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Vista l'accoglienza riservata a Schifani e a Bonanni, all'ingresso della festa del Pd di Torino installeranno i tornelli.
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martedě 30 marzo 2010 |
Ore 4,00. Apro il sito dell'Ansa e leggo che Emma ha trionfato. Pochi attimi e m'accorgo che il titolo non si riferisce alla Bonino ma a Emma Marrone, la cantante che ha vinto l'ultima edizione di Amici. Dunque sono spacciato, inchiodato dall'articolo pubblicato ieri, scritto nella convinzione che sarebbe stata Emma Bonino la nuova Governatrice del Lazio. Avevo promesso cinque minuti di vergogna in caso d'errore e mi accingo alla penitenza. Mi sia però permessa una domanda: ma se il centrosinistra non vince così, quand'è che vince? |
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lunedě 29 marzo 2010 |
di Alessio Di Carlo Dunque Emma Bonino è il nuovo Governatore del Lazio. Secondo alcuni l'arrivo della vicepresidente del senato alla guida della giunta laziale non provocherà particolari scossoni, secondo altri invece si tratterà di una rivoluzione. Ci iscriviamo alla seconda scuola di pensiero ma con una aggiunta: a nostro avviso non sarà solo il Lazio ad essere travolto da Emma ma anche il Pd (previsione facile facile) e lo stesso movimento radicale. Andiamo per ordine: si fa presto a dire – ed è evidente – che la gestione di una Regione, per di più grande e complessa come il Lazio, non dipende certamente solo dal suo Governatore. E' pur vero, però, che la Bonino si gioca su questa elezione non solo tutta la propria credibilità ma quella cinquantennale del movimento radicale. Il mestiere di Governatore del Lazio non è quello di Commissario europeo in cui pure Emma si è cimentata e con riconoscimenti unanimi. Ma nonostante la difficoltà del compito, siamo convinti che i furbacchioni, gli amici, gli amici degli amici, non passeranno una bel periodo. Quella che è scattata oggi è l'ora, legale, della Regione Lazio. Venendo al resto e tralasciando la disamina delle sventure del Pd – che finiscono per risultare addirittura ingigantite dalla vittoria di Emma – che saranno oggetto d'analisi a partire da oggi e per almeno due mesi, vogliamo soffermarci un attimo su quanto l'affermazione della vicepresidente del Senato comporterà all'interno delle dinamiche del movimento radicale. Chi conosce bene Marco Pannella è pronto a scommettere che la vittoria di Bonino non era negli auspici e nei piani del vecchio leader radicale. Del resto, non fosse stata per la dabbenaggine degli esponenti del PdL (hai voglia Presidente a dire che non sono stati fatti errori...), l'esito sarebbe stato probabilmente diverso. E invece la Madonna Laica Radicale si trova a guidare la giunta regionale laziale, con buona pace del Marco nazionale che perde d'un colpo il suo pezzo migliore. Emma candidata a tutto, Emma che è il braccio rispetto a Marco la mente, Emma capolista in ogni competizione elettorale, Emma in giro per il mondo a difendere i diritti umani. Per cinque anni, niente di tutto questo. Emma a fare i conti con la sanità laziale, altro che Uiguri e scioperi della fame e della sete. Resisterà la comunità radicale alla vacanza quinquennale di Bonino? Ce la farà il vecchio leone radicale a tirare avanti da solo la baracca di Torre Argentina? Staremo a vedere. Noi pensiamo di no. PS: E' chiaro che se dopo tanto sproloquiare dovesse essere la Polverini ad affermarsi, saremo pronti ai nostri cinque minuti di vergogna. |
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giovedě 25 marzo 2010 |
di Mauro Mellini L’altro giorno Berlusconi, tornato in lizza dopo un periodo di autoscuramento, ha parlato dei comportamenti di certi magistrati come della più grave patologia nel sistema democratico. Berlusconi alludeva ad un fenomeno che in realtà, pur essendo riconducibile alla responsabilità di alcuni magistrati, si materializza in uno scompenso tra i diversi poteri, così che si può e si deve parlare di posizione patologica della magistratura (trascinata tutta nel conflitto che non può essere relativo alle persone ma alle istituzioni) sull’equilibrio dei poteri. Ma il termine patologia, che finalmente ha ingresso nel linguaggio politico e nella polemica sulla giustizia, non riguarda solo l’equilibrio dei poteri. C’è (certamente connessa con lo scompenso istituzionale) una complessa patologia giudiziaria che meriterebbe di essere oggetto di un’indagine a vasto raggio, anzi, che dovrebbe divenire autonoma disciplina degli studi giuridici e rappresentare nel metodo di tali studi una angolazione essenziale per l’approfondimento dei vari istituti e questioni.
Non pensavo certamente di aprire al pensiero giuridico un nuovo campo di studio quando, alcuni anni fa, scrissi un modesto libretto: “La fabbrica degli errori – breviario di patologia giudiziaria”. Ecco: patologia giudiziaria.
Abituato a predicare al vento, non mi sono certo fatto illusioni rispetto all’eventualità che qualcuno volesse adottare il concetto e, soprattutto, esserne veramente stimolato a trovare, con esso e per esso, un nuovo metodo ed un nuovo campo per gli studi giuridici. Del resto non ho mai pensato di rivolgermi, per certe mie prediche, agli studiosi piuttosto che ai politici, ben sapendo che i primi sono ben più conformisti e desiderosi del “politicamente corretto” dei secondi e che eventuali eccezioni hanno peggiore sorte tra i primi che tra i secondi.
