, le sue violenze locali, i suoi abusi quotidiani.
Si parla di molti guai. Non si parla abbastanza di questi che non sono dei minori e, francamente, sono i più sporchi.

Mauro Mellini
19.11.2018

MAGISTRATI: TRA SINDROMI PSICHIATRICHE E VOCAZIONI AFFARISTICHE

Il “caso Ingroia” è qualcosa di più di uno scivolone di un personaggio marginale ed un po’ grottesco, tipico di un’epoca, che ha tentato il passo più lungo della gamba,

Non dimentichiamo che è stato proprio Ingroia, nel presentare un suo progetto di “sistema penale” ispirato ai principi di quello nazista, per il quale i reati vanno puniti prima che siano commessi da quelli che “sono capaci di commetterli”, a lanciare un appello ai “Cinque Stelle” perché “uscissero da loro isolamento” e si facessero propugnatori di tale sua innovazione del diritto e della convivenza civile.

La vocazione, peraltro, di questo grottesco personaggio per gli “aspetti collaterali”, del potere del Partito dei Magistrati e della sua ala estremista Palermitana, non è mai stata una novità. Ma lo scivolone, che interviene proprio nel momento in cui i Grillini fanno irruzione fuori “dell’isolamento” e rischiano di rinchiuderci gli altri, ne fa, proprio in quella che sembra sia la sua caduta un po’ vergognosetta un protagonista di una fase mai realizzata se non nella sua fine ingloriosa.

Che, poi, la fine del personaggio Ingroia (se di fine si tratta) chiuda la prospettiva di un altro e più radicato e pericoloso connubio dei “5 Stelle” col Partito dei Magistrati è cosa purtroppo ben diversa.

Mentre la figura di Ingroia svanisce nella nebbia del grottesco e del solito affarismo, la figura di Di Matteo, ritenuto suo allievo e pupillo, rimasto fuori dei poco fortunati conati elettorali dell’ala “tutto e subito” della magistratura, pur essendo interrotto il flusso del conferimento delle cittadinanze onorarie, collezione non utilizzata sul piano elettorale cui sembrava destinata (l’ultima “cittadinanza onoraria” l’hanno data alla moglie, aprendo una nuova categoria di “eroine coniugali dell’antimafia”) non solo non esce di scena col suo “maestro”, né solo si prepara a resistere alle evenienze della conclusione dell’ultradecennale processo della “Trattativa”. Di Matteo si sente un maestro, un uomo cui la Patria, distratta da bazzecole, dovrebbe guardare per farsi indicare la via della grandezza e dei successi. Lancia severi ammonimenti, non solo alla “vecchia” classe dirigente, non solo ai colpevoli e presunti tali di “trattative”, ma anche ai giornalisti, a quelli su cui contava il suo maestro Ingroia, ma anche ai Di Maio, ai nati dopo che il delitto della trattativa tra il bene ed il male, con la redazione del “papello” era stata già consumata. Dove hanno lasciato l’impegno fondamentale, la nuova Bibbia politico-sociale, l’Antimafia? Perché l’hanno lasciata fuori della campagna elettorale?

Questo Di Matteo assume ora toni patetici. Collezionista di onori, di cittadinanze, di titoli di credito per una clamorosa irruzione in politica, rischia di vedere tutti quei titoli, tutto quel ben di Dio, ridotto a ben poco da una sciagurata inflazione.

E gli altri? Si direbbe che, mentre l’erosione del sistema liberale, democratico, parlamentare della nostra Repubblica ha in questi ultimi tempi progredito paurosamente (il procedimento per danni della Corte dei Conti per la “crisi illegittima” del Governo Prodi) ne è un dato emblematico e gravissimo lo “squadrismo giudiziario” mena colpi a destra ed a manca facendo da contraltare ad elezioni sempre meno sentite dalla gente come espressione della propria volontà, la “scheggia impazzita” del Partito dei Magistrati, quello del “tutto e subito”, pare abbia sofferto un brutto colpo, magari soppiantato dalla tendenziale eversione da esso stesso seminata e coltivata.

Senza troppo sicurezza nel pronosticare la fine dell’epoca dei semidei in toga, dei Di Pietro, degli Ingroia, dei Di Matteo, e dei tanti altri la cui parabola, in verità si è conclusa molto tempo fa (chi ricorda più, che so, Palermo, quello del processo “armi e droga”?) si può cominciare a fare un’analisi antropologica e psichiatrica di questi signori.

Sì, proprio un’analisi psichiatrica.

C’è un pizzico di follia in un po’ tutti quelli che hanno tentato di imporsi al Mondo con il potere della retorica, prigionieri del culto della propria personalità. Lo erano i dittatori del secolo scorso. Non si può vedere, oggi, un filmato di Mussolini senza domandarsi se la mimica e la gestualità gaglioffa di quel personaggio non dovesse figurare nei trattati di psichiatria, anziché nei testi della storia. Non parliamo, poi, degli isterismi di Hitler.

