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Giustizia, caro Ferrara non sperare nei Prof. |
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marted́ 10 luglio 2012 |
di Mauro Mellini Su “Il Giornale” di domenica 17 giugno, Giuliano Ferrara lancia un grido d’allarme per l’oramai insostenibile invasione di tutto lo scenario politico ed istituzionale italiano da parte della casta degli “intoccabili”, dei magistrati scatenati con le loro assurde inchieste, con le quali stanno mettendo alla gogna e demolendo tutto quel che resta delle strutture della nostra Repubblica. L’allarme, è inutile ripeterlo, è più che giustificato ed il quadro che Ferrara tratteggia della straripante invasione, che negli ultimi anni ha segnato la vita del Paese è, per quanto sintetico, lucido ed incontestabile.
Ferrara lancia un appello al governo dei ”prof.” perché fermino la casta dei giudici. Ed, a quel che sembra, ritiene che questo Governo (rispetto al quale il suo consenso non è stato e non è né facile né privo di riserve) abbia le carte a posto per “fermare la casta dei magistrati”. Monti e la Severino, scrive Ferrara, non hanno mai “avuto indulgenza per atteggiamenti miserevoli e sprezzanti di odio moralista verso le classi dirigenti”…”non sono della pasta dei mozzorecchi…” (Lo credo bene! La Severino è un’avv. da sette milioni e passa di reddito l’anno: altro che “mozzorecchia”!). Ciò sarebbe “uno dei motivi per cui con realismo” Ferrara pensa che la soluzione Monti abbia dato e possa dare qualcosa di importante a questo Paese. Che la compostezza, certamente non solo formale, di Monti, della Severino e degli altri “prof.” dell’attuale Governo sia una garanzia contro sbracate operazioni persecutorie e di contorsionismo mediatico-giudiziario, può essere senz’altro ammesso e dato per scontato. Altra cosa è però che da questo Governo di Tecnici, da un semplice “governo degli onesti”, secondo l’oramai quasi dimenticata definizione crociana di uno dei miti dell’”antipolitica”, ci si possa aspettare che sia posto un argine al quotidiano travalicare della magistratura fuori dell’alveo della funzione giudiziaria è ben altra cosa e, francamente, un Giuliano Ferrara che, attraverso questa ipotesi terapeutica, così ottimisticamente formula una diagnosi (per altro verso così nitida e puntuale nel suo scritto) della devianza della giustizia italiana, è cosa che di per sé suscita perplessità e preoccupazioni. Anzitutto, è vero, ed è, anzi un punto centrale nel marasma della politica pseudo-giudiziaria italiana, ciò che si legge nello stesso articolo”…i magistrati d’assalto, senza l’aura mediatica ed il tradimento dei chierici, sarebbero nulla”… Già. Senza il tradimento dei chierici. Ma c’è tradimento e tradimento. C’è quello sbracato consistente nell’unirsi al coro dei ricorrenti “crucifige!”, dell’adesione alle dietrologie perverse, dell’adesione sbandierata alla cultura forcaiola, degli atteggiamenti di “sprezzante odio moralistico”, di adulazione di beceri e rozzi paladini togati. Ma c’è pure il tradimento del silenzio, della compostezza mantenuti davanti allo spettacolo osceno della rovina della ragione e del diritto, il tradimento delle buone maniere usate nei confronti dello sciagurato spettacolo di decomposizione della funzione giudiziaria e dello stesso ordinamento giuridico, così ben sintetizzato nel suo articolo dal nostro Giuliano Ferrara. La sostituzione del sistema democratico con una losca mistura di pangiurisdizionalismo e di demagogia ed il ruolo che in essa ha avuto ed ha una magistratura oscillante tra l’anarchismo ed il gretto conservatorismo oligarchico non è certo un “inconveniente” cui si possa far fronte con la “saggezza” di alcuni galantuomini. I quali poi, saranno pure galantuomini “specchiatissimi”, ma, pur non essendo nati ieri, non hanno ritenuto di schierarsi, di “costituirsi in