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Abolire la Cassazione

Il nostro sistema giudiziario  induce alla moltiplicazione dei giudizi: da una parte non vi è alcuna restrizione all'appello o alla Cassazione, dall'altra la sentenza diviene definitiva solo quando sono stati esaurite tutte le possibili impugnazioni, dunque: primo grado, appello, cassazione e, se del caso, di nuovo appello o anche primo grado, appello e così via. Ovvio che, chi può permetterselo, cercherà di procrastinare il più possibile il momento in cui la sentenza di condanna diviene definitiva ( il così detto passaggio in giudicato) proponendo tutte le possibili impugnazioni. Considerato che per ogni grado di giudizio ci vogliono non meno di tre anni, ogni persona accusata di un crimine ha dinanzi a sé la possibilità di posticipare la pena di almeno nove-dodici anni. Se oggi uccidi una persona, sempre che ti prendano, vai in prigione nel 2016.  
Salta all'occhio che un sistema così non funziona.  
Il problema principale è un condizionamento culturale, che è molto difficile mettere in discussione: quello che ripetere un processo tre o quattro volte renda più probabile che il verdetto finale sia quello "giusto".  In realtà, se solo si affronta con un minimo di pragmatismo il problema, si dovrebbe riconoscere che tre o quattro processi fatti male non danno più garanzie di un solo processo fatto bene. Inoltre, da un punto di vista meramente statistico, più sono i processi (gradi di giudizio) più aumentano le possibilità di errore. 
D'altra parte, ripetere ogni giudizio tre o quattro volte prima di avere una sentenza definitiva ha l'effetto di tenere nell'incertezza per un tempo troppo lungo, che non giova né all'imputato, sul quale peserà per anni un'accusa infamante, né alla società nel suo complesso, che non potrà "proteggersi" da un criminale, mettendolo in galera, sino all'ultima definitiva sentenza. 
Da questo punto di vista credo si possa affermare che una sentenza dopo otto - dieci anni non possa mai definirsi "giusta".  Poiché il fattore principale, che provoca tempi così lunghi prima che si giunga ad una sentenza definitiva, è dato dai numerosi gradi di giudizio, occorre chiedersi se si possano  ridurre i gradi di giudizio, ovviamente mantenendo o magari migliorando le aspettative di "giusto processo".  Una soluzione possibile è l'eliminazione del terzo grado di giudizio, quello della Corte di Cassazione, per almeno tre motivi di ordine pragmatico: 
1) in primo luogo la questione logistica: la Corte di Cassazione è a Roma, sua unica sede, il che comporta disagevoli spostamenti per gli avvocati che non siano residenti nella capitale, con notevole aggravio di costi per i loro clienti. Si tenga conto che un accusato che venga riconoscuto innocente non ha diritto neanche ad un centesimo di euro di risarcimento per le spese a cui è stato costretto per difendersi dalle accuse che gli erano state mosse (invece se è dichiarato colpevole scatta anche la condanna al pagamento delle spese legali, anche se calcolate in misura molto inferiore al reale costo del processo). 
2) vi è poi una questione più giuridica: la Corte di Cassazione è il tribunale dei cavilli, giudica solo su questioni particolari, dette di legittimità, che possono riguardare ogni fase del processo, dunque non solo il precedente grado di appello, ma anche il giudizio di primo grado o anche la fase delle indagini. Se la Corte di Cassazione riconosce un'illegittimità, il processo retroagisce alla fase (appello, giudizio di primo gardo o indagini preliminari) in cui l'illegittimità si era verificata. Il processo ricomincia nella fase in cui si era verificata l'illegittimità, con l'effetto che si perdono in un batter di ciglia anni di processi, che sono costosissimi, non solo per l'imputato, ma anche per le casse dello Stato.  
3) Vi è anche un'altra ragione giuridico-pragmatica: le sentenze della Corte di Cassazione sono estremamente costose ma hanno efficacia limitata, valgono solo per il processo da loro deciso,  mentre hanno un effetto solo persuasivo per i giudici dei Tribunali, delle Corti di Appello e delle altre sezioni della Corte di Cassazione che devano giudicare casi analoghi. I giudici non hanno alcun obbligo di decidere casi simili in modo analogo e neanche di conformare i loro giudizi ai "precedenti" della Corte di Cassazione.
Neanche la stessa Corte di Cassazione è vincolata a decidere allo stesso modo i casi analoghi: è infatti molto frequente che le diverse sezioni di cui è composta la Corte decidano casi del tutto simili in modo diverso. Perfino le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che sono chiamate a decidere quando le sezioni della Corte abbiano deciso casi analoghi in modo difforme, possono essere disattese o contraddette da ogni altro giudice.  Se fosse abolita la Corte di Cassazione, le sue mansioni potrebbero essere svolte, senza grandi sconvolgimenti, dalle Corti di Appello (alle quali, peraltro, il giudizio di legittimità non è precluso dalla attuale legislazione). 
Ridurre i gradi di giudizio da tre o quattro o cinque a due porterebbe ad una notevole riduzione dei tempi per giungere ad una sentenza definitiva.  Un'ulteriore riduzione dei tempi la si potrebbe ottenere riducendo le ipotesi in cui sia consentito proporre appello ovvero escludendo il giudizio di appello tutte le volte che i motivi addotti siano manifestamente infondati.  Per evitare che il venir meno di un grado di giudizio sia percepito come una diminuita garanzia per i diritti dell'imputato e, dunque, per garantire che il giudizio delle Corti di Appello sia il più possibile "ponderato" si potrebbero introdurre alcuni accorgimenti, come l'obbligo di motivazione scritta per tutti i membri della Corte (oggi solo un giudice, -  il giudice estensore -, scrive le motivazioni della sentenza ed è, nella maggioranza dei casi, lo stesso giudice che aveva fatto la relazione introduttiva  - il giudice relatore - e, in definitiva, quello che ha avuto l'ultima parola nella decisione di quel processo.
L'esigenza di dividersi il lavoro per fronteggiare il gran numero di processi che devono essere decisi - con motivazione scritta- ogni giorno ha determinato che, di fatto, le sentenze delle Corti di Appello sono decise da un solo giudice, l'unico che conosca il processo, invece che dai tre membri che compongono il collegio).
L'obbligo di motivazione scritta da parte di tutti giudici che compongono il collegio obbligherebbe tutti i giudici "a studiare" il processo, inducendo una più equa discussione nelle camere di consiglio.
Fonte il Legnostorto

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