L’eredità di questa sindrome patologica direi che spetta ora alla categoria dei magistrati.

Se si considera che quelli ordinari sono circa 8000 e se si fa un inventario di quelli più o meno gravemente affetti da patologie mentali ed in particolare di quelle che comportano una irrefrenabile tendenza al culto della propria personalità, si deve constatare che questa è una sindrome epidermica con manifestazioni in casi tutt’altro che episodici.

Vi sono stati magistrati dichiarati affetti da patologie mentali che hanno continuato tranquillamente ad amministrare giustizia (si fa per dire). Ne ho scritto varie volte. Ma non sono né sono stati i più pericolosi.

C’è la sindrome specifica, alla quale potrà darsi facilmente un nome che include, che so, il riferimento alla toga, al diritto etc. etc. di cui sempre più chiaramente possono definirsi e descriversi le manifestazioni in un numero crescente di soggetti.

Certo, occorrerebbe anche analizzare la sindrome, facilmente e sbrigativamente definibile come “coglioneria”, diffusa assai di più e, forse non meno pericolosamente, tra quelli che fanno da coro, da tifoseria alle follie propriamente togate.

Ma è sindrome talmente diffusa che forse dovremo domandarci, quanti non ne siamo affetti, se dagli psichiatri non dobbiamo andare noi. A curarci la “normalità”, la ragionevolezza.

Malattie di stagione, non rare. E gravi.

Mauro Mellini

21.03.2018

ANTIMAFIA: LA “TRATTATIVA” CONTINUA DIVENTA DOGMA

Quando si tratta di imporre alle folle ed ai popoli di accettare le più strampalate sciocchezze, i professionisti dell’indottrinamento ricorrono a metodi che rimangono costanti nei secoli e nei millenni.

Uno di essi è quello di ricorrere all’aggettivo “indiscutibile” ed al concetto di “indiscutibilità”, che è, poi, una sorta di sinonimo di “dogma”. Ogni volta che un fatto, una proposizione, una leggenda, di cui con gli anni vengono fuori prove negative assieme con il propalarsi del “sentito dire” ed esaurisce la sua credibilità e, magari, se ne perde il motivo per cui è stato inventato, esso viene riposto in un archivio che, invece di rappresentare una specie di sentina, di discarica dei rifiuti della storia, ne rappresenta l’esatto contrario: va a far parte dei “dogmi”. L’indimostrabile diventa indiscutibile e base del successivo e conseguente sviluppo di elaborazioni teologiche, ideologiche e delle imitazioni di esse.

L’Antimafia, che non a caso è stata definita “devozionale” dalla geniale intuizione di Guido Vitiello, oltre ai suoi santi ed ai suoi riti ha i suoi dogmi.

A far parte dei dogmi dell’Antimafia sembra oramai destinato quello della “Trattativa tra Stato e Mafia”.

Questo non sembra sia il probabile frutto di quella che sarà la sentenza sul grottesco processo nel quale, tra “papelli”, pentiti elevati agli altari dal culto antimafia, carriere ed apoteosi di magistrati imbrogliocencelli, colpi bassi contro uomini politici e contro la loro memoria e fiumi di denaro pubblico sprecati in anni di complicazioni ed inconcludentissime indagini, pare che, contrariamente all’abitudine intervenuta oramai alla “permanenza” di un simile  procedimento durato anni ed anni, esso si avvii alla conclusione.

Al contrario. Anche nel linguaggio esaltato e predicatorio di certi esponenti tipici dell’ala estremista dell’Antimafia palermitana e nazionale traspare la sensazione che la conclusione di quella grottesca pagliacciata possa essere più vicina alla ragionevolezza che alla “finalità di lotta” che in nessun altro processo è mai stata tanto palesemente sovrastante quella di semplice giustizia,

La “Trattativa” costruita da menti arditamente fantasiose più che nutrite di sapienza giuridica, che ha preso, con gli anni e con il battage mediatico non meno grottesco e spudorato che su di essa si è costruito (per non parlare delle carriere indecenti che vi hanno trovato pretesto e brodo di coltura) una fisionomia chiaramente eversiva, rischia di trovare nell’esito di quel mastodontico ed interminabile processo, una resa dei conti non solo giudiziaria (non è stato del resto, un fenomeno che del giudiziario abbia solo la patologia).

Ed è proprio per questo che sembra che l’ala estremista dell’Antimafia Devozionale, che è “vissuta di rendita” (senza allusione al significato originale della metafora) con questo processo, cerca disperatamente di elevare a dogma l’oggetto bislacco di esso: la Trattativa.

