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Masochismo abruzzese Stampa E-mail
lunedì 11 gennaio 2010
di Gianluca Perricone
14 luglio 2008: Ottaviano del Turco, presidente della Regione Abruzzo, viene arrestato per associazione a delinquere, truffa, corruzione e concussione per una storia di presunte tangenti nell’ambito della sanità regionale. Un imprenditore privato del settore (Vincenzo Angelini) sostiene di aver dovuto versare al governatore tangenti per un ammontare di circa sei milioni di euro dei quali, nei fatti, non si è trovata alcuna traccia.
Lo scorso luglio, riferendoci ad alcune dichiarazioni rilasciate dall’onorevole Giuliano Cazzola secondo il quale “ad un anno di distanza non sono emerse ancora prove sulla sua colpevolezza, ci siamo permessi di nutrire più di una perplessità sulle “certezze” che avevano indotto la procura di Pescara a far rinchiudere per un mese in carcere (poi ai domiciliari) l’ex sindacalista della Cgil, mandando a catafascio l’intera giunta regionale. Quelle perplessità nascevano soprattutto dal fatto che, appunto dopo un anno, delle “prove schiaccianti” delle quali sosteneva di essere in possesso la procura pescarese non se ne aveva ancora traccia.
L’altro giorno si è venuti a conoscenza dell’esistenza di un rapporto dei carabinieri dei Nas (recapitato al procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi) sulla sanità abruzzese – e risalente al 16 giugno sempre del 2008, quindi circa un mese prima dell’arresto di Del Turco – in base al quale l’attività dell’imprenditore Angelini era tempestata di attività poco chiare (fino a “suggerirne” l’arresto), mentre la giunta Del Turco era impegnata a ridurre (e di molto) i fondi destinati alle cliniche private delle quali Angelini era l’indiscusso leader.
Insomma, verrebbe da chiedersi: chi avrebbe mai pagato tangenti per vedersi ridurre (dai destinatari delle stesse) i fondi destinati alle proprie attività? Saremmo di fronte ad un macroscopico esempio di masochismo senza precedenti!
Siamo a gennaio 2010 e a questo punto c’è da chiedersi: non è che, per caso, tra qualche tempo, verrà fuori anche qualche creditore dell’Angelini che reclamerà quanto a lui dovuto e toccherà ad Ottaviano Del Turco risarcirgli l’importo?
Nel frattempo, tra un arresto e l’altro, il procuratore capo di Pescara si è anche intrattenuto in “simpatiche” chiacchierate a microfono aperto con Gianfranco Fini: i contenuti delle conversazioni sono facilmente reperibili in Internet. E, per ora, ci fermiamo qui.
 
La bomba di Reggio: chi sfida chi? Stampa E-mail
giovedì 07 gennaio 2010
di Mauro Mellini
Pressoché tutti i giornali definiscono la bomba fatta scoppiare avanti alla Procura Generale di Reggio Calabria un atto di intimidazione della mafia (quella calabrese, la ‘ndrangheta) nei confronti dei magistrati impegnati in vaste e pesanti operazioni di sequestro e confisca di beni  presuntivamente appartenenti ai mafiosi. “La mafia sfida lo Stato” è il titolo significativo di più di un quotidiano.
Da tempo convinti che i mafiologhi saranno pure brave persone, ma che la mafiologia è soprattutto cialtroneria, non pretendiamo di contrapporre una nostra diversa “verità”. Ci mancherebbe altro.
Ciò non ci impedisce, però, di utilizzare quel po’ di cervello che riteniamo di non aver portato all’ammasso per formulare alcune diverse ipotesi e cominciare col dire che la “verità”, cioè l’ipotesi, subito fatta passare come tale, è tra tutte quella che appare (a chi si pone realmente il problema) la meno probabile.
Che dopo anni di attentati, di “campagne” antimafia, di reazioni dei pubblici poteri ad ogni attentato, strage, delitto eccellente cui si è voluto attribuire il carattere di “sfida”, di generica intimidazione nei confronti dei poteri dello Stato, si possa considerare possibile, anzi, probabile e quasi scontato, che la mafia (o la ‘ndrangheta) reagisca alla pressione dell’intensificazione delle confische dei beni secondo la Legge Rognoni-La Torre (con relative aggiunte e modifiche) con gesti intimidatori, è ipotesi sconcertante se non proprio assurda.
Una regola fondamentale di condotta del mafioso (ed a maggior ragione della mafia) è sempre stata quella espressa con l’aforisma: “Piegati giunco che passa la piena”.
E’ vero che la ‘ndrangheta è altra cosa della mafia siciliana e che i raffinati e complicati percorsi dei disegni criminali che sono propri della mafia siciliana non appartengono pure alla ‘ndrangheta, in cui prevale l’istinto, il legame familistico e tribale, l’immediatezza delle “risposte” criminali, da cui le interminabili faide sanguinose che per anni tengono interi paesi nella morsa del terrore. Una ragione di più per escludere che una organizzazione, e, ancor più una sorta di “consorzio” di gruppi mafiosi sia ricorso ad un gesto clamoroso che porterà sicuramente a reazioni pesanti di intensificazione dell’azione repressiva, per il gusto della provocazione, ad un gesto dimostrativo e meramente (e velleitariamente) intimidatorio.
