C'era una volta l'egemonia culturale della sinistra...
domenica 17 aprile 2011
di Osvaldo Ottaviani Credo si debba tornare a riflettere su una frase che Asor Rosa si è lasciato scappare nell’ormai celebre articolo sul “Manifesto”: “Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese”. Una frase che è, al tempo stesso, vera e falsa.
È vera perché testimonia l’incapacità degli intellettuali di comprendere la realtà che hanno di fronte e le sue mutazioni.
Non è cosa da poco, se si pensa che, per tutti costoro, vale il detto di Marx: non bisogna limitarsi a interpretare il mondo, bisogna cambiarlo (perché il cambiamento porterà con sé, necessariamente, una nuova visione del mondo). Bene, una frase come quella di Asor Rosa, che è il classico intellettuale marxista, è allora il segno di un’incapacità di agire, una sorta di paralisi, una mancanza di vie d’uscita, che genera le reazioni scomposte a cui ogni tanto assistiamo.
È falsa, invece, perché ritengo che l’antifascismo di ritorno contro il “nemico” Berlusconi sia un fenomeno motivato dalla paura, ma da una paura che ha un fondamento nella realtà: l’egemonia (per usare un termine gramsciano) in questo paese è passata dal centrosinistra al centrodestra, non solo sotto il versante politico, in cui, come sappiamo, l’alternanza c’è stata e probabilmente ci sarà ancora, ma sotto il versante che chiamerei “politico-culturale”. È finita l’egemonia culturale che si riscontrava nel linguaggio e nel pensiero unico della sinistra comunista e postcomunista (e che abbracciava anche la sinistra cattolica, si pensi a Dossetti), con la sua interpretazione della storia d’Italia alla luce delle categorie ‘etiche’ di fascismo e antifascismo.
La natura dell’ideologia e dell’egemonia che essa impone non è di essere veritiera (e, infatti, si fonda su grandi miti: la Resistenza, la Costituzione, ecc.), ma di riuscire a imporsi su tutto e tutti, imponendo, a sua volta, quello che Eric Voegelin chiamava il “divieto di fare domande”. Il cataclisma culturale che Berlusconi (forse inconsapevolmente) ha provocato nella realtà italiana si spiega solo se si tiene conto di questi fattori. Il comunismo era finito con l’Unione Sovietica, ma in Italia, per le vicende che tutti sappiamo, si verificava il paradosso del più potente partito comunista d’occidente (anche se diventato Pds e non più Pci) che si accingeva ad andare al governo. In questa prospettiva, il fenomeno Berlusconi è comparabile a quello di un brusco cambio di paradigma, il crollo di un’egemonia culturale prima ancora che politica, crollo di cui i detentori di quella egemonia hanno avuto il sentore. Da ciò la loro reazione, che dura tutt’oggi.
Riflettiamo su un paradosso: quella di Berlusconi è stata una rivoluzione culturale più che politica. Politicamente la sua azione di governo si è sempre rivelata insufficiente (lasciamo perdere adesso se per colpa sua o dei suoi alleati) ed egli non è mai riuscito a realizzare quelle riforme liberali per le quali ha chiesto per tre volte la fiducia agli italiani. La rivoluzione di Berlusconi, al di là delle sue intenzioni, è stata una “rivoluzione culturale”, il cui peso può essere misurato dall’entità delle reazioni che ha suscitato.
Mi viene sempre in mente una frase di Baget Bozzo, che è sicuramente un’estremizzazione, ma coglie nel segno: “Dobbiamo ringraziare Berlusconi, perché dopo di lui possiamo dire che Bobbio non era granché come filosofo”. Prima di Berlusconi, in effetti, chi avrebbe avuto il coraggio di sostenere che occorresse una riforma della Costituzione, quando la Costituzione figlia dell’antifascismo era il mito di fondazione della cultura di sinistra (e, quindi, della cultura tout court)? O che la resistenza non è stato quel fenomeno unitario, di cui la cultura comunista pretendeva d’essere l’unica depositaria? Certo, c’era stato un De Felice, ma la legittimazione del revisionismo storico è qualcosa che diventa concepibile solo con il fenomeno Berlusconi. Chi avrebbe avuto il coraggio di dire (pena l’esclusione da qualsiasi circuito culturale) che la resistenza era stata fatta anche da personaggi come Edgardo Sogno? Che i comunisti combattevano il nazifascismo non per il ritorno alla democrazia, ma solo come occasione per una rivoluzione socialista? Paradosso dei paradossi: prima di Berlusconi chi avrebbe potuto soltanto immaginare che il segretario di un partito post-fascista sarebbe potuto diventare la terza carica dello stato?
