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I frutti avvelenati di coltivazioni pericolose |
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marted́ 10 luglio 2012 |
di Mauro Mellini Questa storia grottesca e turpe dell’inchiesta per le trattative Stato-mafia ha finito per toccare e sporcare di fango personalità d’alto livello non lasciando indenne neppure il Quirinale. Scoppiano le polemiche. C’è chi denunzia le “strumentalizzazioni” e chi sostiene che le strumentalizzazioni sono tali per gettare cortine fumogene a copertura dei “veri” responsabili. Mentre si gioisce quando il fango lambisce “quelli dell’altra parte”, ci si indigna quando viene rovesciato addosso a chi vorrebbe fosse destinato solo agli altri. Direi che questa ignobile operazione mediatico-giudiziaria sta facendo il suo corso “naturale”, naturalmente perverso e sporco.
Ma forse questa che sembra l’operazione più sfacciata del partito dei magistrati e dell’ala più estremista e spregiudicata di esso è, al contempo, la più tranciante dimostrazione della potenzialità eversiva e perversa di quella deformazione di ogni logica giuridica e di ogni razionalità istituzionale e costituzionale che è il regime della cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale nel nostro Paese. E già parlare di “Azione penale” evoca qualcosa di astratto, di inesistente, l’ancoraggio ad una concretezza e razionalità, tale, per ogni paese civile, che da noi è inesistente. I magistrati che “indagano” sullo Stato che si sarebbe permesso di “trattare” con la mafia, si avvalgono dell’assurdità di un sistema per il quale l’indagine penale non presuppone affatto che vi sia una “notizia di reato”, che, almeno appaia che un reato sia stato commesso. Hanno diritto di indagare (interrogare, patteggiare con i “pentiti”, intercettare, arrestare etc.) “alla ricerca di notizie di reato”. Che importa che se “lo Stato” ha trattato, ha cercato il patto etc. ciò che è stato fatto in nome per conto e con effetto giuridico per lo Stato sia per ciò stesso legittimo, che lo Stato avesse diritto di “trattare” con la mafia come con Gheddafi o con la Nato? Indagando c’è sempre un reato che può scappare fuori. Nessuno pretenda che si dica in partenza di che cosa potrebbe trattarsi. Si comincia così e si finisce con coinvolgere Ministri, Presidente della Repubblica, etc. etc. In attesa di “trovare un reato”. Chi oggi ritiene che sia il caso di rizelarsi perché “si è passato ogni limite” fa pena. Fa pena perché quando un Ciancimino Junior è stato utilizzato contro il Colonnello Mori o il Questore tal dei tali il limite era già stato passato. Chi oggi, magari, allarga le braccia e proclama che non ci si può arrestare davanti al livello di questa o di quella personalità “coinvolta” nell’inchiesta è sicuramente un imbecille o un pericoloso cinico. Ma è pur vero che non c’è nessun problema che si possa dire esser nato con il livello delle personalità coinvolte che è stato raggiunto. Ancora una volta le storture giuridiche delle inchieste senza oggetto definito che producono veleni e si gonfiano in proporzione della vacuità del loro oggetto e contenuto, stanno facendo danni incalcolabili nel nostro Paese. Ora, naturalmente, vi sono molti saggi, molti spassionati personaggi al di sopra delle parti e d’ogni sospetto che borbottano che la misura è colma, che è stato superato ogni limite. Ogni limite di che cosa? E’ stato superato il limite dell’”abuso accettabile”? Si può sputtanare il Generale Mori e non Mancino, non Conso, non Napolitano? Si può processare lo Stato per “tentato concorso esterno in associazione mafiosa” se il relativo sputtanamento tocca avversari e gente (anche galantuomini) qualsiasi e non lo si può processare in persona degli amici o di quelli che è meglio tenersi amici? Il diritto è il diritto ed una volta che si comincia a metterselo sotto i piedi è difficile fare distinzioni su ciò che più gravemente lo offende. Ma vi sono occasioni, casi, questioni, che più evidentemente palesano la grossolanità di certe lesioni del diritto stesso, della logica, della civiltà delle comunità degli uomini. Non si fanno facilmente graduatorie in questo triste concorso. Ma questa invereconda pagliacciata della “trattativa“ Stato-mafia, cioè della relativa inchiesta, è sicuramente in testa alle classifiche.
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