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"Giustizia in bancarotta": domani tavolo di confronto Stampa E-mail
lunedì 04 maggio 2009

Si svolgerà domani a Roma la 'Giornata nazionale della giustizia', una  riunione pubblica a cui parteciperanno tutti gli attori del settore, dai rappresentanti delle altre magistrature a quelli del personale amministrativo e dell'avvocatura.
Presentando l'appuntamento, il presidente dell'Anm, Luca Palamara, ha parlato di stato di bancarotta per la giustizia italiana. "Come sempre avviene quando una azienda rischia il fallimento - ha detto il magistrato -  due sono le strade. O si ricapitalizza, o si portano i libri in tribunale".

Secondo Palamara "siamo in una situazione di insolvenza, è prossimo il pericolo del fallimento", che arriverà, secondo le sirene dei vari sindacati di categoria, nel 2011, quando arriverà l'ultimo dei tre tagli di risorse previsti per il settore, 450 milioni di euro.

Invitati di 'lusso' anche il ministro Angelino Alfano, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Intanto, i numeri disegnano un quadro quantomai desolante: le pendenze civili al 2007 ammontano a 5 milioni e 400 mila; quelle penali a un milione 500mila: per eliminarle occorrerebbero rispettivamente 16 mesi e 13 mesi di lavoro esclusivo (senza cioè che i magistrati si occupino dei nuovi procedimenti) e con un tasso di produttività altissimo. Una condizione irrealizzabile sia perchè la produttività attuale "è ai limiti dell'intollerabilità" sia per il numero elevatissimo dei nuovi procedimenti (4,5 mln nel civile) e (1,6 nel penale) ogni anno si aggiungono alla montagna dell'arretrato. Di qui la richiesta di interventi "strutturali": più risorse finanziarie e umane e un "serio" progetto di riforma.

Insomma, il problema non sono i fannolluni, aggettivo che magistrati, avvocati e personale amministrativo non vogliono nemmeno sentire, dato che non si sentono responsabili del malfunzionamento della giustizia. Domani, numeri alla mano, lanceranno quindi un j'accuse alla politica, a cominciare dal ministro della Giustizia. Alfano, secondo il vice presidente dell'Anm Giacchino Natoli, "ignora persino dati elementari in possesso dei suoi stessi uffici, visto che parla di 9 milioni di processi pendenti", mentre le pendenze, secondo i tabulati delle toghe, sono 'appena' 6,5 milioni. La polemica, però, non è solo con l'attuale governo, visto che tutti quelli che si sono succeduti negli ultimi 10 anni hanno tagliato le risorse. Al "forte incremento" della domanda di giustizia da parte dei cittadini, segnalato soprattutto dall'aumento delle pendenze del civile (cresciute del 400% in 30 anni e poi ancora del 129% dal 1990 al 2007), ha corrisposto infatti la contrazione del personale giudiziario, passato da 53.000 unità del 1998 ai 43.982 del 2008 e dei dirigenti (dai 432 del 2001 a 347 del 2008). Parallelo il taglio degli investimenti: dai 7.665.369.477 di euro del 2005 si è arrivati ai 7.560.741.030 del 2009 e, secondo i sindacati, nel 2010 è previsto un ulteriore taglio di 442 milioni di euro. E non è tutto: "non solo quello della Giustizia è l'unico personale della pubblica amministrazione che non è stato riqualificato, ma - denunciano esponenti delle Rdb - non dispone nemmeno dei mezzi basilari, visto che deve lavorare con computer di prima generazione e che nemmeno la metà di loro ha un indirizzo di posta elettronica".

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