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 Al meeting di Cl a Rimini, come nel Pd a Roma: un imbucato. Pierluigi Bersani.

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Dis(ordine) degli avvocati di Roma Stampa E-mail
giovedì 04 marzo 2010
di Mauro Mellini
Ventiquattromila avvocati, quanti se ne contano nell’Albo di Roma, non sono un corpo da organizzarsi facilmente e facilmente poter esprimere la migliore delle rappresentanze (Consiglio dell’Ordine).
Le elezioni da parte di un numero così rilevante di professionisti, che in massima parte sono assolutamente sconosciuti fra loro, che contano fra di loro assai più “abusivi” di quanti se ne possano immaginare, che sono dispersi in una Città anch’essa socialmente scombinata dalle proporzioni enormi e con connettivi sfasciati, specie se si considera che debbono avvenire con meccanismi elettorali concepiti per corpi di poche centinaia (al massimo) di iscritti, sono necessariamente destinate ad assumere modalità e prassi lontane da quelle proprie della scelta di colleghi veramente autorevoli, sia per livello propriamente professionale, sia per notorietà, probità e credito presso autorità, stampa e comunità dei cittadini.
Sarà pure, questa affermazione espressione di una concezione “ottocentesca” della rappresentanza del Consiglio dell’Ordine e della stessa professione. Ma trovatemene un’altra concepibile e sostenibile. O solo confessabile.
Elezioni quindi “difficili” e pronte a trasmodare per stile e metodi, se non proprie illecite e poco dignitose, di accaparramento di voti, certo non proprio “eleganti” ed accettabili da candidati gelosi della propria dignità.
I saluti alla voce, spesso diretti a perfetti sconosciuti, gli abbracci e le pacche sulle spalle, la frenetica distribuzione di volantini, “santini”, liste, sottoliste negli ambulacri del Palazzaccio, sono scene cui ci si è abituati da decenni. Tutto sommato, divertenti.
Ma ora si è giunti all’incredibile. Già nelle elezioni degli anni scorsi si era arrivati, ad esempio, al largo uso di banchetti, cocktail, intrattenimenti vari elettorali. Fase, dunque, gastronomica, ormai consolidata.
Poi ha fatto irruzione la “fase telematica”. Un numero incredibile di messaggi, lettere, inviti, con il serpeggiare di insinuazioni nei confronti di “avversari”: i fax, i computer e tutte le diavolerie elettroniche di cui oggi ogni studio è costretto a munirsi, sono stati intasati da questo assalto in massa tecnologico, telematico.
Il che non ha fatto venir meno lo sforzo (e lo sfarzo) sul piano gastrospettacolare. Una sorta di “corrente telematica” formatasi attorno ad un avvocato che per anni ha tempestato di suoi messaggi, bollettini, comunicati, tutti o quasi i colleghi, con assiduità davvero sorprendente e non senza alcuni encomiabili risultati di diffusione di talune informazioni, una corrente all’avanguardia nello sfruttamento di posta elettronica etc. ha pure indetto durante la campagna elettorale per le ultime elezioni un “Gran Gala” della Lista “Informare ed Agire” con leccornie varie e gran finale con spettacolo pirotecnico.
Una candidata, poi non risultata eletta – senza troppi rimpianti – ha indetto per via telematica un giuoco di quelli che si fanno con internet che portava ad un unico risultato vincente: quello del suo nome e del suo “numero” nella lista generale dei candidati.
Ma il peggio è venuto dopo. Il leader della “lista telematica” è stato di gran lunga il più votato. Ma dei “suoi”, pure abbastanza telematici, molti sono rimasti fuori. Con un accorato e-mail egli aveva fatto presente prima del ballottaggio all’”elettorato” che per averlo presidente non bastava che in massa (si fa per dire) lo votasse, ma che risultassero pure eletti, tali da avere la maggioranza in Consiglio, quelli della sua lista (telematica).
Le “liste”, insomma, da semplici accostamenti di candidati (il voto prescinde dall’”appartenenza” dei votati alla stessa lista) si sono trasformate in “partiti”. Gli accordi per l’elezione di un determinato “capolista” a presidente da parte degli altri eletti sono giunti da tempo all’estremo degli impegni scritti, cui, poi (accadde in passato) da molti non si tenne fede accampando vari pretesti, magari “l’inadimplenti inadimplendum” come se si trattasse di un contratto per la vendita di salumi.
Questa volta, poi, alla convocazione del nuovo Consiglio da parte del Consigliere Anziano (l’ex presidente finito in fondo al gruppo degli eletti che convocava il nuovo Consiglio per il 26 marzo, dopo cioè la sua prevista dimissione dalla clinica dove era costretto a ricoverarsi) è seguita una controconvocazione a data più vicina (prima che potesse lasciare la clinica) da parte di un gruppo di, come dire “meno telematici” ma anche anti-vecchio presidente.
Elezione così a presidente di un avversario del principe dell’e-mail (ed al contempo del presidente uscente), con passaggio al campo avverso di uno dei suoi seguaci, eletto tesoriere dal partito vincitore (assenti i telematici). Ricorso al TAR contro l’elezione. Intanto al TAR aveva già ricorso il primo dei non eletti al Consiglio sostenendo l’ineleggibilità di uno degli eletti. E, probabilmente, altri ricorsi seguiranno così, via discorrendo. (E scusate se male mi ci raccapezzo).
A questo punto un interrogativo: ma chi glielo fa fare ad affannarsi tanto per una poltrona che dovrebbe anche essere scomoda, stante l’enorme lavoro del Consiglio e la gravosità e durata dei relativi impegni?
Possibile che si tratti solo dell’esigenza di appagare un po’ di gusto dei galloni? Di mettere un pennacchio sul tocco?
C’è chi dice che attorno ad un Consiglio dell’Ordine come quello di Roma, ruotino interessi professionali ed economici di grandissima rilevanza. E’ facile che circolino chiacchiere del genere, ma non è da escludere che, come diceva Andreotti, a pensar male si faccia peccato, ma ci si azzecchi.
Quello che è certo che da anni l’Ordine di Roma è rappresentato da Presidenti e da Consiglieri noti nell’ambiente giudiziario solo per essere tali e sempre in lizza per esserlo, che per altro merito.
Intanto i poteri e le funzioni degli Ordini crescono, si dilatano, si deformano.
Mentre l’esercizio della funzione disciplinare è pressoché nulla, l’Ordine è investito di funzioni nuove.
Gestisce i corsi per aspiranti al conferimento delle difese d’Ufficio. Gestisce la sciagurata baracca del cosiddetto aggiornamento professionale degli avvocati (affari considerevoli).
Si va delineando lentamente ma chiaramente, una sorta di burocratizzazione e gerarchizzazione della professione. Mettete tutto ciò in correlazione al clientelismo elettorale ed alla creazione di “macchine elettorali” e starete poco allegri.
Certo è che gli ultimi avvenimenti hanno ridotto a zero la credibilità della rappresentanza dell’avvocatura romana, assai più rissosa che autorevole e credibile.
Del resto nel tormentone della giustizia italiana la voce degli avvocati si è fatta sentire sempre in modo flebile e talvolta decisamente stonato, se non aberrante.
Ai suoi eletti (ed a quelli che, oramai, sarà il TAR a dichiarare tali) non può andare nemmeno un nostro augurio. Sarebbe strumentalizzato (e sarebbe già qualcosa). Certo, assai mal riposta sarebbe la speranza che possa realizzarsi. Peggio di così…    
 
