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 Al meeting di Cl a Rimini, come nel Pd a Roma: un imbucato. Pierluigi Bersani.

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Maddalena, la Madonna dei Giudici Stampa E-mail
lunedì 07 giugno 2010

Imagedi Alessio Di Carlo
“Nomen omen” dicevano i latini per intendere che le caratteristiche di una persona sono spesso iscritte nel suo stesso nome.
E dev'essere stato il riferimento mariano a far dichiarare al procuratore di Torino, Marcello Maddalena, di essere “in difficoltà a partecipare ad uno sciopero. E' come se un sacerdote scioperasse non celebrando messa”.
Senza girarci tanto attorno, l'affermazione del magistrato torinese fa accapponare la pelle poiché tradisce il malcelato spirito insito in una parte della categoria dei togati italiani che crede di esercitare una sorta di potere divino. Di qui a ritenersi al di sopra della legge stessa,  il passo è breve.

E' dunque un invito alla riflessione quello che trasmettiamo al dipendente pubblico Marcello Maddalena – magistrato dello stato e non di un culto religioso – che, proprio in quanto tale, dovrebbe legittimamente ritenersi libero e nella facoltà di scioperare secondo quanto è dato fare alle altre categorie di dipendenti pubblici esercenti funzioni tanto elevate.

Nessuno scandalo dunque dinanzi all'agitazione delle toghe.

Così come nessuno scandalo dovrebbe suscitare l'imposizione a queste di un orario di lavoro ben preciso al pari di quanto accade per gli altri dipendenti dello Stato.

Eppure saremmo pronti a scommettere che quanti oggi reclamano il diritto allo sciopero (sacrosanto, come detto, dal nostro punto di vista), farebbero il diavolo a quattro solo a sentire parlare del dovere, tanto per dirne una, di timbrare un cartellino.

E allora Maddalena, la nuova Madonna dei Giudici, farà bene quindi a scendere tra gli umani, accettando oneri ed onori che ne conseguono.

 
Buono sciopero Stampa E-mail
giovedì 03 giugno 2010
di Alessio Di Carlo
Lunedì scorso, non appena concluso l'incontro avvenuto tra Anm e Intermagistrature con il sottosegretario Letta (e non appena arrivata la firma di Napolitano in calce alla manovra) l'Associazione Nazionale Magistrati ha diramato un comunicato con cui ha sottolineato le “gravi ingiustizie e l’irrazionalità degli interventi approvati che incidono pesantemente sulle retribuzioni dei magistrati, in particolare di quelli più giovani”.

Che il confronto tra le toghe e il rappresentante di palazzo Chigi sia stato tutt'altro che pacato si evidenzia anche dalle parole di Aldo Morgigni, di Magistratura Indipendente, che ha auspicato l'avvio di una azione associativa che metta al centro la questione economica, “finora sempre accantonata – scrive Morgigni sul sito di MI - in nome di diverse strategie che non ci hanno portato da nessuna parte”.

E' dunque più che probabile che dalla convocazione del Comitato direttivo centrale dell'ANM prevista per dopodomani, verrà proclamato lo sciopero o altre forme di protesta secondo le forme e le modalità che gli stessi magistrati decideranno.

Abbiamo già scritto nel merito e non è certo il caso di insistere: i magistrati si mettono in agitazione per questione di saccoccia e – nonostante la consistenza delle indennità che percepiscono – possiamo anche capirli.

E' invece probabile che si riproporrà il tema della ammissibilità dello sciopero – ed in generale delle forme di protesta – da parte degli appartenenti all'ordine giudiziario.

La questione fa venire alla mente l'abitudine di Beppe Grillo e dei suoi adepti di definire, approssimativamente e populisticamente, “nostri dipendenti” i membri del Parlamento.

Perfino il comico genovese ed  i suoi vaffanculini comprenderanno come definire “dipendenti” i parlamentari sia una sciocchezza. E non occorre scomodare, tanto per dirne una, il principio costituzionale che stabilisce la non imperatività del vincolo di mandato del rappresentante del popolo. Basta, ad esempio, domandarsi se il deputato possa  o meno scioperare.

E' ovvio che la risposta non può che essere negativa poiché – con buona pace delle sparate demagogiche di Grillo – i delegati del popolo non sono dipendenti dello Stato ma rappresentanti del Potere Legislativo. Idem dicasi per  i membri dell'esecutivo: non osiamo immaginare la reazione dello stesso Grillo se  il dipendente Brunetta, giusto per fare un esempio, decidesse di ricorrere allo sciopero come forma di protesta.

Quello della ammissibilità dello sciopero da parte delle toghe diviene dunque un tema centrale per intendersi una volta per tutte sul carattere da riconoscere alla Magistratura: se quello di vero e proprio Potere costituzionale oppure di Corpo che tale potere esercita.

