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Governo tecnico e giustizia politica |
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luned́ 12 dicembre 2011 |
di Mauro Mellini
Gli entusiasmi che gli specialisti del “leccaggio” (non solo giornalistico) hanno mostrato per il “governo tecnico” di Monti, non sembra abbiano generato qualche riflessione su tecnica e politica nell’amministrazione della giustizia. Paradossalmente un “ministro tecnico” della giustizia è la miglior garanzia per una giustizia politica. La giustizia, infatti, è amministrata da magistrati, i quali, nella loro indipendenza dall’Esecutivo e dal Ministro della Giustizia, se hanno propensione per una giustizia politica e per una loro “politica della giustizia” (cioè una propensione a costituirsi in partito) possono trovare ostacolo e subire almeno un tentativo di ricondurli nell’alveo della loro funzione (che è quella di applicare le leggi e di accertare i fatti secondo criteri obiettivi universalmente accettabili) solo da un’azione fortemente politica (cioè fondata su di un supporto politico radicato nell’opinione pubblica) di un ministero che non si autoaccantoni in nome di un mero tecnicismo, che è di necessità disarmato e distratto di fronte alle invadenze politiche della magistratura. Non è che i ministri “politici” della giustizia abbiano dato prova di avere almeno l’idea di una funzione diversa dal semplice supporto all’azione della magistratura, quale che essa sia e, cioè anche a quella travalicante i limiti istituzionali della sua funzione. Ma il ministro (cioè, nel caso nostro, la “ministra”) tecnico si può dire che è quello che si autoproclama inerte di fronte a questo fenomeno della politicizzazione della magistratura e della funzione giudiziaria. Il partito dei magistrati, del resto, ha fatto da battistrada al governo “tecnico” ed all’”antipolitica” che esso sottende. Se, dunque, sentiremo parlare di “riforme” in tema di giustizia, possiamo essere sicuri che si tratterà di normative finalizzate ad un velleitario efficientismo, assai probabilmente controproducenti, pseudoriforme che eviteranno accuratamente di toccare il vero problema della giustizia italiana: la sua “devianza” verso finalità, compiti, pretese che non sono propri di essa e non possono e non debbono esserlo. E questo avverrà mentre il “governo tecnico” pretenderà di affrontare anche riforme delle Istituzioni e della Costituzione. Ma nel campo della Giustizia possiamo esser certi che si rimetterà all’A.N.M. ed ai suoi voleri. In altre parole lascerà ai magistrati le briglie sul collo più di quanto ne abbiano fatto (perché lo hanno fatto) i vari ministri del passato recente e meno recente che, dovremmo dire “di nomina politica”, anziché “politici”. Ma quel che è più grave è che quel tanto di percezione della politicizzazione della politica, dell’esistenza di un vero e proprio “partito dei magistrati” che, sia pure episodicamente, marginalmente ed in modo epidermico esisteva nel Centrodestra, nelle sue proteste contro certe “campagne” antiberlusconiane, anziché svilupparsi e liberarsi da vincoli di prudenza e di responsabilità derivante dal ruolo di maggioranza e di governo che aveva fino a ieri tale parte politica, pare sia destinato a rientrare e completamente dissolversi, salvo qualche strillo all’arrivare di ulteriori staffilate che non saranno risparmiate per il risultato oramai raggiunto. Questo è probabilmente l’aspetto più allarmante. Anche il Centrodestra, come del resto, da anni, la Sinistra, rischia di esser preso da una sorta di “libido servendi” nei confronti della magistratura. E Dio sa quanto vorremmo sbagliarci.
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questa parte il sistema politico-mafioso-poteri forti-gruppi
di interessi-grande industria e compagnia
bella sta strangolando il paese un poco alla volta e oggi
siamo alle scene finali: la dittatura.
La magistratura? Quale magistratura, volete dire quelli che si vendono le sentenze come fossero bistecche e si considerano i futuri reggitori della penisola?
Ma per piacere....
Lo stato, non il governo è il leviatano che vuole distruggerci tutti, noi e le nostre famiglie.