Senatore di circoscrizione sospetta Stampa E-mail
lunedì 01 marzo 2010
di Mauro Mellini
Il Senatore Di Girolamo gode (si fa per dire) della presunzione di innocenza garantita dalla Costituzione. Gode (si fa pure per dire) di una presunzione di assai improbabile infallibilità che si è guadagnata la giustizia italiana che lo ha incriminato.
Se ci sono (e ci sono certamente) casi di manifesta strumentalizzazione della giustizia penale, di fronte ai quali la reazione degli organismi competenti a reprimerli è nullo, o inconcludente, allora la fiducia viene meno anche nei confronti di tutto quel sistema e pure di chi dovrebbe goderne finché, per fatto proprio, non se ne mostri indegno.
Detto questo, l’impressione che anche un garantista può trarne da quel tanto che se ne può sapere, è che proprio innocentino Di Girolamo non sia.
Con l’augurio sincero di sbagliarci.
Certo è che a nessuno è venuto in mente di domandarsi se il fatto che Di Girolamo sia stato eletto in una delle Circoscrizioni degli Italiani all’Estero possa avere costituito una condizione tale da contribuire al poco piacevole risultato di ritrovarsi con un Parlamentare in più coinvolto in uno scandalo, che, poi, riguarderebbe anche circostanze della sua elezione.
Intendiamoci bene: non intendiamo affatto affermare che i Parlamentari eletti nelle Circoscrizioni estere siano per ciò solo sospetti e meno chiaramente meritevoli di rispetto e di fiducia. D’altro si tratta. Siamo però in presenza di un episodio (sempre con l’augurio di sbagliarci) che aiuta a fare riflessioni severe sulla introduzione di questa strana rappresentanza parlamentare degli Italiani “al di là dei monti ed al di là dei mari”, come avrebbe detto Mussolini.
Il voto degli Italiani all’Estero, contentino per le senili esigenze di Tremaglia, tradotto in una legge che non è solo relativa al voto, ha rappresentato una sciagurata ed avventata novità ricca più di inconvenienti che di chiarezza ordinamentale, destinata a dare cattivi frutti.
Chiunque abbia dato un’occhiata alla legge che dispone in merito, si sarà reso conto che essa non garantisce minimamente dai brogli ed addirittura dal voto massivo espresso da soggetti diversi da quelli che vi abbiano diritto. Vi sono in essa incongruenze e lacune che, ad esempio, consentirebbero al sindacato dei portalettere di un Paese straniero della Circoscrizione elettorale (italiana, ma all’estero) di dirottare le schede e di eleggere chi gli aggradi (ipotesi, non del tutto stravagante, in relazione, alle situazioni di certi Paesi).
Il “voto controllato” da organizzazioni più o meno criminali è, per le Circoscrizioni all’Estero, un giuoco da ragazzini.
Sarà pure innocente Di Girolamo dalle accuse di collusioni elettorali con la ‘ndrangheta, certo è però che tale accusa, proprio in ragione del fatto che egli è stato eletto nella Circoscrizione Europea e non in una del territorio italiano, è, dal punto di vista della possibilità materiale di un indebito intervento criminale, venti volte superiore a quella che sarebbe per una elezione in Patria.
Già nelle elezioni del 2006 furono denunziate irregolarità (che, dato il meccanismo stabilito per il voto in quei Collegi si dovrebbero considerare, altamente probabili se non ineliminabili) cui la magistratura italiana non credo abbia dato seguito.
Dobbiamo ancora insistere sullo stesso tasto: non è detto che ciò aumenti le probabilità di colpevolezza del Senatore Di Girolamo. Si può essere galantuomini ed anche buoni Parlamentari benché eletti in Collegi stranamente concepiti e con procedure aperte ad imbrogli e prevaricazioni.
Ma, visto che nel nostro Paese si è sempre pronti non solo a dare per scontata la colpevolezza di chi con grande clamore sia accusato di un reato, ma a trarne illazioni ed altre illazioni dalle illazioni, non sarebbe cattiva cosa che si approfittasse invece di questa brutta vicenda per fare una riflessione ed avere qualche ripensamento su questa demagogica, approssimativa ed un po’ stravagante legge sul voto degli italiani all’estero.
Senza demonizzare nessuno, neanche la legge, che pure riteniamo poter definire cattiva e mal congegnata.
E’ troppo chiedere ciò?
 
