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lunedì 06 settembre 2010 |
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di Remo Urbino per Il Velino "Care amiche e cari amici Promotori della libertà, ci lasciamo alle spalle un’estate riempita di chiacchiere inutili, stravaganti, deprimenti, un’estate di troppa politica politicante e lontana dalle iniziative concrete, insomma quel vecchio mai tramontato teatrino della politica che ha ormai disgustato tutti gli italiani. È stato davvero un agosto 'politicamente' folle, occupato da diatribe che nulla hanno a che fare con il concreto operare del governo". Inizia così il nuovo audiomessaggio che il premier Berlusconi ha mandato ai promotori della libertà.
"Comunque il presidente del Consiglio e il governo, come sapete bene, hanno pensato soltanto a lavorare. Mentre gli altri erano indaffarati nelle chiacchiere, noi ci siamo impegnati, lavorando anche in agosto, per sostenere la ripresa dell’economia e rimettere in moto lo sviluppo del nostro Paese, dopo averne consolidato i conti pubblici grazie alla politica del rigore - continua Berlusconi -. Come voi, abbiamo sentito in questo periodo tante, troppe parole che non volevano dire nulla: soprattutto da parte dei nostri avversari dell’opposizione che sembrano avere solo due ossessioni: e quella di insultare il capo del governo attribuendogli le peggiori nefandezze e quella di cambiare una legge elettorale che invece funziona benissimo, e che ha dimostrato di consentire la governabilità del Paese". SINISTRA VUOLE RIBALTARE VOTO - "Di questa legge elettorale – super criticata dalla sinistra - certo non si può dire che non rispetti il principio basilare della democrazia liberale: e cioè che il popolo sia sovrano. In Italia infatti, grazie a questa legge, è finalmente il popolo che con il suo voto al contrario di quanto succedeva prima, decide chi sarà il presidente del Consiglio, quali saranno le alleanze di governo e quale sarà il programma che il governo e la maggioranza parlamentare si impegnano a realizzare. A questo principio sacrosanto, l’opposizione di sinistra, prigioniera del passato, continua a preferire i vecchi giochi di Palazzo. L’obiettivo fin troppo scoperto è quello di sovvertire il verdetto elettorale e di portare al governo loro stessi, cioè chi ha perso le elezioni. E voi, nei contatti con gli altri, dovete denunciare ai nostri elettori, ai nostri simpatizzanti proprio questo continuo tentativo eversivo, neanche troppo nascosto anzi ormai scoperto, di ribaltare i risultati elettorali, di ribaltare la democrazia con il soccorso di alcuni magistrati di sinistra.
MENTRE ALTRI CHIACCHIERAVANO GOVERNO LAVORAVA - Quanto al nostro governo, noi sia nel mese di luglio che in agosto, mentre gli altri producevano solo chiacchiere e veleni, abbiamo continuato a lavorare in silenzio. Abbiamo tenuto a cuore ad esempio gli interessi di quei milioni di piccoli e medi imprenditori che sono la grande risorsa della nostra economia e soprattutto abbiamo cercato di aprire per loro, per i loro prodotti e per le loro esportazioni, prospettive nuove grazie a una concreta diplomazia commerciale attuata sul campo in ogni paese. Abbiamo anche elaborato le priorità e gli interventi concreti sui quali il Parlamento dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane, a cominciare dai cinque punti programmatici nei quali abbiamo sintetizzato le riforme che sono appunto prioritarie e che intendiamo realizzare entro questa legislatura e cioè: la riforma tributaria, il federalismo fiscale, la sicurezza, l’immigrazione, il rilancio del Sud e la riforma della giustizia. PROCESSO BREVE NON IN MOZIONE - Attenzione nella mozione sulla giustizia, per quanto mi riguarda non dovrebbe esserci il cosidetto processo breve, che dovrebbe invece essere finalmente un processo per tutti di ragionevole durata e cioè di una durata massima di sei anni e mezzo, molto di più di quel che durano i processi nelle vere democrazie. Ma siccome quando si tratta di giustizia e di processi non c’è una norma che non tocchi, non riguardi uno dei tanti processi o meglio delle tante aggressioni che mi sono state rivolte in questi anni per tentare di sovvertire il voto degli italiani, anche se questa norma è giusta ed anzi assolutamente doverosa, la sinistra e i suoi giornali la fanno diventare uno scandalo e la mettono al centro di una campagna ancora e sempre contro di me. Allora io voglio rassicurare ancora una volta la sinistra. Per quanto mi riguarda, dentro la mozione sulla giustizia che porteremo all’approvazione del Parlamento prossimamente, non dovrebbe esserci alcun riferimento a questo cosidetto processo breve. E quindi, per favore, la piantassero di fare tanto baccano e pensassero piuttosto al loro vuoto di idee, di programmi e di leader!