Per chi, come  il sottoscritto, ha sempre optato per la seconda interpretazione, ritenendo i Magistrati nient'altro che alti funzionari dello Stato, non c'è alcuna difficoltà a riconoscere loro il diritto di sciopero e di tutte le altre forme di protesta consentite ai lavoratori dipendenti in genere.

Quel che invece capita assai spesso, e su cui varrà la pena riflettere, è l'interpretazione assai discutibile di quanti, a seconda delle convenienze, ergono le Toghe a Potere Costituzionale, reclamandone prerogative e privilegi, oppure, al contrario, intendono attribuire ai Magistrati tutti i diritti del semplice cittadino senza gli oneri connessi all'esser parte di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato.

Detto questo, buono sciopero signori magistrati.
 
Cross di Ciampi, colpo di testa di Padellaro...GOL(PE)!!!!! Stampa E-mail
lunedì 31 maggio 2010
 di Alessio Di Carlo
Chiunque merita rispetto, specie se anziano, ancor di più se è stato Presidente della Repubblica.
Detto questo aggiungiamo che non ci sono più le mezze stagioni, che i sapori non sono più quelli di una volta e che “la pedofilia è un peccato terrificante, oltre che un reato” (Cardinale Angelo Bagnasco, 28 maggio).

Finito il festival delle banalità, facciamo un salto indietro tornando alle dichiarazioni di qualche giorno fa dell'Emerito Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi secondo cui “nel luglio del 1993 ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. E lo penso ancora oggi".

Le parole di Ciampi seguono quelle di Walter Veltroni (non so se avete presente, l'ex direttore de L'Unità, l'ex Sindaco di Roma ed ex segretario del Pd) che a sua volta era stato imbeccato dal procuratore Grasso.

Ma a buttar dentro allo shaker le surreali dichiarazioni dell'ex capo dello Stato ci ha pensato Il Fatto Quotidiano di ieri che – secondo il collaudatissimo (ed assai redditizio) – stile Travaglio & Co. - ha messo insieme un pezzetto di verità preso di qua, un boccone di sospetto trovato di là, il chiacchiericcio che proviene da vattelapesca... shakerare e servire fresco il cocktail secondo cui la Mafia e Silvio Berlusconi (che sarebbero poi la stessa cosa) nel 1993 fondarono Forza Italia per tentare un golpe, anche se non si capisce bene con quali mezzi.

Dispiace davvero constatare come l'Emerito Presidente si sia – involontariamente, è evidente – prestato alle strumentalizzazioni di Padellaro & Co. che narrano la cronistoria dei fatti accaduti nel novembre 1993, quello per intenderci, del famoso “Non ci sto” si Scalfaro a pagina 3 del numero di ieri intitolato “NOVEMBRE 93, NUOVI PARTITI ALL'OMBRA DI UN GOLPE”.

La costruzione dell'articolo è tale da lasciar intendere che il Presidente Scalfaro stesse tentando di arginare l'ormai imminente discesa in campo di una entità politica (Forza Italia, già “partito di plastica”, adesso usa esser definita in questo modo) che, per usare un eufemismo, non sarebbe stata ostile alla Mafia (e viceversa).

Nell'articolo vengono anche riprese le parole di Ciampi – all'epoca Presidente del Consiglio - che secondo l'articolo di ieri “ricostruisce  il clima di quei giorni” sciorinando i terrificanti fatti del 1993 e facendo outing riguardo il timore di un golpe.

Peccato che Il Fatto non dica che il “Non ci sto” di Scalfaro fu determinato dalla necessità dello stesso di difendersi dall'accusa di aver percepito ingentissime cifre di denaro dai servizi segreti quando ricopriva  il ruolo di Ministro dell'Interno.

E doppiamente peccato perché l'articolo riporta, in virgolettato, le dichiarazioni di Ciampi che però sono relative al luglio del 2003 e non al novembre dello stesso anno. Si badi, non si tratta di una questione di lana caprina visto che nel luglio del 2003 s'era distanti almeno quattro mesi dallo “sdoganamento” del Cavaliere nei confronti di Gianfranco Fini. Eravamo, per così dire, ad uno stato meno che embrionale di Forza Italia.

E allora quell'assist, speriamo involontario, di Ciampi a Padellaro suona talmente ardito da sfiorare  il ridicolo.

Se proprio si vuol parlare di colpo di stato, si presti attenzione alla rilettura del fenomeno di tangentopoli – che ebbe inizio nel 1993 e non nel 1992 – proposta da anni di Mauro Mellini che, senza mezzi termini, parla ed ha sempre parlato di golpe giudiziario.

Allora sì che si scoprirebbe che le paure di Ciampi erano fondate eccome, perché il golpe, effettivamente, vi fu.
Ma non certo per mano di Silvio Berlusconi.
 
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