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Benedetto Croce sull'antipolitica Stampa E-mail
luned́ 14 maggio 2012
Chi dice che la politica è la scienza e l’arte del mutevole e che nessun pensiero, nessuna idea sopravvive alla generazione che la concepisce, anzi, alle età degli uomini che le professano, sbaglia di grosso, a meno che non si riferisca a idee, mode di una politichetta del piccolo cabotaggio e della dissimulazione retorica.
    Altrimenti il pensiero politico, se non si può dire che non abbia età ed epoca, è capace di fornire criteri di giudizio di situazioni lontane del tempo, di prevedere, presagire, preparare giudizi e predisporre soluzioni.
    Se qualcuno oggi volesse (finalmente!) dare risposte all’”antipolitica” dilagante nelle sue varie forme, dalla professorale lezione di tecnicismo di Monti, alla jacquerie piccolo-borghese del Beppegrillismo, al moralismo televisivo dei Santoro-Travaglio, non avrebbe che da ripetere tali e quali le parole di Benedetto Croce, che sembrano scritte da un immaginario (nel senso che nella realtà non c’è) forte e deciso liberale di oggi, con quel tanto di buona carica di insofferenza per le sciocchezze alla moda che davvero non nuoce:
“L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta, questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica sarebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo.
Tutt’al più, qualche volta, ha per breve tempo fatto salire al potere un quissimile di quelle elette compagnie (…) ma subito dopo li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine…”.
    A ricordare queste parole del libro “Etica e Politica” del Filosofo Abruzzese è stato in questi giorni non un saggio, un articolo dei tanti politologhi, opinionisti, supergiornalisti, aspiranti profeti, etc. etc. Ma una rivista femminile (Minerva):
    Buon segno. Forse le donne, nuove protagoniste, ci salveranno anche dall’oblio scriteriato per il pensiero dei grandi uomini del passato. E, magari, anche dal resto.



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