Un attentato che non può essere stato concepito come vendetta (non sarebbero, altrimenti, mancate vittime), e non potrebbe avere effetti come intimidazione di un intero apparato giudiziario, di polizia, dello Stato.
Ciò non significa che la provenienza della bomba non sia quella dell’ambiente criminale mafioso. Ma, proprio la scarsa omogeneità e “disciplina” della c.d. mafia calabrese consente di ipotizzare piuttosto un gesto di una frangia incontrollata. Un attentato frutto più della mentalità che “picciotti” di ambienti criminali hanno acquisito dalla rappresentazione che di loro è data da televisione, giornali, mafiologhi etc. etc. che non da una autentica cultura mafiosa acquisita negli ambienti familiari e locali. Un atto, comunque che prescinde da un disegno definibile correttamente come mafioso.
Se non si tratta di questo, di un gesto sconsiderato e senza obiettivi definiti, e meditati, allora si potrebbe addirittura pensare che chi ha organizzato questo “atto dimostrativo” abbia voluto, anziché allontanare la pressione delle confische, provocarne l’inasprimento.
Intendiamoci bene: non vogliamo affatto alludere a piani di giustizieri oltranzisti maturati in romanzeschi ambienti polizieschi.
Se è vero, come è vero, che nella mafia calabrese, estremamente articolata e “anarchica”, oggi, però, fortemente e vantaggiosamente lanciata in traffici lucrosi illeciti o “quasi leciti”, radicata nell’emigrazione calabrese in Lombardia, Piemonte, Germania, Belgio, Francia etc., gli avvicendamenti di ‘ndrine diverse, di diverse “generazioni” è più frequente e rapido che nella mafia siciliana, non può escludersi che i “sopravvenienti” abbiano interesse a veder accelerare lo smantellamento dei patrimoni acquisiti da chi li ha preceduti, per i quali quei patrimoni sono strumento di potere e di affari criminali. Un modo come un altro per “far fuori” i “vecchi” da parte dei “nuovi”.
E’ troppo complicato? Non si può dire con certezza. Ma se dobbiamo sondare il “cui prodest”, non vi è dubbio che una simile ipotesi è assai più probabile di quella del tentativo di “allentare” le confische mediante l’intimidazione.
Potremmo continuare con altre ipotesi tutte più ragionevoli di quella ufficiale. Potremmo poi passare a considerazioni relative a chi ragionevolmente possa considerarsi il beneficiario delle ricadute per così dire di “opinione pubblica” dell’attentato.  Escluso che possa avvantaggiarsene chi è sottoposto a procedimenti di confisca di beni, sembra che sia invece la magistratura in momenti in cui appaia oggetto di violenze e minacce della criminalità, a trovare consenso e solidarietà tra la gente ed a valersene nei confronti di altri poteri. Un’ulteriore considerazione che porta ad escludere che la bomba sia stata fatta esplodere per un disegno meditato della mafia calabrese.
Perché è difficile a ritenere ragionevole che la ‘ndrangheta voglia rafforzare prestigio e popolarità della magistratura, magari in odio a Berlusconi e ad Alfano. Neanche certi patiti di oscure mere dietrologie di nostra conoscenza, arriverebbe a tanto.
Può anche darsi che tutte e ciascuna le ipotesi, per così dire, “alternative” alla “verità ufficiale” (o che tale sembra considerarsi) sia assai meno verosimile di quanto possa a noi apparire. Non intendiamo affatto partecipare ad un concorso a premi su chi ne inventa una migliore.
Quel che conta è che, al solito, una vicenda che è o appare legata alla mafia viene classificata e spiegata in termini tali che escludono alternative e, magari, le criminalizzano come tentativi di “abbassare la guardia”, di “minimizzare” le manifestazioni della criminalità mafiosa etc. etc.
In altre parole potrà persino darsi che veramente qualche settimana fa i capi dei clan mafiosi del distretto di Reggio Calabria, si siano riuniti ed abbiano detto: “questa Procura Generale sta portando l’azione di confisca dei nostri patrimoni ad un punto che sta per provocare il nostro collasso: adesso con una bella bomba messa di notte avanti ai suoi uffici, noi gli mettiamo paura, così confischeranno alquanti immobili in meno”.
Sarà magari possibile, ma francamente sembrerebbe piuttosto puerile.
Ma non è puerile, è incredibile che in un Paese civile contrastare tale tesi sia considerata una pericolosa eresia e che l’impegno contro la mafia di magistrati, giornalisti, poliziotti, uomini politici, si misuri anche con la capacità di evitare di farsi sorprendere a dubitare che le cose siano andate così.
Compreso?
