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ANM di lotta e di Governo Stampa E-mail
giovedì 22 aprile 2010
 Ne ho già scritto e mi scuso se insisto – ingenuo come sono - ma continuo a non capire per quale ragione i massimi rappresentanti dei nostri organismi costituzionali continuino a ospitare, consultare, convocare gli esponenti della privata associazione di cittadini denominata ANM. E' successo di nuovo ieri, quando il Presidente del Senato Schifani ha ricevuto una delegazione della Giunta esecutiva centrale dell'Associazione composta dal presidente Luca Palamara e dal segretario generale di Magistratura indipendente Antonietta Fiorillo. Tema della discussione? le proposte di modifica del testo sulle intercettazioni, nonché le ipotesi di riforme in materia di giustizia. Continua a sfuggirmi l'esistenza di una fonte tale da legittimare l'Anm a simili interlocuzioni nonché – ma non è certo questo il problema – perché altrettante attenzioni il Presidente Schifani non ritenga di dovere alle analoghe associazioni dell'avvocatura. Ma non è questo, dicevo, il punto, quanto piuttosto una sorta di doppiogiochismo palesemente in atto da parte dell'Anm che se da un lato mostra il proprio profilo istituzionale in doppiopetto grigio rispondendo ai generosi inviti rivolti dalla Presidenza del Senato, dall'altro, stando a quanto denuncia l'Unione delle Camere Penali, eserciterebbe “indebite pressioni nei confronti del Consiglio Superiore della magistratura affinché questo non proceda con ai trasferimenti d'ufficio una volta completato l'esame delle domande dei magistrati che hanno fatto richiesta di trasferimento verso le sedi disagiate. L'esame delle domande di trasferimento – afferma l'UCPI - dovrebbe concludersi entro la fine di aprile, poi il CSM dovrà avviare e portare a termine entro qualche settimana i trasferimenti d'ufficio verso le sedi rimaste prive di copertura. Tuttavia, continuiamo a temere che la magistratura associata voglia scongiurare il ricorso ai trasferimenti d'ufficio per consentire la copertura degli uffici giudiziari che intanto continuano a scontare gravi problemi di efficienza e funzionalità”. L'UCPI ha spiegato che “ulteriori ritardi saranno considerati la riprova delle indebite pressioni dell'Associazione Nazionale Magistrati sull'organo di governo della magistratura per rimandare o addirittura soprassedere sui trasferimenti d'ufficio in vista della scadenza elettorale per il rinnovo del CSM”. E allora si decida l'ANM: toga rossa o doppiopetto blu. Personalmente i giudici li preferirei in toga nera. Ma questo fa parte dell'ingenuità di cui dicevo all'inizio.
                                                                                                   (adc)
 
I pentiti revocano la fiducia a Lombardo Stampa E-mail
lunedì 19 aprile 2010
 di Mauro Mellini
Sicilia: aria di crisi. La coalizione M.P.A.-Fazione Miccichè della C.d.L. scricchiola. I “cucinieri” delle operazioni di potere regionale danno Lombardo per “cotto”. Lui rifiuta di arrendersi, va nell’aula del più antico Parlamento del mondo a difendersi. Non si ritira con un piatto di cannoli come il suo predecessore Cuffaro che così celebrò la condanna a “soli” cinque anni, né si raccoglie in preghiera e giaculatorie alla Madonna.
Ma non è fuori del guado. Quelli che se ne intendono affermano che, se Cuffaro festeggiò con i cannoli i “soli” cinque anni, e subito si provvide in appello a dargliene sette, così se due pentiti non sono bastati a piegare Lombardo, ne verranno fuori tutti quelli che saranno “necessari” per far cadere anche lui.
Si parla quindi di “ritorno alle urne”.
Più propriamente, dopo la caduta di Cuffaro e la vittoria di Lombardo e la formazione del suo governo, si dovrebbe prendere atto, intanto, del “ritorno alla Procura”.
