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Pm convoca imputato: «E’ pericoloso». La madre: «Ma č morto due anni fa» Stampa E-mail
lunedě 26 gennaio 2009

d Giulio De Santis e Massimo Martinelli (*)
Può essere lenta, la giustizia italiana. E anche incomprensibile, cavillosa, anacronistica, assurda. Talvolta inutile. Succede così di frequente che quasi non ci si preoccupa più. Ma certe volte diventa anche offensiva. Terribilmente capace di provocare dolore. E allora diventa difficile spiegare a chi ci rimane impigliato che siamo in Europa e non in Sudamerica. E che anche se lo sconcerto è autentico, non è il caso di dire che «la giustizia tormenta i morti».

Eppure Maria Brachesi ripete questa frase come se fosse una litania nel salotto della sua casa a Palestrina, pochi chilometri a est di Roma. Perchè a morire è stato il suo ragazzo, Franco Cianfriglia, che aveva 38 anni. Lo trovarono cadavere a marzo del 2007; ma ieri la giustizia ha celebrato un processo per stabilire se meritasse una qualsiasi misura di prevenzione: l’obbligo di firma piuttosto che il divieto di andare in giro di notte. Perchè una stazione dei carabinieri aveva manifestato preoccupazione per la sua presunta pericolosità e un giudice aveva avviato un procedimento. Nessuno di loro sapeva che Franco era morto da tempo; e a Natale hanno inviato a casa di sua madre un biglietto di cancelleria per convocare il ragazzo a piazzale Clodio, davanti al Tribunale del Riesame, per difendersi dall’accusa di essere pericoloso.
E mentre Maria Brachesi si rigirava tra le dita questo foglietto e piangeva e si disperava, e cercava un avvocato per chiedere come poteva fare per essere lasciata in pace con il suo dolore, l’hanno chiamata i carabinieri. Non per l’udienza che pure si è celebrata ieri. Ma per avvisare Franco, chissà in che modo, che doveva pagare 700 euro di ”deposito giudiziario”. «Quale deposito giudiziario?» balbettò la signora Brachesi. E all’altro capo del filo il militare spiegò che suo figlio Franco, quello che doveva essere processato per la sua pericolosità, nel 2003 era stato fermato in macchina e aveva due capre nell’abitacolo. Quelle capre, secondo i carabinieri, erano rubate e Franco era stato accusato di quel furto. Le capre però andavano accudite e i carabinieri nominarono ”custode giudiziario” un pastore del luogo. Il quale, passati gli anni, chiedeva di essere pagato quei settecento euro. E adesso Maria Brachesi non ricorda neppure se il carabiniere le disse che sarebbe stato il figlio a dover pagare oppure se comunque il debito andava saldato da qualcuno della famiglia essendo il ragazzo morto.
«Mio figlio è stato torturato dai giudici quando era vivo e continuano adesso che è morto» si sfoga la donna, 54 anni, vedova, altri due figli, un impiego presso una ditta di pulizie. Lei dice “torturato” ma intende altro: lo arrestarono nell’estate del Duemila, Franco Cianfriglia. Furto d’auto: ne guidava una rubata. Lo mandarono a Regina Coeli e mentre era lì, il 27 agosto, morì il suo papà. Cianfriglia chiese di uscire per i funerali: era incensurato, il reato non era gravissimo. Ma gli dissero di no. Anzi, lo mandarono in un carcere più lontano da Roma, da mamma Maria, dai fratelli. Prima a Viterbo poi a Cassino. «Quelli furono gli anni in cui cominciò a cambiare - ricorda la mamma - Morì anche mia madre e in quei giorni la fidanzata lo lasciò dopo dieci anni che stavano insieme. Fu allora che cominciò drogarsi. Però a me non ha mai chiesto un soldo». Franco Cianfriglia usciva dal carcere e sbagliava di nuovo: le capre, poi un’altra macchina e un’altra ancora. Aveva bisogno di soldi per la droga ma lo prendevano sempre e gli davano condanne mai superiori a tre mesi. Finché lo trovarono morto, per overdose, a marzo 2007: «D’altronde in tribunale lo avrebbero dovuto sapere che Franco non c’è più. Un giudice andò nel luogo in cui lo ritrovarono senza vita, fece fare un’autopsia. Sarebbe bastato bussare alla porta del collega accanto per evitare questi errori, mentre per altre persone che hanno commesso cose assai più gravi la giustizia chiude tutti e due gli occhi».
Antonino Lastoria, il suo avvocato, sottolinea la gravità della vicenda: «Questo tipo di processo viene fatto solo quando la presunta pericolosità del soggetto è attuale. Franco Cianfriglia era deceduto nel marzo 2007 e a settembre 2008 la procura di Tivoli ha chiesto per lui le misure che il tribunale di Roma avrebbe dovuto adottare ieri, a gennaio 2009. Questo la dice lunga sulla capacità della giustizia di essere tempestiva quando ritiene di dover intervenire. Senza contare che stiamo parlando di un ragazzo che aveva rubato delle capre e un furgone Fiorino».
«Ora spero che lo capiscano - dice la signora Maria - Se la prendano con qualcun altro. Con chi è vivo. Non con chi non può difendersi perché è morto».
(*) da Il Messaggero, 23 gennaio 2009
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