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Appello al popolo |
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giovedì 28 gennaio 2010 |
di Mauro Mellini Sulla prima pagina de “Il Giornale”, che, oramai ha assunto la funzione del “giornale del partito” del P.D.L. e, del berlusconismo ortodosso, di domenica 24 gennaio, campeggia il titolo “Contro le Procure che fanno politica – La piazza ultima spiaggia”. Non è che come indicazione politica sia un granché. Ma, salvo i soliti ripensamenti e riconversioni, si direbbe che è il segnale della fine del “ripensamento” precedente. Il ripensamento rispetto ai propositi di “appello al Popolo” che sembravano prevalere negli umori di Berlusconi. Prima delle invocazioni per le “soluzioni mediate e condivise” di Napolitano, della millantata ragionevolezza di Fini, nonché del souvenir in faccia di Tartaglia. Che di tutti sembra sia stato il più efficace, seppure involontario promotore di perdonismo e buonismo natalizi, al paragone di più diretti ed apparentemente più ragionevoli consiglieri di “metodi condivisibili”. All’editoriale di Feltri, fa seguito una intera pagina dedicata al “popolo di Silvio” che ora su i blog esprime rabbia e invoca un gran corteo contro l’inarrestabile catena di montaggio delle accuse e degli sgambetti giudiziari al Cavaliere. Non credo che si tratti di una presa di posizione personale di Feltri. Ed è certo che tra i simpatizzanti della maggioranza e del governo, e non solo tra loro, si fa sempre più forte e chiara la sensazione che la persecuzione giudiziaria finalizzata all’eversione dell’assetto politico uscito dalle elezioni abbia superato ogni limite di credibilità e di decenza. Quello che lascia forti perplessità è però proprio la conclusione di Feltri: scendere in piazza, e, poi il corteo. Insomma la grande giornata, la prova di forza. Non che si tratti di cose senza effetto. Se si considera quale impulso ricevette il golpe giudiziario dei giorni e dei mesi di “mani pulite” e, più in generale l’incombente intervento nella politica italiana del “Partito dei Magistrati”, con le sue martellanti e cicliche sparate mediatico-giudiziarie, che da allora si susseguono, dalle prime manifestazioni forcaiole pro-Di Pietro, si può ben ritenere che quando la giustizia si dà obiettivi politici e li sceglie quale suo vero metro, non possa non risentire anche della piazza. Piuttosto non ci convince e ci preoccupa proprio l’idea della “giornata”, dell’adunarsi (per poi tornare a casa) quale sbocco per quella rabbia di quanti si sfogano su internet ed invocano la possibilità di “scendere in campo”. L’appello al popolo (la “provocatio ad populum” che nel diritto romano era la suprema garanzia del cittadino contro il potere di coercizione e d’accusa dei magistrati) non può limitarsi a ciò. La voglia della gente di scrollarsi di dosso la giustizia ingiusta e di sbarrare il passo all’invadenza della magistratura, che sempre più chiaramente è percepita come matrice di ogni stravaganza della giustizia nel nostro Paese, non può essere soddisfatta da una giornata, da un’occasione di sfogo e non consiste in qualcosa di così epidermico ed occasionale perché ciò sia soltanto pensabile. Se Berlusconi potrà ad un certo momento sfoderare la sua brava percentuale dei sondaggi che dimostri che la gente lo considera vittima di prevaricazioni e strumentali persecuzioni, non dimentichi che se un tale atteggiamento della pubblica opinione non è ancorato alla convinzione che le frenesie antiberlusconiane di certi P.M. (maturate secondo un pensiero di “uso alternativo della giustizia” che precede di molto la “scesa in campo” del Cavaliere) se non è avvertito come strettamente connesso con le cento, mille prevaricazioni, inefficienze, inconcludenze di una giustizia ad altro finalizzata che ad essere solo giusta, non sarà mai né stabile né capace di strutturarsi in un movimento che metta veramente, stabilmente al bando la pretesa dei magistrati di sovrastare ogni altro potere, costi quel che costi. In realtà, poi, solo una episodica, motivata, meditata denuncia avanti alla pubblica opinione di questa anomalia (prevalentemente) italiana del sistema giudiziario e del ruolo dei magistrati, che porti la gente a ricercare e contrastare le tante manifestazioni di questa tendenza eversiva ed a denunziarne le conseguenze e le metastasi, è l’azione politica che, almeno in teoria, è l’unica che possa coinvolgere altre forze politiche oggi adagiate su posizioni di comodo sfruttamento dell’attacco alla maggioranza, in una posizione diversa, e verso atteggiamenti diversi che si fondino sul riconoscimento che il “partito dei magistrati”, oggi accanito fino alla cecità nell’attaccare Berlusconi ed i suoi, è, potenzialmente, pericoloso per qualsiasi altra maggioranza ed assetto politico (e se ne hanno già manifestazioni assai esplicite). In piazza, dunque. Ma senza poi “licenziare” chi abbia risposto all’appello. In piazza, ma subito preoccupandosi di dare al movimento contro l’ingiustizia strumenti per una presenza ed un’azione non episodica. Non ci sono “dottrine” per questa partecipazione popolare, sulle quali costruire un movimento. Ma il molto o il poco che è stato meditatamente elaborato in questi ultimi venti anni, non va certo buttato via e nel condurre la battaglia non va messa da parte quel tanto di coerenza di posizioni che deve animare non la prima pagina del giornale di questa o quella occasione, della data di questo o quell’episodio, della giornata in cui si scenderà in piazza, ma un’azione di massa e di singoli, del Parlamento e del Governo, che non sarà né breve né facile. Se avremo coscienza di questo, se l’avranno Berlusconi, Alfano, i pochi o molti che oggi hanno possibilità di farsi sentire e che chiedono di non essere lasciati soli, lunga o difficile che sia la battaglia per una giustizia non “deviata” sarà vinta. Perché è una battaglia di libertà.
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