Striptease giudiziario Stampa E-mail
giovedì 25 febbraio 2010
di Davide Giacalone
da www.davidegiacalone.it
La popolarità di Guido Bertolaso, il fatto che le accuse non ne abbiano provocato l’immediata cancellazione dal consesso civile, ha introdotto una novità, nella barbarie della malagiustizia italiana: nel processo mediatico, con la giuria riunita al bar, la parola spetta anche alla difesa. Un passo in avanti, rispetto a tempi in cui poteva parlare solo l’accusa. Non resta, ora, che avviare l’uso del televoto, che tante soddisfazioni ha dato, in altri ambiti.

Nel mentre l’inciviltà giuridica continua la propria marcia trionfale, le molte allodole del giornalismo italico svolazzano puntando sugli appositi specchietti, compitando pensose articolesse che sono, nella sostanza, veline di procura.

Ribadisco la sensazione già esposta: se gli inquirenti non stanno producendosi in uno striptease giudiziario, sicché il colpo di scena arriva alla fine, in sala la tensione si smoscerà presto, perché dietro le piume dell’allusione non c’è nulla di memorabile. E sarà un disastro, non perché a me piaccia la corrida giustizialista, che aborro, ma perché passeranno in cavalleria i guasti del sistema, dopo settimane passate in onanistiche discussioni sulla moralità collettiva e la più pertinente curiosità circa i massaggi. Lascio le supposizioni ai mestatori per vocazione, professione e profitto. Metto in fila qualche fatto.

