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Sicilia da commissariare? Stampa E-mail
luned́ 14 maggio 2012
di Mauro Mellini
L’esito delle elezioni comunali che si sono tenute in Sicilia ha confermato lo spappolamento non solo del centrodestra, ma dell’intero sistema politico, oramai ridotto ad una squallida sceneggiata con incomprensibili intrecci di vuote etichette e di meschine clientele personali, che una demenziale legge elettorale ha reso e rende ancor più funambolici ed impudenti.
    In questo scenario da operetta si fa oramai strada, anzi, si dà quasi per certo, che ad ottobre si voterà anche per il Parlamento Regionale. Lombardo sembra oramai rassegnato alle dimissioni, cui lo costringono gli eventi giudiziari catanesi.
    Così un altro Presidente della Regione se ne va, diciamo così, per via giudiziaria. Potremmo anche dire per decreto del Partito dei Magistrati. Ma quest’ultima conclusione vorremmo lasciarla a chi ci leggerà.
    C’è chi sussurra (in Sicilia si sussurra molto, e per lo più a voce alta e, contrariamente al solito, per cui il molto sussurrare è molto andare a tentoni, si tratta di sussurri “attendibili”, come direbbero i P.M.) che precise ipoteche siano state poste da parte di alcuni magistrati “disponibili” su assessorati, seggi in Parlamento locale, ed addirittura sulla Presidenza. Ma assai più allarmanti sono le considerazioni, ché non si tratta di sussurri, su preventivi “nulla osta” che un po’ tutte le forze politiche (si fa per dire) o quel che ne resta e quel che si pretende far passare per tali, si ridurranno a chiedere alle Procure per i loro candidati.
    Lo “Statuto Speciale” della Regione Siciliana, frutto di lotte politiche generose e di utopie rispettabili, si riduce così alla “specialità” di una “democrazia limitata” condizionata, controllata, provvisoria, precaria, secondo la quale il “certificato antimafia” prevale su ogni espressione della volontà popolare.
    Le forze politiche, lasciandosi impegolare ed anzi puntando tutto e sempre su operazioni di potere e di affarismo ed accettando comparaggi e contiguità con la mafia, hanno finito per “porgere l’altra guancia” di fronte a certe concezioni della “giustizia di lotta”, di cui ciascun partito, ciascun esponente politico è sempre parso apprezzare l’intervento quando sembrava abbattersi su qualche avversario.
    L’intera classe politica si è compiaciuta, ha “mangiato i cannoli” quando è apparso limitato (e limitato agli altri) il progressivo assoggettamento della genuinità democratica alla logica di “guerra antimafia”. Nessuno ha avuto il coraggio di insorgere contro le assurdità del “concorso esterno”, delle misure di prevenzione irrogate per il fatto di essere “indiziati” di mafiosità, della “pentitocrazia” etc.    
    Nessun uomo politico ha ritenuto di dovere, in nome dello Stato e della Regione, chiedere il rendiconto di un certo tipo di lotta alla mafia, tendente a colpire persino le vittime delle estorsioni “per fare terra bruciata” intorno al fenomeno mafioso.
    Tra non molto, dunque, la Sicilia sarà “commissariata”. La sua autonomia consisterà nell’essere messa sotto dichiarata e pesante tutela del P.d.M. (Partito dei Magistrati).
    Il resto del Paese starà a guardare.
    Il “leghismo settentrionale” sogghignerà. Al più mostrerà scetticismo perché “ci vorrebbe altro”, cioè, di peggio.
    Non è facile fare analisi e constatazioni quando si tratta di fenomeni così complessi. Ma non è improbabile che questo “commissariamento” della Sicilia, anziché segnare una svolta nella lotta alla mafia e nel formarsi di una coscienza civica autenticamente e diffusamente legalitaria (legalitaria sul serio) finisca per attribuire alla mafia, magari al suo mito (così faticosamente e lentamente demolito) un rinnovato ruolo di una sorta di opposizione, di rivolta, di rifiuto delle assurdità del regime che va imponendosi.
    Sarà magari un sentimento sommerso, limitato ad una fascia sociale già di per sé, per la sua incultura, portata al ribellismo, ma se un Beppe Grillo riesce a diventare una sorta di eroe del “va a quel paese” (per non essere espliciti) è ben possibile che in Sicilia riemergano rimpianti per la “mafia buona” e non solo per quella asseritamente “buona”.
    Ma se questi possono essere i fantasmi di un esasperato pessimismo, è certo che lo spappolamento della classe politica, ovunque in atto in Italia e drammaticamente accelerato in Sicilia, non troverà la mafia inerte ed impreparata. Probabilmente l’assottigliarsi ed il dissolversi della presenza politica consentirà alla mafia rapporti più diretti e meno complicati con gli imprenditori, mentre un nuovo ceto di maneggioni esperti dei labirinti pseudo-legali della organizzazione delle funzioni pubbliche, farà da “lubrificante” tra boss, funzionari ed imprenditori.
    Ma forse stiamo allontanandoci dal vero e dolente aspetto della questione, ipotizzando scenari futuri che, in realtà, sono per lo più imperscrutabili. Non c’è bisogno infatti di ipotizzare queste catastrofiche ricadute per poter affermare che quanto sta già accadendo è di una gravità estrema. E per cercare di comunicarlo agli altri.
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