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I parenti del giudice suicida contro il CSM Stampa E-mail
luned́ 12 febbraio 2007
ImageIl pensiero della morte lo accompagnava da tempo. Da quando un amico gli aveva confidato che l’ottava commissione del Csm aveva espresso parere negativo sul rinnovo del suo incarico quadriennale come giudice di pace, a Torino.
«Che mi resta adesso? Cosa mi resta se non la morte» si sfogò allora Francesco Sibilla, il giudice che, sabato mattina, si è ucciso con un colpo di una calibro 7,65 comprata in un’armeria torinese venerdì mattina. Era dicembre quando Francesco Sibilla si sfogò tra le lacrime. La decisione finale era ancora lontana, ma lui aveva già chiaro il suo futuro: «Ho una moglie, un figlio. Che posso fare adesso?» Quello stesso amico gli parlò con il cuore in mano: «Fra, adesso devi stare tranquillo. Per quel che posso ti dò una mano io a cercare una nuova occupazione. Come legale di un’agenzia di assicurazione andresti benissimo. Hai esperienza e capacità. vedrai che ce la farai. E poi, secondo me, qui a Torino qualcosa forse si riesce a trovare».
Ma quel «forse» non gli bastava. Era troppo poco per uno come lui, ex ufficiale della Guardia di Finanza che campava con uno stipendio di mille e 500 euro al mese: soldi che servivano quasi tutti per mantenere il suo unico figlio all’università, alla Normale di Pisa. Troppo poco per un uomo già provato in modo molto duro dal destino: anni fa, quando l’idea di trasferirsi a Torino da Taranto era ancora lontana aveva perso un altro figlio, travolto da un’auto mentre stava uscendo di casa.
«Adesso valuteremo se i criteri adottati per la sua esclusione dall’incarico sono gli stessi adoperati anche nei confronti di altre persone. La famiglia vuole giustizia e vuole chiarezza: non può accettare passivamente questa disgrazia. Non può far finta che le ragioni di questa morte non siano da ricercare in quel giudizio negativo che ha espresso il Csm» spiega l’avvocato Roberto Mordà, che è stato incaricato dalla famiglia di far tutto il possibile per tutelare la memoria del loro congiunto. Mordà, che più volte in tribunale ha citato una sentenza clamorosa di Sibilla, che rigettava il decreto di espulsione per un cittadino romeno, aggiunge: «Quell’uomo si è sentito abbandonato da tutti. Solo e disperato nonostante abbia sempre lavorato sodo per il suo ufficio». E agli amici di Sibilla aggiungono: «Non si può cacciare uno perché il giudizio su una sentenza che ha scritto non è in prosa perfetta. Queste sono assurdità della magistratura».
Intanto nel palazzo di vai Rubino, dove Francesco Sibilla si era stabilito quattro anni fa con la moglie, prosegue la processione di amici e parenti, giunti da Taranto. «Lucia andrà via da qui: lascerà Torino, tornerà in Puglia dove ha accanto persone fidate. Qui non ha più nessun senso restare. Lei è sola e suo figlio è all’università: tanto vale rientrare a Taranto» sussurrano gli amici. Gli stessi che, all’alba di ieri, hanno accompagnato Lucia e suo figlio alla camera mortuaria per vedere l’ultima volta Francesco. Per dire una preghiera davanti alla salma di un uomo buono. Che non ha avuto la forza di reagire a quello che lui considerava un torto: «Il più grande che potessero farmi».
Fonte La Stampa
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