 
Destinatari della bomba Stampa E-mail
giovedì 07 gennaio 2010
di Davide Giacalone
Chi ha messo la bomba, a Reggio Calabria, sta parlando con qualcuno, che si trova dentro la procura della Repubblica, o in qualche altro palazzo dello Stato. Le cose che ascolto e che leggo non mi convincono, l’idea che la ‘ndrangheta abbia fatto esplodere un ordigno per intimidire i magistrati e far cessare il sequestro dei propri beni è disarmante, nel suo banale conformismo. E che risultato ottiene, se non l’esatto contrario?
No, chi ha commissionato l’attentato si è ben raccomandato che nessuno si facesse del male, sicché l’esplosione è avvenuta alle cinque di una mattina domenicale. Neanche un cane, poteva passare da quelle parti. Ha voluto, inoltre, che la tecnica fosse tale da far sentire il botto a tutti, senza per questo far crollare nulla. E’ un avvertimento, il tentativo di riallacciare un dialogo, di far sapere all’interlocutore che gli accordi vanno rispettati. Non credo affatto che, per organizzare il crimine, servano menti particolarmente acute, e quando leggo apologie sulla presunta finezza finanziaria dei riciclatori, o lucida spietatezza dei manovali, provo fastidio. Neanche credo, però, che si possa governare un mercato così vasto e complesso, affidandosi a gente che per evitare i sequestri mette le bombe, giacché questo sarebbe il trionfo dell’ottusità. No, c’è dell’altro.
La ‘ndrangheta non è più, da tempo, la proiezione criminale e violenta dell’analfabetismo accattone. Il suo orizzonte non è più la sola Calabria. Non è la parente povera, e senza storia, della mafia. Anzi, la ‘ndrangheta è la più ricca delle organizzazioni criminali, perché ha visto espandere il proprio dominio, ed il territorio su cui operare, grazie al commercio di droga e all’accordo con i cartelli colombiani, e ha moltiplicato tale ricchezza mettendo a disposizione dei sud americani i propri canali di riciclaggio. E’ una multinazionale. Ma ha bisogno della Calabria, perché non può rinunciare ad una base operativa, ad un porto per le proprie merci, ad un tessuto connivente per far partire i corrieri.
Reggio Calabria, tanto per citare un dato, sta ai vertici della disoccupazione giovanile e in fondo alle classifiche del reddito. Ma se andate in quella splendida città, se passeggiate sul lungomare, se vi recate al ristorante, non avete l’impressione di aggirarvi fra le favelas, né spendete poco per muovervi. Segno che il denaro fluisce. Non sostengo che i reggini, o i calabresi, abbiano un’antropologica propensione all’essere conniventi, sostengo una tesi assai diversa: qui, lo Stato non fa il suo mestiere.
Le contaminazioni avvengono per non rilevata contiguità. La connivenza non ha bisogno di folcloristiche affiliazioni, ma si nutre del taciuto e dell’omesso, seguendo fili che partono dall’infanzia e si dipanano nei legami di sangue. Tanto per essere chiari: un magistrato, o un cancelliere, o un appartenete alla polizia giudiziaria non sono utili se ufficialmente aggregati alle cosche, ma se avvicinabili, perché conosciuti, perché nessuno nasce ieri e nessuno vuol morire domani. L’organizzazione criminale sa bene che se mandi un picciotto a sparare o a spacciare e lo Stato lo prende, quello va in galera e ci resta. E’ nelle regole. Il danno non è irreparabile, perché un altro prenderà il suo posto e l’organizzazione provvederà alla sua famiglia, così si salvano operatività e solidarietà. Le cose cambiano se indagini e sequestri imboccano una via attiva, se l’operatività degli inquirenti non è il frutto di una specifica azione criminale, ma l’indotto di una visione e condotta investigativa. Quella è la situazione in cui può essere conveniente uscire dal silenzio, per i criminali, avvertendo gli “altri” che si stanno infrangendo le regole della convivenza.
Può darsi che mi sbagli. M’insospettisco, però, quando vedo citare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sostenendo, a sproposito, che l’intimidazione mafiosa non andò a buon fine e lo Stato seppe tenere alta la guardia. Non ne sono affatto sicuro. L’inchiesta “mafia-appalti”, ad esempio, cui i due avevano lavorato e sulla quale volevano tornare, finì nel nulla. La loro condotta investigativa, che utilizzava carabinieri poi finiti sotto processo perché sospettati d’essere mafiosi, consisteva nel considerare il fenomeno in modo unitario, per avere una visione d’insieme e ricostruire l’intera rete, anche fuori dal mondo strettamente mafioso. Dopo la loro morte s’imboccò una strada ben diversa: il procuratore Pietro Giammanco la spezzettò e distribuì per competenza, mentre i carabinieri, appunto, finirono sul banco degli imputati. E questa sarebbe la vittoria dello Stato? Il suo restare vigile? Non se ne parla mai, però, quando ci si sente in diritto di citare Borsellino e Falcone.
Sta succedendo qualche cosa di simile, a Reggio Calabria? È iniziata una guerra contro certi magistrati, per lasciare che gli altri vadano burocraticamente avanti? Non lo so, e spero di no. Ma la ‘ndrangheta non mette bombe al solo scopo di consentire a chiunque di fare il solito commento scontato.
 
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