Il regime siriano di Assad ammazza, ogni settimana, più civili di quanti ne siano caduti complessivamente durante i tumulti in Libia, Tunisia ed Egitto (ovviamente dalla data dell’intervento della Nato i morti in Libia non si conteggiano più); ogni notte squadroni della morte entrano nelle case dei civili per prelevare gli oppositori politici e le loro famiglie che poi scompaiono nel nulla (anche se, da ieri, il peggio si è svelato: come mostrato anche dai filmati sul sito del Corriere della Sera, sono state scoperte fosse comuni con uomini, donne e bambini); non si contano le migliaia di persone incarcerate e sottoposte alla più atroci torture spesso perpetrate da uomini di inequivocabile origine persiana, ossia iraniana, e palestinese.
Ventisei tra i più importanti detenuti politici in Iran, tra i quali un ex ministro, due ex vice ministri e un ex portavoce del governo del presidente riformista Mohammad Khatami, hanno sporto una denuncia per “violenze, insulti e umiliazioni” subiti a partire dai loro arresti, seguiti alle contestate elezioni presidenziali che nel giugno del 2009 videro riconfermato in carica Mahmud Ahmadinejad.
Lo scrive oggi il sito dell’opposizione Kaleme. Tra i detenuti, rinchiusi nelle carceri di Evin a Teheran, di Rajai Shahr e del Khuzistan, figurano l’ex ministro dell’Industria Behzad Nabavi, che tra l’altro condusse le trattative con gli Stati Uniti nel 1980-81 per la liberazione degli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran, e gli ex vice ministri dell’Interno, Mostafa Tajzadeh, e degli Esteri, Mohsen Aminzadeh.