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Cane non morde cane |
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lunedì 26 luglio 2010 |
di Gianluca Perricone Questa volta anche noi ci rassegniamo e semplicemente poniamo il quesito: è davvero così “Superiore” il Csm? O ha forse ragione Angelo Panebianco quando sostiene (Corriere della Sera dello scorso 21 luglio), riprendendo uno scritto di Carlo Federico Grosso (secondo il quale i due principali difetti del Consiglio sono costituiti dall’eccessivo correntismo e dai rapporti di scambio più o meno occulti con la politica), che nel Csm «la competizione correntizia porta inevitabilmente le correnti ad intrecciare rapporti con le varie componenti della classe politica»? Rispondere ad una simile domanda significherebbe porsi conseguentemente un altro quesito: davvero la politica (nel senso più ampio del termine) ha davvero voglia di riformare la giustizia? O più semplicemente, a destra come a sinistra, si preferisce agire “caso per caso” senza avere il coraggio – perché di vera risolutezza si tratterebbe – di procedere ad una riforma complessiva del sistema-giustizia, Csm incluso?
Coloro i quali, fino ad oggi, hanno fatto finta di nulla di fronte alle spesso incredibili pronunce della Disciplinare dello stesso Csm (sull’argomento, del resto, sono stati scritti corposi tomi) nei confronti di togati forse addirittura nemmanco degni di essere definiti tali, ebbene oggi questi giustizialisti d’accatto gridano allo scandalo perché è esploso il caso-Marra. E’ normale? Per noi no, soprattutto perché abbiamo da sempre sostenuto la necessità di una sostanziale riforma di quell’organismo. Così come, però, non ci sembra altresì logico che una maggioranza parlamentare tra le più rilevanti (almeno numericamente parlando) della storia della Repubblica italiana si ostini a “riformare” pezzettini del sistema-giustizia, dimostrando di non essere anch’essa in grado – sempre per dirla con Panebianco - «di concepire e attuare un equilibrato progetto di riforma che sappia coniugare efficienza, funzionalità e rispetto dei principi liberali». E’ pur vero che, appena qualcuno tenta di riformare qualcosa in tema di giustizia, l’alzar di scudi della “casta” togata a difesa dei propri privilegi diventa (forse) seconda soltanto a quella della “politica” a tutela dei suoi benefici. Siamo di fronte ad un insopportabile “autocontrollo” che purtroppo, molto spesso, si trasforma in inspiegabile “non luogo a procedere”. Una sorta di «cane non morde cane» che una maggioranza parlamentare degna di tale nome non dovrebbe essere più disposta a tollerare: costi quel che costi.
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