AVANTI CON LA POLITICA DEL FARE - Dunque, alla riaperture delle Camere, ci impegneremo affinché sia votata la fiducia su questi cinque punti e non ci lasceremo distrarre dai giochi di Palazzo che purtroppo sono ancora in corso. Sono convinto che tutti gli eletti nelle liste del Popolo della libertà saranno d’accordo nel procedere in maniera decisa con la politica del fare, con quella politica che ci ha consentito tante importanti realizzazioni nei due anni appena passati, in assoluta coerenza con il programma in base al quale siamo stati votati dagli italiani, in base al quali gli italiani ci hanno dato la responsabilità di governare. Voglio ricordarvi che come Governo e maggioranza, oltre ai successi per le vicende dei rifiuti in Campania, di Alitalia, della ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo che tutti voi conoscete bene, vantiamo una nutrita serie di altri successi: in questi giorni la riforma della scuola, i risultati nella sicurezza, i risultati nella lotta contro la criminalità organizzata, i risultati del contrasto all’immigrazione clandestina. SE MANCA MAGGIORANZA AL VOTO - Sul piano economico-finanziario, pur avendo garantito la solidarietà e la pace sociale, la nostra politica del rigore attuata con le misure sui conti pubblici con le garanzie ai risparmiatori e alle banche è stata vincente e largamente apprezzata dall’Unione Europea, dalla commissione di Bruxelles e dal Fondo Monetario. E voglio ancora ricordarvi che la manovra di 25MM varata a luglio senza provocare quell’ondata di scioperi ipotizzata dalla sinistra ha messo l’Italia a riparo dalla crisi finanziaria che aveva colpito la Grecia e sconvolto l’Europa e buona parte del mondo. Ricordo, infine, che il sostegno della maggioranza è stato fondamentale per tale azione di governo. Solo grazie a questo sostegno infatti, abbiamo già potuto realizzare una parte consistente del programma proposto agli italiani e consacrato dalla maggioranza degli elettori. Sarebbe imperdonabile che per puri interessi personali e di parte questo sostegno venisse meno tradendo il mandato e la fiducia degli elettori. Se proprio dovesse succedere torneremo dagli elettori che sapranno bene a chi dare il loro voto. Ma sono sicuro che questo non succederà.
A FLI: AMICIZIA PER CHI RIMANE NEL PDL - Non c’è bisogno di ripeterlo, ma con l’occasione voglio ricordarlo ancora una volta: tutti i nostri parlamentari che, avendo prima deciso di fare parte di un nuovo gruppo, dovessero per senso di responsabilità e per lealtà nei confronti degli elettori che li hanno votati, decidere di restare nel gruppo del Pdl, tutti, nessuno escluso, potranno contare sulla nostra amicizia, sulla nostra solidarietà e lealtà, anche nel momento della formazione delle liste elettorali. Vi ringrazio ancora per il vostro costante impegno, vi abbraccio con forza e vi auguro come sempre di riuscire a realizzare i sogni e i progetti che avete nella mente e nel cuore" conclude Berlusconi. Fonte www.ilvelino.it |
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giovedì 02 settembre 2010 |
di Davide Giacalone A coloro che firmano l’appello per la riforma uninominale del sistema elettorale lancio, a mia volta, un appello: non prendiamoci in giro. Sono favorevole a quel tipo di sistema, ne scrivevo quando ancora avevamo il proporzionale e la prima Repubblica, ma non firmerò i generici auspici, che tanto spazio trovano sul Corriere della Sera, perché sottendono tre malintesi, o tre imbrogli, a seconda del grado di consapevolezza dei firmatari. Il primo imbroglio è relativo all’attuale sistema elettorale, che un po’ tutti dicono di detestare, compreso il genitore, ma che, in realtà, piace a tutti. Anzi: a tutte. Piace a tutte le segreterie dei partiti, che non sono partiti veri, non hanno forme di democrazia interna, non c’è selezione dei dirigenti, ma si consegna a chi li guida il potere di stabilire la composizione dei gruppi parlamentari. Vale per chi vince le elezioni e vale anche per chi le perde, comprese le minoranze collocate appena sopra la linea di galleggiamento. La cosa grottesca è che questo mostriciattolo ha fallito anche i due risultati cui avrebbe dovuto portare: gruppi parlamentari