1. Lo scontro fra procure è già cominciato, com’è tradizione. Firenze indaga, Roma vuol essere informata, Perugia è competente per i magistrati della capitale. Ciascuno tenta di attirare a sé la gestione della ciccia, consistente nel mettere le mani sulla politica e sui colleghi. La prima testa rotolata via è quella di Achille Toro. Mica uno da poco: delegato ai reati della pubblica amministrazione e candidato a guidare la procura capitolina. Dice l’attuale capo: certo che gli parlavo delle indagini, perché non avrei dovuto fidarmene? Perché all’epoca della scalata Bnl lo stesso Toro fu sospettato di passare informazioni riservate. Fu prosciolto, ma rimetterlo all’incrocio fra soldi e politica non è stata un’idea saggia. Ora s’è dimesso dalla magistratura, in modo da evitare il procedimento disciplinare. Spero che sia, anche questa volta, innocente. Resta da stabilire se, in quel caso, lo sia averlo riaccusato.

2. Il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, lamenta che i colleghi di Firenze non avrebbero rispettato le regole relative alla competenza territoriale. Già la cosa è grave, perché l’idea che le leggi non siano rispettate in procura è imbarazzante (ma niente affatto nuova, perché attorno alla “competenza” si sono agitati scontri eclatanti, in passato). Ma la cosa cui a Roma non possono sfuggire è la seguente: se i fiorentini avessero passato carte, relative ad indagini su reati ai danni della pubblica amministrazione, queste sarebbero finite a Toro, che loro, però, stavano indagando. C’è del marcio in procura, insomma, restando da stabilire in quale.

3. Le indagini fiorentine vanno avanti, a quel che sembra, dall’aprile 2008. In un lasso di tempo così vasto le intercettazioni telefoniche “a strascico” possono non solo coinvolgere chiunque, ma riguardare ogni cosa, comprese le divagazioni sessuali. Qui si nasconde una colossale ipocrisia: con la digitalizzazione delle comunicazioni tutto è archiviabile, senza che ci sia bisogno di mettere al lavoro gli uomini con le cuffie. La legge che regola le intercettazioni non può, naturalmente, amputare un così efficace strumento d’indagine, ma neanche può far credere che tutto ruoti attorno al timbro formale del giudice dell’indagine preliminare, perché c’è un limite al prendersi in giro. Siccome la mafia può permettersi di funzionare con i pizzini, ma il mondo normale parla al telefono, dovrebbe semplicemente essere proibito utilizzare, quindi depositare e pubblicare, conversazioni senza senso compiuto, colme di puntini di sospensione, ove il soggetto che più allude è proprio chi indaga. E dovrebbe essere proibito utilizzare e depositare conversazioni che hanno a che vedere con condotte private, ivi comprese le risate notturne. A meno che non ci siano altri elementi di prova che dimostrano l’evidente significato di quelle frasi smozzicate. La supposizione e il sospetto non bastano.

4. Le misure cautelari servono a preservare la genuinità della prova. Ma la tempestività di quelle misure è servita a stoppare la corsa di Bertolaso e un provvedimento del governo (che a me non piaceva, quindi non scrivo per difenderlo). La sconnessione temporale fra le misure cautelari ed il processo, fra il mostrarsi dell’indizio e il formarsi della prova, genera mostri. Che potete comodamente osservare nel mentre scorazzano sulla pubblica scena.

5. Il tema di fondo, ineludibile, è quello degli appalti pubblici. Non funzionano, mentre la protezione civile ha funzionato perché poteva aggirare quelle regole. Se la morale finale di questa storia fosse la cancellazione della deroga non solo sarebbe un danno, ma consegnerebbe il governo reale delle cose d’Italia nelle mani di chi popola il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti. Soggetti di cui ha già parlato il presidente della seconda Corte, da me ripreso nei giorni scorsi. Questa non è una china pericolosa, è una china suicida.

6. Per evitare che la deroga conduca al peggio occorre riscrivere le regole degli appalti, e far funzionare la giustizia. Non è solo una questione di leggi, ma anche di pratiche amministrative e giudiziarie, che oggi si svolgono in una così pesta opacità da tenere lontani dal mercato italiano i grandi operatori internazionali delle infrastrutture. Se questa storia porterà ad una maggiore presenza del mercato, quindi della trasparenza e della concorrenza, nelle opere pubbliche, sarà una fortunata dimostrazione dell’eterogenesi dei fini. Se, invece, porterà alla pretesa di più controlli, generando più controllori, sarà un caso di masochismo nazionale, destinato a rafforzare il genetico intrallazzonismo del suo generone, imprenditoriale e politico.
 
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