La riforma elettorale regionale ha inciso sul sistema politico siciliano, caratterizzato fino ad allora da una perenne “mobilità” di presidenza e di giunta, legando la durata della legislatura del Parlamento regionale (così si chiama il Consiglio siciliano) alla permanenza in carica del Presidente della Regione, come ora avviene, del resto, in tutte le altre Regioni della Repubblica.
Ma, questa riforma che avrebbe dovuto incidere profondamente addirittura sul costume politico dell’Isola, ha fatto i conti senza l’oste. Se i partiti del Parlamento non possono più fare giuochi e manovre per provocare salite e cadute di presidenti e giunte, li possono fare il P.d.M., il partito dei magistrati ed il suo braccio secolare: i pentiti.
Ad eleggere il Presidente della Regione è ora direttamente il Popolo. Per eleggerlo ci vuole il voto popolare. Però per licenziarlo basta il voto dei pentiti o, al più, quello dei magistrati che lo tirano fuori dal cilindro come il classico coniglio.
Lombardo, oltre a mostrare una grinta cui il rubicondo suo predecessore non sapeva e non poteva atteggiare il suo faccione, aveva cercato di prendere le sue precauzioni. Nella sua giunta aveva inserito ben quattro magistrati. Così il P.d.M. poteva considerarsi una “componente” preponderante nella giunta Lombardo. Non è bastato. Probabilmente, oltre l’aumento delle “pretese”, hanno giuocato la confusione e le fratture che regnano nel P.d.M. come in tutti i partiti, specie in Sicilia. Oppure è il metodo della inclusione di magistrati nelle compagini di governo che, di per sé, non funziona come garanzia rispetto ai pericoli di una invadenza giudiziaria tendenzialmente anarcoide ed “antipolitica”.
D’altro canto la “grinta” di Lombardo, innegabile al paragone con il suo predecessore, si è manifestata essenzialmente con un contrattacco “antimafia”, con la denunzia di altri uomini politici tacciabili non so se di “contiguità” o di “concorso esterno” presenti nell’area del “complotto” in suo danno. Pare, però, che la “bomba” di quella controaccusa sia risultata un petardo.
I pentiti hanno il potere di disfare i governi regionali, i verbali sostituiscono i voti popolari. Ma a registrare pentiti, intercettazioni etc. etc. sono pur sempre le Procure. E dalle Procure partono le “fughe di notizie” e ci sono fughe e fughe.
Ma, soprattutto, una volta accettato il metodo di una lotta politica fatta di colpi di pentiti e di intercettazioni e di parate fatte con l’inclusione di magistrati nelle compagini di governo è vano sperare che il giuoco possa svolgersi con regole che i politici possano determinare o solo controllare.
Intanto anche il Ministro Alfano pare voglia battere la strada dell’”adeguamento” al metro dell’antimafia. Mentre nella sua Città, Agrigento, tramonta la grottesca parabola di un ecogiustizialista propenso alle diffamazioni ricattatorie, già beniamino di magistrati che alimentarono le sue millanterie e le sue sopraffazioni, personaggio con il quale Alfano preferì una sorta di patto di non aggressione che, bene o male, ha retto per anni, il Ministro Guardasigilli, uno dei possibili “delfini” del Berlusca, consolida la sua posizione. Come? Acquisendo “benemerenze” antimafia cittadine, regalando alla sua città l’applicazione del “41 bis” ad alcuni boss locali detenuti in varie parti d’Italia. Una misura che il Ministero ed il Parlamento hanno avuto cura di sottrarre, di fatto, ad una autentica garanzia giurisdizionale, eludendo e sbeffeggiando anche quelle modeste condizioni minime, che la Consulta aveva prescritto.