parte politica” contro questa degenerazione del sistema politico-giudiziario. E’ giusto che chi professa certi convincimenti in ordine a questioni basilari per la vita sociale e politica di un Paese, non rinunzi a fare appello anche ai sordi perché qualcosa si muova e perché almeno non ristagnino certe venefiche situazioni. Ma quello che più lascia perplessi nell’articolo di Ferrara è quella sua ammissione che la “soluzione Monti” potrebbe dare qualcosa di concreto, ovviamente in fatto di giustizia, per la sua signorile lontananza dalla cultura forcaiola. Che, insomma il “professiorismo” possa darci quello che la politica, i partiti ed il partito in cui, bene o male, a torto o a ragione, con lungimiranza o per ingenuità, si erano rivolte attese e speranze, non ci hanno dato, è una pretesa senza fondamento e pericolosa. Il vero fallimento politico del “berlusconimso”, inteso come tentativo di salvataggio del sistema democratico fondato sulla sostituzione del “consenso” alla “partecipazione”, è stato rappresentato dalla totale paralisi in ordine alla “politica giudiziaria”, la politica del contrasto globale, articolato, delle prevaricazioni invasive dell’ordine giudiziario e dello scadimento della giustizia che si consuma in funzione di tale preminente devianza. La formazione politica creata da Berlusconi, che ha sempre sconosciuto ogni forma di partecipazione all’elaborazione del suo progetto politico di quanti intendeva coinvolgere per realizzarlo, ha rifiutato platealmente ogni percorso comune con quei movimenti garantisti, che pure, bene o male, si erano manifestati nel Paese in ambienti professionali e tra quanti avevano pagato e pagavano il prezzo delle stravaganze giudiziarie… Ha preferito equilibri di collaudata marca democristiana (quelli che ci hanno portato dove siamo giunti) con l’A.N.M. ed i magistrati “moderati”. Ma in pochi mesi i “prof.” non è che si siano limitati a non fare. Basterebbe, per limitarsi ad un atto dal significato manifesto, l’”accomodamento” della norma sulla responsabilità civile dei magistrati in cui la Severino ha profuso il suo assai prezioso “tecnicismo”. Ma, sebbene meno eclatante è forse il provvedimento “anticorruzione” quello che, di fatto, ricalca il peggio dell’improvvida azione legislativa che nei decenni scorsi ha accumulato tanto potere nelle mani dei magistrati e del loro partito. Avere con leggerezza manipolato norme estremamente delicate e complesse del codice penale in tema di reati contro la Pubblica Amministrazione (addirittura senza relazione scritta della Commissione e con il taglio della discussione e degli emendamenti praticato col voto di fiducia) apre una fase di incertezze interpetrative e di conseguenti “elaborazioni” di prassi, cioè di ulteriore incertezza del diritto, che non potrà che incrementare il potere politico della magistratura. Per non dire altro. Certo ben altre responsabilità si sono, nel frattempo, accumulate. Basti pensare all’inconcludenza delle conclamate insofferenze degli avvocati. Ma è difficile che, in mancanza di partiti che si assumano compiti di elaborazione, oltre che di propaganda, di certe questioni, le velleità di ambienti professionali più direttamente interessati non restino che espressioni di velleità. E’ ora, forse, che incominciamo a renderci conto che senza una democrazia autentica, senza un sano sistema e regime di partiti, noi non potremo avere che una giustizia anarcoide e sopraffattrice di altri poteri ed espressioni dello Stato. Non c’è, allo stato, nemmeno la prospettiva di una soluzione di “burocratizzazione napoleonica” della magistratura. Come quella che si è per quasi due secoli imposta in Francia. Del resto solo ad evocare ombre napoleoniche, sia pure cartacee, in questi tempi nel nostro Paese, fa venire da ridere. Se ci si riesce.
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