State contenti, umana gente al quia” ci gridano pennivendoli e guru da operetta da Palermo e dintorni. La trattativa? Ci fu! La prova? Perché ci fu e chi non ci crede non può invocare la buona fede: è un concorrente esterno!!

A sostegno della verità dogmatica della “Trattativa”, in mancanza del riconoscimento ufficiale di una categoria di teologi dell’Antimafia, la parola dai magistrati ed avvocati (antimafia) e giornalisti d’anticamera delle Procure passa ai professori. Ai professori di che? Ai professori di mafiologia, cioè di anti mafiologia, che ce ne sono a Palermo e dintorni, ben sistemati in cattedre di siffatta materia.

E’ rivenuto fuori, ne abbiamo notizia dal solito “Antimafia 2000”, il Professor Nando Dalla Chiesa. Rivenuto fuori è, in realtà termine improprio, perché è rimasto sempre sulla breccia di un’antimafia non solo devozionale, ma invasiva e non lontana da imprese come “Libera” (Don Ciotti) etc. Ma, intanto, forse per la prima volta, Nando Dalla Chiesa, invece che come “il figlio del Generale vittima etc. etc.” è indicato come il Professore Nando Dalla Chiesa. Non trascurandosi, peraltro l’altra e più vera qualifica di figlio etc. etc. Anzi, nella cronaca di una manifestazione antimafia tenuta a Milano attorno quell’altra icona del culto antimafia, dott. Nino Di Matteo, cronaca che ci è fornita da “Antimafia 2000”, organo (definizione di Ingroia) ufficioso della Procura di Palermo, Nando Dalla Chiesa, Professore, viene definito il figlio del “Padre della Patria” Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa etc. Quando i movimenti si fanno religione la profusione di titoli e di aggettivi non ha più limite.

L’insistere, per aumentarne o costruire dal nulla l’autorevolezza di certi soggetti sul fatto che sono figli di un gran personaggio è cosa pessima, perché poi, magari, comporta che critiche ed addebiti, sepolti o da seppellire con il defunto genitore, rivengano invece fuori.

Nel caso, accanto al dato dell’esser caduto vittima della mafia (ma il figlio Nando preferì ipotizzare che fosse stato soppresso perché in possesso (???) di documenti che avrebbero potuto essere usati contro, mi pare, Andreotti!!!!) si è, poi, portati a ricordare la sua vicenda con la P.2  e, soprattutto, quanto ridicola è stata la sua “giustificazione”, tra l’altro con l’affermazione che nei suoi rapporti col Venerabile Maestro Gelli avrebbe richiesto di essere assistito spiritualmente da un sacerdote, tale mons. Pironi (!!!).

Ma vediamo qual è stato l’intervento del Figlio del (nuovo) Padre della Patria al Convegno di Milano per l’”anniversario” di Libera, l’impresa di Don Ciotti di cui il prof. Dalla Chiesa è presidente.

La trattativa ci fu. E ci fu perché la trattativa c’è sempre”. Proposizione in sé assai meno stucchevole di quanto non lo sia il significato ad essa data dal Professore mafiologo.

La trattativa c’è sempre, secondo la tesi del Prof., perché lo Stato, quando sta per ottenere la vittoria definitiva sulla mafia, anziché sfruttare la vittoria ed andare a fondo nell’estirpazione del male, ripiega, si ritira, “tratta” per consentire alla mafia di sopravvivere, di prosperare etc. etc. Questa sarebbe stata la costante dell’atteggiamento dei pubblici poteri, nella storia della criminalità, non so se solo siciliana.

Di qui a dire che la mafia è prodotta (o riprodotta, rivivificata) dallo Stato il passo non è breve, è brevissimo. Lo Stato è, dunque il primo “concorrente esterno” di Cosa Nostra…Anzi, ne è il burattinaio.

Questa tesi richiama alla mente certe caratteristiche della teologia cristiana e della società del Medioevo, per le quali il Demonio entrava in competizione con Dio quasi alla pari e veniva con ciò conferito agli uomini ed ai lor signori, sovrani e sacerdoti il compito di far pendere la bilancia dalla parte buona arrostendo i cattivi e ricacciando così Satana nel profondo dell’Inferno.

Ma la teoria della ricorrenza perenne della “trattativa” ha un significato ed un ruolo più contingente. Insomma, anche se il processo di Palermo andasse male, negando o minimizzando la “trattativa”, questa sarà non il frutto delle cavolate dei signori magistrati, responsabili, tra l’altro, dei miliardi spesi per il processo e fatti connessi. Sarà qualcosa ascrivibile ad una nuova interpetrazione dei corsi e ricorsi storici da Vico a Dalla Chiesa. Corsi e ricorsi, come dire della trattativa. O, forse…trattabili..!!!!

