Area Utenti






Password dimenticata?
Delitto di Trattative per conto dello Stato Stampa E-mail
marted́ 10 luglio 2012
 di Mauro Mellini
L’avviso di “chiusura delle indagini” per le “trattative Stato-mafia”, per i non “addetti ai lavori” dovrebbe essere motivo per tirare un sospiro di sollievo. Fine di un incubo Kafkiano, di un balletto di scoop giornalistici, di assurde esibizioni di improbabili pentiti relative a reati inconcepibili, commessi da chi avrebbe osato “lavorare” per un mutamento di rotta dello Stato (dello Stato, non del proprio ufficio, della propria attività personale). Un mutamento di rotta che, in quanto relativa allo Stato nel suo complesso, si sarebbe necessariamente concretato in un fatto, o in una serie di fatti, legittimi, in quanto riconducibili, appunto, allo Stato che è fonte della stessa legittimità.
    Ma, per chiunque abbia qualche nozione di procedura penale, quella “chiusura indagini” significa che i signori inquirenti intendono chiedere il rinvio a giudizio degli imputati per questo o questi “non reati”, per questa “diversa legittimità” degli atteggiamenti dei pubblici poteri. E poiché i signori inquirenti sono della Procura antimafia di Palermo, il sig. G.U.P. difficilmente vorrà esimersi.
    Non so bene quanti siano i candidati all’imputazione: tutti “uomini dello Stato”. Ministri, Ufficiali dei Carabinieri, etc. etc.
    Avrebbero tentato di concludere un patto con la mafia, non in proprio, ma in nome e per conto dello Stato.
    Lo Stato non risulta tra gli indagati, ma è evidente che l’”illecito” è addebitato anche allo Stato, a titolo, si direbbe di “tentativo”. Se la trattativa è solo un “tentativo”.
    La Procura di Palermo, l’”Antimafia”, sono i depositari del diritto “giusto”, cui lo Stato deve attenersi. Uno Stato che “tratta” con la mafia, oltreché uno Stato debole, sconfitto, pulcinellesco, è, dunque, un “non Stato”. Non è più la fonte del diritto, ma oggetto dei fulmini della giustizia “antimafia”. Uno Stato che commette “concorso esterno” e, forse, anche interno. E’, di fatto, anch’esso, imputato. Se resta “a piede libero” è solo perché non c’è pericolo di “reiterazione del crimine”.
    C’è qualcosa di questo assurdo procedimento palermitano che ci richiama alla mente il processo di Verona, quello che i repubblichini intentarono ai componenti del Gran Consiglio che invitati a farlo dal loro “Duce”, avevano, in sostanza, votato per cercare di venire a patti con gli Alleati. Di arrivare all’armistizio dell’Italia, dello Stato.
    E, naturalmente, lasciamo perdere altri parallelismi e deduzioni. L’argomento è già abbastanza cupo e macabro.
    Di tutta la vicenda il personaggio più patetico è Conso. Il giurista, il giudice, il ministro delle buone intenzioni, che, però, si direbbe che non ne abbia azzeccata una e non ne abbia tradotta una in qualcosa di concreto.
    E’ indagato per false dichiarazioni al P.M. Pare si sia assunto la responsabilità dei provvedimenti (revoca del “41 bis”) per alcuni boss, “sintomo” della trattativa, “anticipo del cedimento”. Gli inquirenti gli contestano proprio il fatto che si è assunto, sulle proprie spalle, la responsabilità, negando, a quel che sembra, di avere agito d’accordo e per conto di tutti gli altri del “partito della trattativa”.
    Conso ha avuto, data la sua età e la sua statura istituzionale, scientifica, morale, la possibilità di compiere l’unico atto degno di un uomo politico in una simile contingenza: alzare il tono e respingere quella manifesta interferenza del potere giudiziario nel campo di altri poteri dello Stato. Rivendicare l’insindacabilità delle “intenzioni” di atti, per quanto inopportuni, sciagurati, di debolezza, compiuti in nome e per conto dello Stato.
    Si è comportato soltanto da galantuomo, ma non basta. Anzi.
    Questa brutta storia di questa indagine che fa levare schizzi di livori e di fango è di una gravità inaudita.
    E’ inaudito che la scienza giuridica stia tranquilla ad assistere. E’ inaudito che quel tanto che resta della classe politica si divincoli maldestramente, cercando di “sfuggire” alle accuse di un Ciancimino Junior. Sono inconcepibili troppe cose.
    La “Sicilia come metafora”. E’ il titolo di un libro di Sciascia. Metafora di uno Stato di diritto che è andato in rovina.
    Imputato di concorso esterno dai magistrati di Palermo.
Commenti (0)Add Comment

Scrivi commento
quote
bold
italicize
underline
strike
url
image
quote
quote
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley
Smiley

security code
Scrivi i caratteri mostrati


busy
 

Ultimi commenti

La lista di pro...
The writer competed very difficult, but ...
Sentenza Farina...
J'ai trouvé votre message d'une telle i...
Un'ipotesi cata...
VEry interesting for me!
Plagio, trent'a...
Discount Gucci Belts for man may also b...


Webjet Comunicazioni