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Fini, il liberalismo può attendere Stampa E-mail
lunedì 06 settembre 2010
 di Alessio Di Carlo
Non è che ci si aspettasse chissà cosa dal discorso domenicale di Fini, ma almeno un po' di chiarezza sulla natura della creatura messa in piedi da questo navigato istrione della politica italiana, questo almeno sì.
Del Presidente della Camera, infatti, si riesce a comprendere sempre assai bene cosa non sia (più) ma mai con altrettanta chiarezza cosa sia diventato.
L'ultimo identikit del leader di Fli l'aveva fatto Benedetto Della Vedova, uno dei pochi liberali ad essersi aggregato alla carovana finiana, che nel corso di una puntata di Omnibus della scorsa settimana aveva ricordato l'esperienza dell'Elefantino: la creazione politica cui Fini aveva dato vita nel 1999 con Marco Taradash e Mario Segni ispirata ad un liberal-conservatorismo di massa e che, a detta di Della Vedova, costituiva l'embrione di Futuro e Libertà.
Ecco perché, magari ingenuamente, ci saremmo aspettati che ieri Gianfranco Fini la smettesse finalmente di prendere le distanze da sé stesso e iniziasse a dire qualcosa, magari di liberale, sul partito che ha in mente.
Ed invece niente.
Quanto a smarcarsi da sé stesso il Presidente dei deputati ancora una volta ha dimostrato di non essere secondo a nessuno: ha rinnegato il PdL, che “non esiste più” – ha detto - (come se mai fosse esistito) ma che ha rivendicato di aver co-fondato, denunciando la mancanza di spazi democratici in quel partito.
Il Fini neo-liberale che qualcuno ha in testa è rimasto nei sogni dei più ottimisti: a noi è toccato sentire solenni banalità in materia di giustizia ma non una parola sulla separazione delle carriere; il riferimento ad "una lapidazione di tipo islamico” subìta da parte de Il Giornale con l'affaire Tulliani che però non è bastata a Fini per cogliere l'occasione di manifestare, magari quale Presidente della Camera (già, perché almeno qualche volta potrebbe rammentare di ricoprire un ruolo istituzionale), solidarietà a Sakineh per la sua drammatica vicenda; la censura di un fantomatico "mercatismo assoluto” che, almeno nel nostro Paese, non  s'è (purtroppo) mai visto, men che meno in forma assoluta.
Manco mezza parola su temi, come quelli etici, che rischiavano di essere sdrucciolevoli nei rapporti tra le diverse componenti di Fli così come zero assoluto sulla questione monegasca che, proprio in ossequio a quel codice etico cui il partito dovrebbe ispirarsi, sempre secondo le parole di Fini di ieri, certamente avrebbe meritato. E nemmeno due righe di condanna per l'attacco subìto il giorno precedente da Renato Schifani, "collega" a Palazzo Madama.

Sembra difficile, dunque, ipotizzare un prosieguo di legislatura privo di turbolenze per  il Cavaliere, anche in considerazione della variopinta squadra di deputati e senatori che si è aggregata al Presidente della Camera, la cui eterogeneità renderebbe ardito qualsiasi pronostico.
Una cosa però è certa: se son rose fioriranno. Con tanto di spine, c'è da giurarci.
 
“Democraticus”, un'idea per il nuovo sistema elettorale Stampa E-mail
giovedì 02 settembre 2010
 di Alessio Di Carlo
Non so ancora se sottoscriverò l'appello per l'adozione del sistema uninominale al posto dell'odiato porcellum.
Intendiamoci: sull'insostenibilità del sistema attuale c'è poco da discutere.
Francamente, non se ne può più di ascoltare alcuni strenui sostenitori del sistema in vigore impegnati nella difesa di un modello che, a loro dire, avrebbe garantito la diminuzione del numero dei partiti e dunque agevolato la governabilità. Che razza di discorso: allora sarebbe bastato decidere per legge che  i partiti sono tre, i bianchi i rossi e  i blu ed il problema sarebbe stato risolto in eterno. Peccato che, così facendo, si sarebbe privato l'elettorato di qualsiasi potere di scelta dei propri rappresentanti. Che  è poi la stessa cosa che  è accaduta col porcellum.
A dire  il vero ero lì lì per firmare. Poi però ho letto il pezzo di Davide Giacalone – che riportiamo nello spazio del sito riservato agli illustri ospiti – e le perplessità sono aumentate.
Giustamente il giornalista di Libero mette in evidenza che dire uninominale non significa poi molto: di sistemi uninominali ce n'è a bizzeffe e tanti altri se ne potrebbero scrivere.
Da questo punto di vista, la tiritera dei radicali – che hanno promosso il manifesto-appello – è stucchevole e forzata al tempo stesso.
Non si può infatti affermare, come fanno Pannella e soci, che gli italiani, col referendum, scelsero il sistema americano. Siamo onesti, gli italiani scelsero (nella migliore delle ipotesi) il maggioritario l posto del sistema vigente, fermo restando che molti degli elettori ignoravano – esattamente come accade oggi – la differenza tra i vari sistemi e che in quel momento storico, non diversamente da oggi, del resto, avrebbero detto sì a qualsiasi cosa avesse potuto dare l'illusione di smontare il sistema esistente.
Anziché alle formule vuote, dunque, meglio puntare ai contenuti.
La priorità, da questo punto di vista, è restituire il diritto di scelta agli italiani e, al tempo stesso, rendere governabile il Paese. Due obiettivi che, per intenderci, potrebbero essere garantiti persino da un sistema proporzionale con preferenze ed un adeguato sbarramento.
Per contro, mettersi di traverso per un sistema uninominale a turno unico in cui il pallino restasse in mano alle segreterie di partito (senza primarie, per intenderci) vorrebbe dire lasciare sostanzialmente immutato lo stato delle cose.
La sfida allora diventa quella di permettere ai cittadini da chi intendono essere rappresentati.
Solo in quel momento, venendo a temi che interessano direttamente chi si occupa di giustizia, sarà possibile parlare di reintroduzione della sacrosanta immunità parlamentare: come atto di rispetto della volontà dell'elettorato, a patto, s'intende, d'avergli dato modo d'esprimersi.
 