omogenei e assenza di conflittualità nel processo legislativo. Ha fallito, come fallirebbe ogni sistema maggioritario, perché i partiti lo usano con il trucco: stipulano accordi arlecchineschi, per vincere le elezioni, e poi, in Parlamento, lamentano l’andazzo variopinto. Con le liste blindate e il premio di maggioranza, pertanto, s’è tolto potere a chi aveva la capacità di raccogliere i voti (non sempre dei damerini), ma lo si è dato a chi non ha mai incontrato i propri elettori. Basta una spaccatura, a destra o a sinistra, e subito questi signori Nessuno diventano determinanti. Detto ciò, alle segreterie il sistema piace, perché non avrebbero altro modo per piazzare in Aula gente che (prima) si suppone fedele e che non sarebbe in grado di reggere un dibattito neanche con i propri familiari, che, probabilmente, non li votano neppure. Il secondo imbroglio è dato dalla genericità dell’appello: “uninominale” non significa molto. E’ uninominale il sistema inglese e lo è quello francese (che a me piaceva, quando esistevano i partiti), ma non sono affatto simili. Ed è un imbroglio far credere che con l’uninominale trionferanno la bontà, l’onestà e il contenimento dei costi elettorali. Suvvia! Era uninominale il sistema elettorale dell’Italia liberale, accusato di favorire ogni nefandezza, corruzione e clientelismo. Ripeto: sono favorevole all’uninominale, ma non c’è bisogno di sostenere quel che non ha fondamento. Il terzo imbroglio è quello decisivo: finiamola di far credere che cambiando il sistema elettorale si possa rendere funzionanti le istituzioni, a cominciare dai poteri legislativo ed esecutivo. E’ una fanfaluca. Sono sedici anni che cambiamo sistemi, per ottenere sempre lo stesso risultato: un bipolarismo straccione, che pretese di travestirsi anche da bipartitismo e che, in realtà, ruota tutto attorno ad una sola persona: Silvio Berlusconi. E, sia chiaro, non è che tolto il perno la porta smette di cigolare, semmai casca, perché in sedici anni, a destra come a sinistra, s’è fatto di tutto per trasformare i partiti e la politica in mere tifoserie contrapposte, incapaci di pensare il futuro se non come il tempo in cui regolare i conti del passato. Nel nostro sistema il governo è costituzionalmente debole e il Parlamento costituzionalmente lento, duplicatore e insabbiatore. Ciò dipende dal fatto che i Costituenti ebbero paura del “potere”, fecero di tutto per depotenziare la forza delle maggioranze. In questo sistema possiamo anche eleggere i parlamentari all’inglese, ma non avremo mai e poi mai un premier all’inglese, bensì solo coalizioni di collegio impegnate a spartirsi gli eletti nei collegi vincenti, salvo poi dividersi la mattina successiva allo spoglio. A che serve, allora, far la parte dei finti saggi, compitare e firmare appelli che, se anche venissero accolti, non sortirebbero alcuno degli effetti sperati? Tanto più che i candidati nei collegi uninominali li sceglieranno i medesimi soggetti che oggi nominano parlamentari di nessuna esperienza, che anche si vantano di portare in quel posto il bene prezioso della propria ignoranza e della propria incapacità. Si dirà: ma così non si può andare avanti, è uno sconcio, l’Italia ha bisogno di cambiare. Sicuro, ma è la struttura costituzionale a dovere cambiare. E, paradossalmente (ma neanche tanto) è più facile trovare un accordo, serio, fra le parti per una così grande riforma, piuttosto che per una modifica del modo in cui si contano i voti e assegnano i seggi. Nel primo caso si parlerebbe del futuro, nel secondo degli interessi immediati e presenti. Nel primo si potrebbe provare a ragionare di politica, nel secondo si dovrebbe procedere per colpi di mano e di palazzo. Mi sono stufato, invece, di parlare sempre e soltanto di sistemi elettorali, come se in quelli si racchiudessero e riassumessero i problemi e gli interessi del Paese. Votando all’inglese non si elegge la Camera dei Comuni. Votando alla francese non si elegge il Presidente della Repubblica. Per intenderci: uno che si mette delle piume colorate nel costume da bagno non è un pavone, è uno scemo. Fonte www.davidegiacalone.it |
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lunedì 30 agosto 2010 |