I giudici dovranno sì, nel decidere i reclami contro i decreti ministeriali di applicazione di quella norma di rigore, evitare di ricorrere a presunzioni di pericolosità e di permanenza del collegamento con le cosche, ma le prove da dare di tali elementi le potranno fornire solo le Procure e la Polizia dei Reparti Speciali. Il resto non conta. Altro “merito” del “Ministro”.
Non ci auguriamo di certo che l’efficacia di “garanzie”, di questi “meriti”, faccia la fine di quella delle “garanzie” cercate da Lombardo. Piuttosto vorremmo cercare di fargli capire di non contarci troppo e di cercare altrove un ruolo al livello della sua intelligenza ed anche della sua storia. Un augurio che mai neppure arriverà alle sue orecchie.
 
L'impedimento è legittimo Stampa E-mail
giovedì 15 aprile 2010
di Alessio Di Carlo
 Attorno al legittimo impedimento, recentemente divenuto legge dello stato, si muovono diverse iniziative, sia giudiziarie che politiche, da parte di vari esponenti di quel Partito dei magistrati che da anni Mauro Mellini evoca e descrive con straordinaria nitidezza.
Da un lato c'è il pm del processo sui diritti tv di Mediaset, Fabio De Pasquale, secondo cui la norma, oltre ad essere incostituzionale, avrebbe la portata esplosiva “di un petardo bagnato” visto che la legge sposterebbe poco o niente, limitandosi a tipizzare i casi nei quali Silvio Berlusconi può ottenere un rinvio delle udienze per impegni istituzionali. «Ma legittimo impedimento e impossibilità assoluta a essere presente in aula sono due cose diverse – ha sostenuto il Pm – due opposti del dilemma che i giudici sono chiamati a sciogliere».
Con il dovuto rispetto per  il magistrato milanese, l'affermazione non ci sembra condivisibile.
Secondo l'art. 420 ter del codice di procedura penale (ci scusiamo per il tecnicismo) “quando l'imputato, anche se detenuto, non si presenta all'udienza e risulta che l'assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice, con ordinanza, anche d'ufficio, rinvia ad una nuova udienza e dispone che sia rinnovato l'avviso all'imputato, a norma dell'articolo 419, comma 1”.
Par di capire dunque, dalla lettura della norma, che quella posta dal PM milanese sia una questione di lana caprina o poco più.
E' dunque da presumere che la corte milanese, qualora riterrà non manifestamente infondata e rilevante la questione, rimetterà le questione alla Corte Costituzionale.
Nelle stesse ore si agita un altro (ex) Pm: Antonio Di Pietro che aveva dichiarato immediatamente che avrebbe promosso il referendum abrogativo e che non s'è fatto attendere.
Il leader dell’IdV, accompagnato da Leoluca Orlando, Massimo Donadi, Felice Bellisario e Silvana Mura, ha depositato all’ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione il quesito con cui si chiede l’abrogazione della legge sul legittimo impedimento e potrà quindi iniziare la raccolta delle firme che, successivamente, dovranno essere vagliate dalla Suprema Corte.
Ma  il principale alleato dell'Italia dei Valori non sembra aver gradito l'iniziativa se  è vero come  è vero che nei giorni passati lo stesso Pier Luigi Bersani aveva dichiarato di avere scarsa fiducia nello strumento referendario, vista la difficoltà ormai conclamata a raggiungere  il quorum. Ecco dunque perché il  Pd, almeno ufficialmente,  non raccoglierà le firme.
Questo lo stato dell'arte.
 A noi pare che una volta tanto Di Pietro e PD, De Pasquale e Santoro, Grillo e Travaglio, farebbero bene a mettersi l'anima in pace rispetto ad un provvedimento che certamente non apprezzeranno (a proposito, sarebbe bello se il garantismo dimostrato in questi giorni nei confronti degli esponenti di Emergency fosse praticato sempre e nei confronti di chiunque) ma che con ogni probabilità permetterà al Premier di governare fino a fine mandato senza la spada di Damocle del tribunale di Milano.
Lor signori, si mettano tranquilli.
 
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