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Vista l'accoglienza riservata a Schifani e a Bonanni, all'ingresso della festa del Pd di Torino installeranno i tornelli.
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giovedì 09 settembre 2010 |
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UNA RIFORMA HA CONSENTITO L’IMBROGLIO di Mauro Mellini Tanto si parla e si scrive della casa a Montecarlo di Gianfranco Fini (o di chi sa chi, ma da lui “goduta” – si fa per dire). Nessuno però ha voluto (o saputo) ricordare che se questo brutto imbroglio di un patrimonio lasciato in eredità ad un partito e finito nella disponibilità personale (e para famigliare) del suo leader è stato possibile, si deve ad una riforma del regime delle persone giuridiche approvata qualche anno fa con il consenso di un po’ tutti (ed in particolare della Chiesa, che così si è liberata dei vincoli al suo patrimonio immobiliare) con l’attribuzione della personalità giuridica ed il pieno diritto di possedere immobili per associazioni e fondazioni create senza bisogno di autorizzazioni statali e senza bisogno di autorizzazioni per ricevere eredità, acquistare ed alienare immobili. Credo che tale riforma vada ascritta, anzitutto sul conto di Bassanini, giurista in quota PCI e successori. L’episodio di Fini e della casa di Montecarlo basterebbe da solo a giustificare critiche a quella riforma, che sarebbe stato meglio formulare al suo progetto, prima che fosse approvata e divenisse legge. Certo è che, come, del resto, è oramai d’uso in Italia, le riforme si fanno sulla base di considerazioni unilaterali e parziali, per soddisfare il clamore sollevato da qualche caso particolare. Senza tener conto dei tanti casi particolari, che, quindi, particolari non saranno, che potranno e dovranno venir dopo. Certo è che, mentre, in nome della “trasparenza” e della lotta a riciclaggi più o meno possibili e reali, si è, ad esempio, pressoché demolito tutto il sistema della circolazione degli assegni bancari, del segreto bancario etc., con il nuovo regime di associazioni e fondazioni si è probabilmente aperto un ventaglio di possibilità nuove proprio al riciclaggio e, comunque, ad affari poco chiari. E’ improbabile, ma anche tutt’altro che auspicabile, che il caso Fini non suggerisca qualche altra riforma unilaterale (per non dire altro). Purtroppo non ne mancheranno altre occasioni.
(segue: Riflessioni in un’estate scombinata)
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lunedì 06 settembre 2010 |
di Alessio Di Carlo Non è che ci si aspettasse chissà cosa dal discorso domenicale di Fini, ma almeno un po' di chiarezza sulla natura della creatura messa in piedi da questo navigato istrione della politica italiana, questo almeno sì. Del Presidente della Camera, infatti, si riesce a comprendere sempre assai bene cosa non sia (più) ma mai con altrettanta chiarezza cosa sia diventato. L'ultimo identikit del leader di Fli l'aveva fatto Benedetto Della Vedova, uno dei pochi liberali ad essersi aggregato alla carovana finiana, che nel corso di una puntata di Omnibus della scorsa settimana aveva ricordato l'esperienza dell'Elefantino: la creazione politica cui Fini aveva dato vita nel 1999 con Marco Taradash e Mario Segni ispirata ad un liberal-conservatorismo di massa e che, a detta di Della Vedova, costituiva l'embrione di Futuro e Libertà. Ecco perché, magari ingenuamente, ci saremmo aspettati che ieri Gianfranco Fini la smettesse finalmente di prendere le distanze da sé stesso e iniziasse a dire qualcosa, magari di liberale, sul partito che ha in mente. Ed invece niente. Quanto a smarcarsi da sé stesso il Presidente dei deputati ancora una volta ha dimostrato di non essere secondo a nessuno: ha rinnegato il PdL, che “non esiste più” – ha detto - (come se mai fosse esistito) ma che ha rivendicato di aver co-fondato, denunciando la mancanza di spazi democratici in quel partito. Il Fini neo-liberale che qualcuno ha in testa è rimasto nei sogni dei più ottimisti: a noi è toccato sentire solenni banalità in materia di giustizia ma non una parola sulla separazione delle carriere; il riferimento ad "una lapidazione di tipo islamico” subìta da parte de Il Giornale con l'affaire Tulliani che però non è bastata a Fini per cogliere l'occasione di manifestare, magari quale Presidente della Camera (già, perché almeno qualche volta potrebbe rammentare di ricoprire un ruolo istituzionale), solidarietà a Sakineh per la sua drammatica vicenda; la censura di un fantomatico "mercatismo assoluto” che, almeno nel nostro Paese, non s'è (purtroppo) mai visto, men che meno in forma assoluta. Manco mezza parola su temi, come quelli etici, che rischiavano di essere sdrucciolevoli nei rapporti tra le diverse componenti di Fli così come zero assoluto sulla questione monegasca che, proprio in ossequio a quel codice etico cui il partito dovrebbe ispirarsi, sempre secondo le parole di Fini di ieri, certamente avrebbe meritato. E nemmeno due righe di condanna per l'attacco subìto il giorno precedente da Renato Schifani, "collega" a Palazzo Madama.