Supercarcere di Rieti: la nostra provocazione Stampa E-mail
lunedì 30 agosto 2010
 di Gianluca Perricone
Tutti a parlare di emergenza carceri, tutti a proporre “nuove soluzioni” al problema, Striscia la Notizia che periodicamente segnala carceri costruite sul nostro territorio nazionale, mai aperte, vere e proprie cattedrali nel deserto che lentamente marciscono, esempio tangibile di sperpero di denaro pubblico.
Ecco, in questo scenario c’è anche il supercarcere di Rieti - struttura avanzata ed inaugurata da pochi mesi – che costituisce un altro esempio di cattiva gestione (e programmazione) delle strutture pubbliche e degli investimenti economici dello Stato. In quell’istituto penitenziario, infatti, sono state attivate soltanto due sezioni delle undici esistenti. I 113 detenuti attualmente rinchiusi in quel supercarcere (che ne conterrebbe, a pieno regime, quasi il quadruplo) «si sono ritrovati prima in due, poi in tre e alla fine in quattro per ogni cella. Ammassati in circa 4 metri per 4. Due letti a castello, uno di fronte all’altro» come ha scritto l’altro giorno la pagina locale del Messaggero. E’ giusto ricordare che ognuna di quelle celle era stata progettata per ospitare due persone; insomma una struttura penitenziaria “a misura d’uomo”.
E invece… Ancora dal Messaggero: «Il carcere è dotato di un padiglione sanitario, con macchinari radiografici e per la cura dei denti, e una zona di ricovero, ma manca il personale per aprirlo. Una riforma ha trasferito i compiti sanitari dall’amministrazione penitenziaria alle Asl locali che, come nel caso di Rieti, non hanno infermieri e medici da destinare al carcere, perché la Regione non li ha assunti. Risultato: ogni volta che un detenuto accusa un dolore, e non è sufficiente la consulenza del dottore che ogni mattina si reca in carcere, bisogna chiamare il 118 e scortarlo fino al pronto soccorso o, come spesso avviene, accompagnarlo direttamente».
Eppure in una regione come il Lazio – soprattutto a causa della presenza dei due superaffollati penitenziari romani (Regina Coeli e Rebibbia) sul territorio regionale – l’esistenza (e, naturalmente, il suo utilizzo ‘a pieno regime’) di una struttura carceraria come quella reatina contribuirebbe notevolmente ad attenuare il problema del sovraffollamento carcerario.
E invece niente. Perché, alla fine, il problema è sempre lo stesso: mancano gli agenti di Polizia Penitenziaria (in servizio ce ne sono una novantina, ne mancano quasi centottanta) e quindi quella casa circondariale nuova di zecca costruita alle pendici del monte Terminillo rischia di trasformarsi nell’ennesimo monumento allo spreco. Siamo cioè nuovamente di fronte a ciclopiche incongruenze nelle programmazione in materia di realizzazione di strutture pubbliche: è come se si costruisse un ristorante senza avere cuochi, camerieri, lavapiatti ed addetti alle pulizie per mandarlo avanti. La realizzazione di quel luogo di ristoro costituirebbe un investimento privo di ogni logica.
E come se non bastasse, la scorsa settimana un assistente capo della polizia penitenziaria reatino è stato aggredito e ferito da un detenuto.
Allora, a questo punto, ci rendiamo disponibili ad offrire, al prossimo “solone” che andrà parlando di necessità della costruzioni di nuove carceri, una gita a Rieti vitto compreso. Ma in un ristorante dotato di tutto il personale necessario per il suo funzionamento.

 
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