Ora Berlusconi, che certamente non ha mai sentito parlare di quel pur ambizioso libretto, ha adottato, sia pure con riferimenti e significato in parte diversi, il termine “patologia” e “patologico”. Meglio tardi che mai e meglio un’edesione inconscia che un’indifferenza attenta ed informata.
Ma lasciamo da parte questi riferimenti di poco conto al passato, che forse dovrei riconoscere essere un po’ narcisistici.
Oggi troppe cose impongono di parlare di “patologia”. Molte delle stesse novità legislative, giurisprudenziali e dottrinali sono solamente delle manifestazioni patologiche nel vecchio tessuto dell’ordinamento giuridico. Di contro molte pretese riforme, anche d’ordine costituzionale, sono state concepite quali riforme non già del vecchio ordinamento, ma della sua patologia, degli abusi su di esso e contro di esso perpetrati. Così abbiamo avuto leggi per “vietare l’abuso”, come dire: pestare l’acqua nel mortaio. Altra cosa, infatti, è modificare una normativa sana per renderla più “resistente” all’abuso, per rafforzarla contro interpretazioni e, prassi fuorvianti, altra cosa è “lavorare” sull’abuso. La riforma costituzionale del c.d. “giusto processo” è un tipico esempio della assunzione della patologia di un sistema per farne la base del suo sviluppo e delle riforme che si vogliono realizzare.
Oggi il sistema giudiziario italiano è affetto da così rilevanti ed estese patologie, che studiarne la struttura ed il funzionamento prescindendo dalla patologia è fuorviante e pressoché inutile.
Del resto la patologia, per quanto estesa e radicata, è pur sempre patologia ed è impossibile confondere questa con un sistema fondato sulla consuetudine e sulle prassi, confondendo queste, con l’errore, l’ignoranza, l’incapacità, il lassismo, l’intenzionale deviazione dai testi legislativi, per quanto tollerati ed in qualche modo legittimati, ad esempio, da una vasta giurisprudenza di legittimità (si fa per dire) tesa manifestamente a “coprire” errori e prassi dilaganti allo scopo di consentire, comunque il “funzionamento” della pur scassatissima macchina.
D’altra parte oggi un buon avvocato deve fare i conti con l’ignoranza di alcuni giudici (cioè con l’eventuale ignoranza del giudice) come e, magari, più di quanto dovrebbe farla con la loro sapienza, la preparazione ed il buon senso. In qualche misura anche i giudici debbono fare i loro conti con l’ignoranza degli avvocati. L’ignoranza di certi magistrati è, poi, abissale ed inimmaginabile. Studiare, oltre alla dottrina degna di tale nome, la giurisprudenza del livello migliore, le sentenze che segnano momenti di progresso del pensiero giuridico, anche le sentenze più assurde, i capi di imputazione sgrammaticati ed impasticciati (pensiamo a quelli redatti da una certa Sostituta di Agrigento, ma ve ne sono di tanti non meno memorabili pasticcioni ignoranti) dovrebbe riconoscersi essere utilissimo: anche perché da certi capolavori di asinità nascono questioni giuridiche sopraffine.
Sulla rivista “Il Giusto processo” di Giancarlo Lehner, anni fa scrissi un articolo: “L’ignoranza come elemento di evoluzione dell’ordinamento giuridico”. Ricordo che un autentico giurista, Febbraio, allora Rettore a Macerata, cui avevo in “anteprima” esposto la tesi di tale articolo che avevo in mente, ritenne dapprima che si trattasse di uno scherzo, di una battuta satirica. Ma quando gli feci presente che, in fondo, ogni conoscenza è la somma algebrica di ciò che è noto e ciò che è ignorato, mi parve convinto che d’altro si trattasse.
Tornando alla “conoscenza dell’ignoranza” come elemento della necessaria sapienza professionale dell’avvocato e “ferro del mestiere” della sua professione, credo non si possa dimenticare che nei Paesi anglosassoni ed in quelli in cui vige il sistema della giuria, lo studio degli atteggiamenti, delle reazioni, ed anche di certe ottusità e pregiudizi delle giurie, è imprescindibile lavoro e studio di ogni buon avvocato e quanto questi ne sappia ricavare è una della chiavi della sua valentia professionale.
Altra, naturalmente, è l’essenza della “conoscenza dell’ignoranza” per gli avvocati e per i magistrati italiani (quelli, naturalmente che non sono solo oggetto di tale studio). Ed ancor più diversa è, o dovrebbe essere, ché non sembra proprio esservene traccia, tale conoscenza necessaria a legislatori ed uomini politici.
Quella di Berlusconi sarà dunque solo una parola trovata per la frase di giornata. Ma, anche se è così, non è detto che debba rimanere quella di una giornata. Repetita juvant. Anche quando le cose si ripetono perché non se ne sanno trovare altre, la ripetizione ha i suoi effetti.
L’ignoranza (nel senso più ampio) è, come si è detto, elemento essa stessa di evoluzione dell’ordinamento giuridico e della capacità di modificarlo. |
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