di Remo Urbino per Il Velino “Investimenti straordinari”: potrebbe essere questa la formula magica per un definitivo accordo sulla riforma della Giustizia, comprensiva di “processo breve”, tra Pdl e Fli. A parlarne è lo stesso ministro Angelino Alfano, che dalle Eolie annuncia al Corriere della Sera: “Siamo pronti a investimenti straordinari nel sistema giustizia per adeguare la macchina alle nuove esigenze del processo breve”. Poi spiega: “Siamo pronti a incontrare i magistrati dei principali uffici giudiziari per concordare le scelte organizzative più efficaci”. Scrive il quotidiano di via Solferino: “La giurisprudenza della Cassazione e della Corte di Strasburgo ormai impone allo Stato italiano, ogni anno, milioni e milioni di euro di risarcimenti proprio per la lentezza cronica della giustizia. Tutti questi soldi potranno essere ‘risparmiati’ e impiegati per migliorare l’efficienza della macchina giudiziaria, cioè potranno servire per quegli ‘investimenti straordinari’ che il ministro annuncia oggi”. Le parole di Alfano sembrano accogliere la richiesta di alcuni esponenti di Fli, come Silvano Moffa, che oggi rilascia una intervista al Giornale, dichiarandosi aperturista in tema di giustizia e sul processo breve, purché ci siano “‘le condizioni perché i processi si possano fare’. Quindi più soldi alla magistratura? ‘Esatto. Quello che bisogna evitare è lo spacchettamento dei provvedimenti. Il processo breve sciolto dal resto verrebbe percepito come una legge ad personam’”. Nonostante le “diverse sensibilità” all’interno di Futuro e libertà – da Consolo a Granata a Bocchino – Moffa si dice possibilista sul fatto che “si possa arrivare a una linea condivisa da tutto il centrodestra (...). Secondo me le condizioni ci sono. Occorre superare rancori e risentimenti”. Ma proprio mentre sembra cominciare un riavvicinamento tra Fli e Pdl su un tema cruciale per il riavvio dei lavori parlamentari arriva la doccia fredda dell'Anm. 'E' grave e non più tollerabile - scrive infatti in una nota il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara - che, in un momento nel quale la giustizia è al collasso e si verificano allarmanti episodi di violenza e minacce, si continui a perdere tempo con disegni di legge, come quello sul processo breve, che nulla ha a che vedere con l'esigenza di affrontare le vere priorita' del sistema giustizia e con l'urgenza di contrastare piu' efficacemente la criminalita' organizzata''. ''Il governo - prosegue la dichiarazione di Palamara - non può non farsi carico delle reali emergenze che oggi sono rappresentate dalla corruzione, dalla criminalità organizzata, dalla situazione carceraria, dalla carenza di mezzi e risorse, dalla necessità di informatizzare e snellire le procedure. L'Anm, che rappresenta la quasi totalità dei magistrati italiani, piaccia o non piaccia al ministro Alfano, è stata, è e sarà interlocutore ineludibile di ogni governo e, nell'interesse di tutti i cittadini, continuerà a formulare proposte serie, concrete e precise. Se è vero - conclude Palamara - che il ministro Alfano vuole parlare direttamente con i capi degli uffici giudiziari, non si faccia sfuggire l'occasione di partecipare all'assemblea convocata a Reggio Calabria per il prossimo 7 settembre, per sapere da loro se effettivamente la priorità è costituita dal processo breve o, invece, dalle drammatiche situazioni in cui quegli stessi uffici si trovano''. Immediata a dura la replica di Alfano: "Evidentemente alla Anm stanno bene le lungaggini della giustizia italiana e vogliono che nulla cambi. Evidentemente alla Anm sta bene l’infinita durata dei processi italiani. Evidentemente la Anm sa dire solo no e non formula proposte in grado di fare uscire la giustizia dallo stato di paralisi". Fonte www.ilvelino.it |
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giovedì 26 agosto 2010 |
