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Il calunniatore di Tortora accusato di omicidio Stampa E-mail
marted́ 17 luglio 2007
ImageSul nostro sito internet avevamo già dato notizia del coinvolgimento di Giovanni Melluso, alias “Gianni il Bello” in una torbida vicenda relativa all’omicidio di una ragazza, Sabine Maccarrone, il cui cadavere era stato rinvenuto in un pozzo di una casa di campagna del Trapanese in cui aveva convissuto con un amico e compagno di cella del tristemente famoso rapinatore e “collaboratore di giustizia”, tale Dassaro, scomparso in coincidenza con l’assassinio della donna. Melluso, che era pure comparso in televisione nella rubrica “Chi l’ha visto?”, a spiegare che Dassaro era un gran “bravo ragazzo” e che avrebbe cercato di convincere i vicini a dire che Dassaro e la Maccarrone erano partiti, è stato ora accusato dal Dassaro, che si era costituito ai Carabinieri, di aver avuto una relazione con la Maccarrone, avrebbe accusato Melluso, che aveva avuto una relazione con la donna, che poi aveva “passato” all’amico, di essere il mandante dell’omicidio che egli ha confessato.
 Così ora Melluso si trova ad essere accusato da una specie di “pentito”. Che non è però una persona a lui sconosciuta, come non era a lui sconosciuta la vittima. Allo stato non sembra che siano noti quelli che sarebbero stati i motivi del mandato di omicidio. Certo non sono neppure noti i motivi ed i canali per i quali il “detenuto in vacanza” Melluso ha potuto comparire in televisione a recitare la sua parte, e così a difendersi in anticipo.
 Abbiamo già avuto modo di ricordare le vergognose “coccole” che l’ambiente della magistratura napoletana ha riservato a questo bieco personaggio in occasione della presentazione del libro “Gianni il bello”, biografia dell’allora accusatore di Tortora, nonché la sconcertante archiviazione del procedimento per calunnia a seguito della remissione degli atti da parte della Corte d’Appello con la sentenza di assoluzione del presentatore televisivo.
 Vedremo se, anche dopo questo losco episodio, “Gianni il bello”, continuerà a godere del privilegio che sembra accompagnarlo per i “servizi” resi alla cosiddetta giustizia.
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