Sentenza di primo grado dopo 21 anni: ĢIl boss Montani non č il killer di Di Leoģ
lunedė 02 aprile 2012
di Angela Balenzano La sentenza per il delitto di mafia di Vincenzo Di Leo arriva 21 anni dopo l'omicidio: avvenuto il 31 dicembre del 1991. Quando in città era in corso una sanguinosa guerra tra clan per accaparrarsi fette di territorio e gestire i traffici illegali. I giudici della corte di Assise (presieduta dalla dottoressa Galantino e giudice Errede a latere) questa mattina hanno assolto il boss del quartiere San Paolo, Giuseppe Montani (difeso dall'avvocato Nicolò Nono Dachille) perché «è insufficiente o è contradditoria la prova che l'imputato l'abbia commesso». In altre parole Montani (attualmente detenuto per altri reati) non è l'assassino e il delitto Di Leo è senza un colpevole. Dopo 21 anni.
L'ITER GIUDIZIARIO - È stato un susseguirsi di notifiche sbagliate e mancanza di gravi indizi di colpevolezza: nel 1993 l'imputato fu prosciolto dal gup da tutti i reati che gli erano stati contestati: in sostanza non c’erano «sufficienti indizi di colpevolezza» perché un testimone oculare l'aveva scagionato indicando Giulio Cacucci e un altro pregiudicato, che all’epoca dei fatti era minorenne (entrambi sono stati assassinati in delitti di mafia), come i responsabili dell’omicidio di Vincenzo Di Leo. Nel 2005 però Montani è stato nuovamente tirato in ballo da un collaboratore di giustizia che lo ha indicato come unico responsabile. Poiché le sentenze di proscioglimento nel nostro ordinamento non passano mai in giudicato, in qualsiasi momento, se vengono alla luce nuovi elementi, è possibile riaprire il caso. E nella vicenda di Montani è stato proprio così: 17 anni dopo il delitto viene avviato un nuovo procedimento. Ma la macchina della giustizia si blocca ancora una volta. Perché l'avvocato di Montani presenta un'eccezione: tutte le carte del processo sono state notificate ai legali sbagliati: o meglio a quelli che Montani aveva incaricato della difesa quando erano iniziati i suoi guai giudiziari. Il nuovo avvocato, Nono Dachille era stato nominato da ben tre anni e avrebbe dovuto ricevere da allora tutte le comunicazioni relative al procedimento penale. Cosa che evidentemente non è accaduta. Quindi si è tornati dal dibattimento all’udienza preliminare. Ma non è ancora finita. Proprio durante l'udienza preliminare viene presentata l'ultima ed ennesima eccezione: c'è stato un altro errore di notifica nell'avviso di conclusione delle indagini. Gli atti son tornati al pubblico ministero. Tutto da rifare. Ancora una volta. L'ULTIMO ATTO E I NUOVI COLPI DI SCENA - Questa mattina il processo a carico di Montani (e parliamo ancora del primo grado di giudizio) si è finalmente concluso: in quest'ultimo procedimento sono confluiti gli stessi atti che avevano portato al proscioglimento nel 1993 perché il pentito che aveva permesso la riapertura del caso nel 2005 non è stato inserito nella lista dei testi (pur se nel corso dell'iter giudiziario la lista è stata rifatta più volte) e perché le intercettazioni telefoniche erano già state dichiarate inutilizzabili dalla Corte di Assise che nel 1993 assolse Cacucci dal delitto. Pur se quest'ultimo era stato riconosciuto dall'unica testimone oculare che si era resa disponibile a collaborare con la giustizia. L'avvocato Nono Dachille si riserva comunque di impugnare la sentenza allo scopo di ottenere un verdetto con formula ampia. da www.corriere.it