Sembra difficile, dunque, ipotizzare un prosieguo di legislatura privo di turbolenze per il Cavaliere, anche in considerazione della variopinta squadra di deputati e senatori che si è aggregata al Presidente della Camera, la cui eterogeneità renderebbe ardito qualsiasi pronostico. Una cosa però è certa: se son rose fioriranno. Con tanto di spine, c'è da giurarci. |
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giovedì 02 settembre 2010 |
di Alessio Di Carlo Non so ancora se sottoscriverò l'appello per l'adozione del sistema uninominale al posto dell'odiato porcellum. Intendiamoci: sull'insostenibilità del sistema attuale c'è poco da discutere. Francamente, non se ne può più di ascoltare alcuni strenui sostenitori del sistema in vigore impegnati nella difesa di un modello che, a loro dire, avrebbe garantito la diminuzione del numero dei partiti e dunque agevolato la governabilità. Che razza di discorso: allora sarebbe bastato decidere per legge che i partiti sono tre, i bianchi i rossi e i blu ed il problema sarebbe stato risolto in eterno. Peccato che, così facendo, si sarebbe privato l'elettorato di qualsiasi potere di scelta dei propri rappresentanti. Che è poi la stessa cosa che è accaduta col porcellum. A dire il vero ero lì lì per firmare. Poi però ho letto il pezzo di Davide Giacalone – che riportiamo nello spazio del sito riservato agli illustri ospiti – e le perplessità sono aumentate. Giustamente il giornalista di Libero mette in evidenza che dire uninominale non significa poi molto: di sistemi uninominali ce n'è a bizzeffe e tanti altri se ne potrebbero scrivere. Da questo punto di vista, la tiritera dei radicali – che hanno promosso il manifesto-appello – è stucchevole e forzata al tempo stesso. Non si può infatti affermare, come fanno Pannella e soci, che gli italiani, col referendum, scelsero il sistema americano. Siamo onesti, gli italiani scelsero (nella migliore delle ipotesi) il maggioritario l posto del sistema vigente, fermo restando che molti degli elettori ignoravano – esattamente come accade oggi – la differenza tra i vari sistemi e che in quel momento storico, non diversamente da oggi, del resto, avrebbero detto sì a qualsiasi cosa avesse potuto dare l'illusione di smontare il sistema esistente. Anziché alle formule vuote, dunque, meglio puntare ai contenuti. La priorità, da questo punto di vista, è restituire il diritto di scelta agli italiani e, al tempo stesso, rendere governabile il Paese. Due obiettivi che, per intenderci, potrebbero essere garantiti persino da un sistema proporzionale con preferenze ed un adeguato sbarramento. Per contro, mettersi di traverso per un sistema uninominale a turno unico in cui il pallino restasse in mano alle segreterie di partito (senza primarie, per intenderci) vorrebbe dire lasciare sostanzialmente immutato lo stato delle cose. La sfida allora diventa quella di permettere ai cittadini da chi intendono essere rappresentati. Solo in quel momento, venendo a temi che interessano direttamente chi si occupa di giustizia, sarà possibile parlare di reintroduzione della sacrosanta immunità parlamentare: come atto di rispetto della volontà dell'elettorato, a patto, s'intende, d'avergli dato modo d'esprimersi. |
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