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Tutti dentro a Larino

Mentre il procuratore capo di Larino, Nicola Magrone, al quarto piano del Palazzo di Giustizia frentano, studiava il materiale dell’inchiesta Black Hole, loro, al piano di sopra, tentavano di manipolare i dati nell’archivio digitale, studiavano metodi per impossessarsi illegalmente dei fascicoli custoditi sotto chiave in un piccolo ufficio, prendevano accordi per alterare le telecamere interne e controllare le “mosse” di quelli che dovevano essere i superiori, ma che invece venivano classificati come nemici dei loro amici. E’ una storia di abusi e illegalità sistematiche quella che – secondo l’accusa - si è consumata nel Palazzo di Piazza del Popolo a Larino negli ultimi tre anni. Una storia che sa di thriller americano, di spy-story, ma per la quale gli inquirenti hanno raccolto indizi sufficienti per una concretissima incriminazione.

Giovanni Pagano, responsabile dell'aliquota Carabinieri, Giancarlo Littera, ispettore capo responsabile dell'aliquota Polizia di Stato, Michele Tenaglia e Orlando Zara, rispettivamente sovrintendente e assistente di Polizia, in servizio presso la sezione di Polizia Giudiziaria. Quattro ufficiali, quattro “talpe”, che avrebbero costituito un «corpo separato», avversario di quel corpo al quale avevano giurato fedeltà. Dovevano essere il braccio operativo del pm, e invece erano «una vera e propria lobby, capace di far propri interi comparti istituzionali, occupandone i gangli vitali, dalla Asl al Comune di Termoli, ed estendendo le proprie infiltrazioni in variegati settori, dagli appalti alle assunzioni presso enti pubblici». Così si legge su uno stralcio dell’ordinanza del Gip di Larino Roberto Veneziano, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare in carcere.
Loro agivano dall’interno del palazzo di giustizia, altri davano il loro contributo dall’esterno, a seconda del proprio ruolo e delle proprie possibilità: l’avvocato Ruggero Romanazzi, ex pm e attuale difensore di fiducia di Remo Di Giandomenico, l'ex comandante dei vigili urbani di Termoli Ugo Sciarretta, il maresciallo dei Carabinieri della Compagnia di Termoli Raffaele Esposto e Luigi Soccio, appuntato scelto in servizio presso la stessa compagnia.
Un manipolo, così descritto dal Gip: «Un vero e proprio settore separato dall'Autorità giudiziaria, dallo stesso Capo della Polizia e dalla stessa Arma dei Carabinieri e anzi collegato direttamente a uno dei più terribili centri di potere e di malaffare annidatosi nelle istituzioni del Basso Molise».

Veneziano non usa mezzi termini per fotografare la paradossale realtà della giustizia e delle forze dell’ordine bassomolisane. L’impressione, netta e inequivocabile, che restituisce il lavoro degli inquirenti, è che per ogni azione finalizzata a perseguire reati e accertare illeciti, se ne affiancasse un’altra finalizzata a intralciare la giustizia e salvaguardare i privilegi consolidatisi nel tempo. Pm, agenti e carabinieri da una parte, ex pm agenti e carabinieri dall’altra. Due “corpi” appunto, mossi da logiche opposte. Così, se alla luce del sole si cercava di approfondire le presunte connivenze tra politica e affari, all’ombra si tramava per garantire la sopravvivenza di un sistema criminale di gestione del potere. «Un corpo separato e per giunta armato - lo descrive Magrone - costituito all'interno di un organismo di Polizia giudiziaria, non alle dipendenze funzionali, ma contro la Procura, impegnata in indagini e procedimenti di particolarissima rilevanza, autogestito, autoreferenziale, soggetto a un vincolo di solidarietà reciproca, strutturato su scala gerarchica».

Parole dure, pesantissime. Che arrivano dopo lunghi mesi d’inferno e aria irrespirabile. Perchè è successo, proprio come nel più coinvolgente dei thriller, che si siano dovute cambiare la password dei pc, si siano dovuti chiudere a chiave gli atti giudiziari, si sia dovuto rinunciare a conversazioni telefoniche nel timore di venire intercettati da “quelli dell’ufficio accanto”. Spie elettroniche, telecamere manipolate, pedinamenti, addirittura minacce: sono gli ingredienti di un mistero ancora fitto, sul quale l’indagine – con l’aiuto dei computer e delle carte sequestrate oggi 14 maggio – dovrà fare chiarezza.
Da anni, secondo gli investigatori, si sarebbe messo in campo una “squadriglia” della giustizia parallela a quella ufficiale, protetta dal potere costituito, organizzata in forma piramidale e dunque facilmente gestibile. Una “squadriglia” in grado di agire su tutti i fronti, potendo appunto contare su esponenti di vari corpi. Un gruppo che non ha nemmeno ritenuto di dover prendere particolari precauzioni, certo di meritare l’impunità e quindi arrogante fino alla fine, che ha tentato il tutto per tutto pur di mantenere inalterati i privilegi di cui avrebbe beneficiato a lungo: questa la ricostruzione del Gip, che ha accolto in toto le richieste del Pm riscontrando indizi di colpevolezza talmente gravi da non risparmiare il carcere preventivo nemmeno al numero due dei carabinieri molisani.
Il colonnello Maurizio Coppola, emerge dalle prime indiscrezioni che filtrano, avrebbe esercitato pressioni per allontanare il Capitano di Termoli Fabio Muscatelli, il più scomodo e odiato fra i tutori della legge, quello che ha scavato nel fango della sanità portando alla luce un sistema clientelare e truffaldino che vede protagonisti gli “intoccabili” del territorio. E se Muscatelli ha fatto i conti con le “talpe” della caserma, subendo punizioni e, sembra, anche intimidazioni, Nicola Magrone e la giovane pm Arianna Armanini hanno fatto i conti con ufficiali di polizia giudiziaria che lavoravano da “infiltrati” per oscuri interessi. Questo traspare dalle pagine dell’ordinanza. E non è certo un caso se da almeno due anni il “gruppo di potere parallelo” veniva tenuto alla larga dalle indagini, il più possibile lontano da quello che accadeva al quarto piano. Se quello che sostengono oggi gli inquirenti è vero, allora è stata la più difficile delle battaglie, quella che si combatte contro un nemico che abita in casa.
Al centro dell'inchiesta c'è una sistematica rivelazione del segreto d'ufficio: gli arrestati avrebbero agito, a vario titolo, con l'obiettivo di occultare alcune prove degli illeciti nella gestione della sanità molisana.Un 'buco nero' che tuttavia coinvolge solo alcuni esponenti delle forze dell'ordine. Magrone ci tiene a precisarlo quando scrive, in calce alla nota per la stampa, che gli arresti ordinati dal Gip Roberto Veneziano sono stati delegati all'Arma dei Carabineri e alla Polizia di Stato. «a conferma dell'altissima considerazione e fiducia nei loro confronti».
Fonte Primonumero.it

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