Che questo sia stato il ruolo del berlusconismo lo si può capire anche dalla posizione di retroguardia che i partiti di sinistra hanno assunto negli ultimi quindici anni. Dal sindacato alla scuola, fino alla magistratura, le battaglie di cui la sinistra si è fatta portabandiera sono sempre state battaglie di ‘conservazione’, di salvaguardia di corporazioni più o meno agguerrite. Non è un caso che il lessico delle riforme (dal lavoro alla giustizia) sia stato monopolizzato dal centrodestra e che coloro che a sinistra hanno provato a far propria la spinta riformista si siano trovati di fronte a difficoltà insormontabili (vedi, da ultimo, il caso di Nicola Rossi). Il paradosso di una sinistra riformista che si trova costretta a giustificarsi delle sue posizioni di fronte alle accuse di “intelligenza col nemico” o di “inciucio” mosse dalla base stessa dei loro elettori è un fenomeno che meriterebbe un’indagine più attenta.
È questo il motivo che sta alla base di atteggiamenti come quelli assunti da Repubblica o da intellettuali come Eco o Asor Rosa, che vedono venir meno il terreno su cui fino a ieri avevano camminato così bene, e non capiscono che questo avviene non per la perversa volontà di uno solo, ma perché effettivamente i tempi sono cambiati ed è ora che anche la sinistra, specie quella che dovrebbe ‘produrre’ idee, se ne accorga. Per non prendere atto della realtà rimane sempre la scorciatoia ideologica. Ecco allora saltar fuori un’immagine dell’Italia, su cui ha scritto belle pagine Luca Ricolfi (un altro “apolide della sinistra”), fatta di cittadini ebeti e ignoranti, cripto- fascisti, indottrinati dalle televisioni del presidente del consiglio, e via discorrendo. Da queste premesse (chiaramente antidemocratiche) discendono le parole di un Asor Rosa (che si è solo limitato a tirare le dovute conseguenze) o la voglia di eliminare Berlusconi per via giudiziaria o ricorrendo a qualche altra scorciatoia.
Qualcuno dirà, certamente, che tutto questo è anche colpa di Berlusconi, che, nel suo disegno populista, ha fatto della personalizzazione della lotta politica un’arma vincente a livello elettorale. Se la logica che lo stesso Berlusconi fa valere ogni volta è quella del “con me o contro di me”, non si può non pensare che il riconoscimento reciproco tra le due parti del paese dovrà avvenire solo dopo la fine di Berlusconi. Non nego che ci sia del vero in questo argomento, mi limito solo a notare che un certo modo di pensare l’avversario come il “male assoluto” da abbattere a tutti i costi non è sorto con Berlusconi e non morirà con lui: c’è già stato contro Craxi (e potrei risalire a De Gasperi e a Giolitti, se il discorso non si allungasse troppo) e molte cose lasciano temere che ci sarà anche dopo Berlusconi.
La differenza è che Berlusconi è stato colui che ha inferto un colpo decisivo a quella “visione del mondo” che la cultura di sinistra ha confuso con la realtà, una visione del mondo declinante e già destinata a cadere. L’accelerazione e l’accanimento contro Berlusconi sono un segnale molto forte di questo fenomeno: motus in fine velocior. La vera lotta non è pro o contro Berlusconi, ma su quale sia il futuro della sinistra in Italia, se dovrà continuare a spegnersi in una forma di conservazione dell’esistente oppure se saprà trovare la strada per un rinnovamento dall’interno che porti al superamento del passato e alla riconciliazione con la realtà. La storia del riformismo italiano (da Turati a Craxi) non lascia ben sperare.