di Andrea Cuomo Qualche mese fa gli fu attribuito un amorazzo (poi smentito) con la soubrette brasiliana e mora Ana Laura Ribas. Ma l’ultimo flirt di Marco Travaglio è una bionda: niente meno che Elisabetta Tulliani. Gianfranco Fini si tranquillizzi, la passionaccia del giornalista torinese per la di lui compagna non ha nulla di fisico: gli è che ella è il settebello al tavolino degli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Che volete? È lo stesso Travaglio ad averlo ammesso lunedì sera alla trasmissione In onda su «La 7»: «Fa più opposizione Bocchino, o Granata, piuttosto che Bersani». Il Pd latita, ci si deve arrangiare. Mesi fa era già toccato a Patrizia D’Addario, la escort glorificata da Santoro in diretta tv. Bionda (tinta?) anche lei. Leggete cosa scrive Travaglio nella rubrica Il Guastafeste pubblicata su A, in edicola oggi. «Elisabetta Tulliani ha il grave difetto di essere la fidanzata di Fini, che a sua volta ha il grave difetto di dissentire da Berlusconi». Ed ecco la toccante descrizione della vita di Betty nei pur non disprezzabili lidi di Ansedonia: «Non passa giorno senza che la compagna del presidente della Camera venga massacrata da giornali e riviste di gossip, sbattuta in prima pagina con tutta la sua famiglia, comprese le due bambine, di due anni e mezzo e di dieci mesi, spiata, pedinata, paparazzata, sbertucciata». Piccola pausa, per asciugarsi le lacrime e poi di nuovo all’assalto: «Una caccia all’uomo, anzi alla donna, che fa ribrezzo e dovrebbe interessare il Garante della privacy. Ma soprattutto dovrebbe far insorgere le femministe, se esistono ancora: anzi le donne tutte, femministe e non». Infine: «Che si sappia, non risultano reati a suo carico, e nemmeno se ne risultassero si giustificherebbe un simile linciaggio. Non ha rubato, non ha mafiato, non ha truffato». Ci sarebbe invero, un fratellino un po’ spregiudicato, ma: «Siccome la responsabilità è personale, nulla autorizza nessuno a massacrare Elisabetta». E pensare che il 18 agosto, sul Fatto, Travaglio non aveva nascosto quale idea si fosse fatto della Tulliani parlando dell’ex fidanzato Luciano Gaucci: «Spara a zero contro Elisabetta, accusata tra l’altro di essersi messa con lui per interesse. Notizia sconvolgente: si pensava che la ragazza fosse caduta ai suoi piedi rapita dalla bellezza statuaria da bronzo di Riace». Stesso trattamento già riservato alla ministra Mara Carfagna, della quale disse che «è una signora che compare da anni negli abitacoli di tutti i tir dei camionisti italiani». E che dire dell’intervista di Travaglio alla finta Mariastella Gelmini imitata da Caterina Guzzanti e disegnata come una sprovveduta arrivata al ministero con un book fotografico? Le femministe tanto care a Travaglio non hanno nulla da dire? Un doppiopesismo che non piace nemmeno a Carlo Vulpio, collega e amico di Travaglio, che gli scrisse anche la prefazione di un libro. Vulpio, che nel 2009 fu candidato (non eletto) alle Europee per l’Idv di Di Pietro, parla di «solenne stupidaggine» e si chiede: «Non capisco perché per Elisabetta Tulliani, compagna di un signore che è la terza carica dello Stato (...), Travaglio invochi una privacy che a tutti gli altri personaggi pubblici i mass media (giustamente) non riconoscono e di cui proprio lui (non sempre giustamente) non ha mai tenuto conto». Forse perché Travaglio preferisce le bionde. Ma solo quelle che gli fanno comodo. Fonte www.ilgiornale.it |
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lunedì 23 agosto 2010 |
di Davide Giacalone Gianfranco Fini dovrebbe dimettersi. Sarebbe utile per sé stesso e per quanti hanno creduto alle sue parole, ma sarebbe inutile all’etica collettiva, perché, ancora una volta, si dimostrerebbe che cade il perdente, non l’ingiusto. O, per dirlo in modo diverso, che l’etica vale solo per chi non ha il potere di resistere agli assalti e continuare a fare il comodo proprio. In generale, non solo il politico indagato, ma anche solo scoperto in condotte poco commendevoli dovrebbe dimettersi. Solo che questa regola presuppone l’esistenza della giustizia, che da noi manca. Vedo, in giro, tonnellate d’incoerenza e vagonate di doppiopesismo, sicché vale la pena tornare a fissare i paletti del diritto e del garantismo. Sono stato il primo a scrivere che l’appartamento di Montecarlo non è un bene pubblico. Non ho atteso gli otto, imbarazzati e imbarazzanti, punti dell’autodifesa finiana (e, un consiglio ai suoi amici: non dite che la questione è chiarita, perché esiste un limite