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2013, appuntamento con la giustizia Stampa E-mail
mercoledì 25 febbraio 2009
Mi chiamo Rosaria Monaco ed ho 56 anni. Da circa venti anni la qualità della mia vita è stata notevolmente e seriamente compromessa  da due gravi episodi: l’aver contratto, a causa di una trasfusione di sangue, il virus HCV con conseguente epatite cronica attivae l’essere affetta da diabete insulino-dipendente a causa  della presenza devastante del virus HCV (come confermato dal diabetologo presso il centro diabetologico che da anni mi segue).
Quel che attualmente mi pesa di più è la complicanza di una retinopatia diabetica proliferante che mi costringe a sottopormi a numerose sedute di laserterapia sistematicamente prescritte dopo ogni nuovo esame di fluorangiografia.
Ciò premesso, espongo quanto segue.
A seguito di istanza presentata il 15 novembre 1994, al fine di ottenere i benefici previsti dalla Legge 210/92, mi vengono riconosciuti nel 1996, con decisione unanime della commissione medica militare (ex C.M.O.) di Messina, il nesso causale e l’ascrivibilità alla sesta categoria di cui alla tabella B allegata alla legge 29 aprile 1976 n. 1172.
Con raccomandata AR il ministero della Salute mi comunica il riconoscimento del diritto a percepire l’indennizzo disciplinato dalla legge 210/92. Con sentenza n. 15584/05 la sezione lavoro della Cassazione ha stabilito che l’indennizzo previsto dalla legge 210/92 deve essere rivalutato per intero (rivalutato, cioè, anche nella parte costituita dalla indennità integrativa speciale). Tale importante e definitiva sentenza, oltre alle innumerevoli cause legali nelle quali il Ministero della Salute risultava essere sempre soccombente con costi legali che potevano e possono essere pacificamente evitati, lasciava intendere che sarebbe stato più conveniente applicare automaticamente la rivalutazione dell’indennizzo. Non essendo avvenuto questo automatismo, sono stata costretta a presentare ricorso presso il Tribunale di Catania – Sezione Lavoro. Il suddetto ricorso è stato depositato il 21 novembre 2007 e l’udienza di discussione fissata per l’11 febbraio 2009. Quasi 15 mesi tra il deposito del ricorso e la prima udienza! L’avvocato mi riferisce che sarebbe stato inutile ogni tentativo di chiedere un’anticipazione dell’udienza e, pertanto, attendo pazientemente nella speranza che, trascorsi questi quindici mesi, si potesse poi pervenire in tempi ragionevolmente brevi ad una decisione. Invece, all’udienza dell’11 febbraio 2009, nella quale il Ministero non si è neanche costituito, il giudice della Sezione Lavoro del Tribunale di Catania rinvia per la decisione al 17 aprile 2013!!
Ben quattro anni e due mesi dalla precedente udienza!
Ora, mi chiedo… , parliamo di giustizia lenta, di durata irragionevolmente lunga dei processi, di necessità di porre fine a questo triste e negativo primato che detiene l’Italia.  Ma qui non viene evidenziata una lunga durata dovuta a ricorsi, appelli, gradi di giudizio che per il loro numero potrebbero spiegare ma non giustificare la mostruosa lentezza dell’apparato giudiziario. In questo caso non vi è né spiegazione , né giustificazione alcuna! Qui si sta parlando di un giudice che calendarizza numerose udienze con intervalli di quattro – cinque anni! E questo non è umanamente tollerabile! La circostanza che tale giudice, da quanto mi è dato sapere, ricoprirebbe l’attuale incarico alla Sezione lavoro del Tribunale di Catania da circa dodici anni e la giusta consuetudine di effettuare per i giudici del lavoro un avvicendamento ogni 10 anni , lascia immaginare quali fossero i reali motivi di questo modus operandi.
Come può difendersi da tutto ciò il cittadino onesto? Quali armi di difesa mi si possono proporre?
Esiste la possibilità di ricorrere a quanto previsto dalla legge “Pinto”. Permane anche la possibilità di ricorrere alla Corte di giustizia europea a Strasburgo. Ma perché esporre alla ennesima gogna morale un paese come l’Italia a cui personalmente mi sento con orgoglio di appartenere e della cui Costituzione vado fiera? Immaginiamo quale scalpore desterebbe l’invio alla Corte europea di Strasburgo di un ricorso collettivo (leggasi “veemente ed energica protesta”) firmato da numerosi cittadini italiani con casi analoghi o peggiori del mio! A livello europeo sortirebbe l’immagine di un paese da Terzo Mondo!
Ecco perché, in questo frangente, non ho altri mezzi che ricorrere a chi, rappresentante del mondo politico, dell’opinione pubblica o delle Istituzioni, può fornirmi suggerimenti utili ed efficace tutela. Mi chiedo: è degno di un paese civile quanto accade?
Mi si potrebbe obiettare che, in fondo, l’oggetto del mio ricorso non è proprio così grave.
E’ vero. Esistono casi molto più gravi. Ma è proprio ciò che è intollerabile! Esistono, cioè, casi più gravi del mio che subiscono lo stesso trattamento da parte di giudici che non sono più arbitri , ma operano arbitrii. Ciò che è grave per me è certamente la mia attuale  condizione di salute, il sapere di essere stata danneggiata per la mancata vigilanza dello Stato durante la triste vicenda del sangue infetto, nell’avere effettuato per questo motivo massicce e frequenti terapie interferoniche, nell’ave-re successivamente appreso che l’uso prolungato di interferone poteva causare e catalizzare gravi forme di retinopatia.
Per questi motivi non posso ulteriormente farmi calpestare da un giudice che, forse sapendo che a breve dovrà abbandonare, per avvicendamento, il suo attuale incarico, stabilisce udienze con intervalli di quattro, cinque anni!!
Non è ragionevolmente ed umanamente accettabile!
Attendo fiduciosa, pertanto, le indicazioni necessarie per porre fine a questo grottesco e scandaloso modo di operare.
La Legge Pinto non è più sufficiente. Occorre con urgenza un disegno di legge da cui possano scaturire previsioni di sanzioni più severe per giudici che… “non decidono” e disposizioni che stabiliscano limiti temporali ragionevoli tra una udienza e l’altra (quattro anni e due mesi costituiscono un intervallo temporale francamente inaccettabile e grottesco!).
Io attendo fiduciosa, ma quanto da me atteso lo pretende e lo esige anche una vasta platea di vittime di tali arbitrii.
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