Mauro Mellini

27.03.2018

INGROIA SCIVOLA SUL PIU’ BELLO

Essere garantisti non significa essere babbei, dover considerare raffinati galantuomini imbroglioni che basta guardarli in faccia per capire chi sono. Le “garanzie” deve assicurarle l’ordinamento giuridico e della giustizia e debbono farle proprie quanti, per il loro ruolo pubblico, per il potere di cui sono investiti non possono affidarsi al loro “intuito” ed ai loro pregiudizi il modo di esercitarlo.

Insomma per il più rigoroso dei garantisti il mondo non è popolato solo da fior di galantuomini. E, di conseguenza ha da vedersela con una percentuale considerevole di mascalzoncelli piccoli e grandi, di gente che è meglio tenere alla larga, di personaggi dei quali non è il caso di fidarsi nemmeno se gli domandate che ora è.

Detto questo non manderei in galera Ingroia per quei centocinquantamila euro della cresta che avrebbe fatto sui conti delle sue molteplici ed un po’ imbrogliate (senza che ci sia da dubitarne) funzioni pubbliche.

Spero, anzi che rovistando nei suoi cassetti riesca a trovare i conti degli alberghi, i biglietti usati e le ricevute del benzinaio che dimostrino che non ha mica fatto la cresta (Accidenti! Però. Lo sapete? Centocinquantamila euro di spesucce non è mica tanco poco!!!). O che magari si faccia fare la copia di ricevute e fatture se proprio le ha perse.

Lo spero proprio. Tanto io con uno con la faccia e la storia di Ingroia, cresta o non cresta sui conti ed i rimborsi della Società esattoriale o della sopprimenda provincia non vorrei mai averci a che fare.

Ingroia è stato l’alfiere della scheggia impazzita dell’Antimafia e del Partito dei Magistrati siciliani.

E’ l’inventore o qualcosa di simile, del processo della Trattativa. Ha subito cercato di trarne un mirabolante profitto politico, riuscendo solo a coinvolgere nella sua clamorosa e grottesca debacle persino Di Pietro, l’ex magistrato più amato dagli Italiani. Candidato, nientemeno, alla presidenza del Consiglio in tutte le circoscrizioni, quando, scornato ed un po’ ridicolizzato, ha dovuto riprendere a fare il magistrato (si fa per dire), ha dovuto essere assegnato all’unica sede giudiziaria in cui non era stato candidato (lì c’è il Collegio Uninominale), la Valle d’Aosta. Ha considerato quel provvedimento (non la sua supponente ed onnipresente candidatura) un’offesa personale. Si è dimesso, anzi no, si è fatto dichiarare decaduto (così, per una strana disposizione di legge potrebbe rientrare in magistratura) e si è andato ad iscrivere all’Albo degli Avvocati. Ha chiuso con la magistratura scrivendo, dice lui, un libro dal titolo minaccioso: “Io so”. Ma non ha atteso che la accettassero e lo facessero giurare: si è presentato in aula a fare la parte civile, naturalmente “antimafia”, che più antimafia non si può. Lo hanno certamente messo alla porta.

Ma non è con l’incerta sorte della libera professione che Ingroia si è ripromesso di rifarsi dal capitombolo elettorale.

Amico di Crocetta e, visto che lui “sa”, si è fatto nominare presidente di Sicilia e Servizi, società a capitale regionale di esazione dei tributi. Anzi, per consentirgli di esserne presidente e di fare l’avvocato (per quanto “antimafia”…) ne hanno appositamente variato lo Statuto.

A Sicilia Servizi sono subito cominciati (c’erano sempre stati) pasticci e pasticcetti. Ma se l’era cavata.

Ma non basta. C’erano le provincie.

Le provincie siciliane abolite dallo Statuto, rivivificate, riabolite ma solo per quel che riguarda le loro funzioni, i loro compiti, le strade etc. Non per quel che riguarda la burocrazia. Ed Ingroia è stato nominato Commissario Liquidatore (cioè perpetuatore) della provincia (regionale ed abroganda) di Trapani. Ancora la stanno abrogando.

Beh, insomma, io sono garantista, ma non sono fesso. Ritrovi pure Ingroia le ricevute dei conti che si è fatto rimborsare. Ma che, debba genuflettermi davanti a quell’esempio di campione della “legalità”, di lottatore contro la mafia e la corruzione, di inventore di nuove “misure di prevenzione”, fautore di sequestri e confische a non finire contro i “politici corrotti”, scordatevelo. E’ uno dal quale per “garantirsi” è meglio stare alla larga.

Io di Ingroia la penso come voi. Garantiamoci.

Mauro Mellini

19.03.2018

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