anche al ridicolo). Quell’appartanento, però ha rilievo pubblico, per due ragioni. La prima è che apparteneva al patrimonio di un partito, il che, nei sistemi sani (da noi manca una legge specifica), presuppone che non venga gestito come un affare privato. La seconda è che se anche fosse un affare privato comunque sarebbe dubbio e produttore d’illecito, perché il proponente la vendita (ovvero l’aspirante cognato, secondo quanto dice lo stesso Fini) è anche l’inquilino, e siccome l’acquirente è una società off shore, per giunta ad un prezzo decisamente basso, derivano due conseguenze: a. un vantaggio patrimoniale per anonimi, che è ragionevole sospettare possano essere riconducibili all’abitante, oltre che al venditore; b. l’esportazione di valuta con frode fiscale, visto che pagando l’affitto si costituisce un capitale all’estero. Messe così le cose, non si tratta di aspettare che la magistratura trovi il reato, e possibilmente il reo, ma di prendere atto che un governante, la terza carica dello Stato, un politico di lungo corso, un interprete del moralismo, s’è prestato ad un’operazione che, nel migliore e più generoso dei casi, è opaca. Un’operazione che, se messa in atto da un normale cittadino, lo porta ad essere spellato dal fisco. Quindi, deve dimettersi. Fini non è riuscito nemmeno a dire che non c’entra niente, ma, almeno, ha detto di considerarsi innocente. E questo porta alla questione più generale: se il sospettato dovesse sempre dimettersi ne deriverebbe che la magistratura sceglierebbe, al posto degli elettori, governanti e cariche istituzionali. Vero, ma Fini dovrebbe dirlo prima di tutto a se stesso, visto che due settimane fa sosteneva il contrario. Il fatto è che io, garantista totale, perché totalmente convinto delle ragioni del diritto, ritengo avesse ragione: l’indagato si dimette, si difende, fa valere la propria innocenza e torna sulla scena. Così vuole il galantomismo e la pubblica decenza. Salvo che, in Italia, non esiste la giustizia e le indagini sono speso condotte da gente che aspira a diventare famosa e prendere il posto di quelli che indaga, magari fondando un partito dopo avere distrutto gli altri partiti. Tale stortura autorizza alla tesi opposta: mai dimettersi e continuare la battaglia, altrimenti salta lo Stato di diritto e la divisione dei poteri. Non occorre essere giuristi per comprendere il cortocircuito. Ma da questo pantano non si esce se non risolvendo il problema vero, quello della giustizia. Ed è proprio questo il motivo per cui chiunque abbia a cuore la buona sorte delle istituzioni dovrebbe scartare ogni ipotesi di governo “istituzionale”. Perché incapace di affrontare il problema vero, incapace di azioni nette, retto con lo sputo del far diga alla maggioranza dei voti. Il momento in cui ci si avvicinò maggiormente a quel che poteva essere una soluzione coincise con l’elaborazione della “bozza Boato”, all’interno della commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Bozza, è bene non dimenticarlo, disconosciuta dalla sinistra e non afferrata dalla destra. Da allora in poi s’è proceduto con provvedimenti parziali e talora inutili, figli della miopia istituzionale e di una politica appecoronata e intimidita dal potere togato. Questa situazione genera una miscela micidiale, fatta di scandali continui, uno in successione all’altro, accompagnati da uno scandalismo ipocrita e retti dall’inesistenza delle sentenze. I verdetti, difatti, o non arrivano mai o arrivano fuori tempo massimo, quando il colpevole fa pernacchie alla corte e l’innocente è già stato civilmente assassinato. Ecco, allora, che in un quadro come questo il politico, indagato o sospettato, la cui condotta è forse criminale o più semplicemente riprovevole, resistendo e non dimettendosi può ben appartenere a una delle due categoria: quella nobile, che non si piega ad un potere divenuto illegittimo, o quella ignobile, che fa marameo all’etica pubblica e punta a sfangarla. Vedremo il Paese affondare nella palata, se non saremo capaci, riformando la giustizia e facendola essere realmente tale, di distinguere gli uni dagli altri. Fonte www.davidegiacalone.it |
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