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Anche un ingegnere consulente del PM


La privatizzazione di importanti settori dell’apparato pubblico ha consentito il moltiplicarsi di consulenze che nulla hanno da invidiare a quelle sulla velocità dei cammelli, attribuite con generosità a professionisti singoli e associati.
Se “Tangentopoli” è caduta sotto i fulmini, magari un po’ pasticcioni, della Magistratura, al dilagare delle consulenze fino all’abuso del ricorso ad esse (e quindi non a “Consulentopoli”, ma certo agli andazzi che a “Consulentopoli” consentono poi di germogliare e di propagare) non si è sottratta nemmeno la magistratura. Basti pensare a certi settori, come la giustizia minorile, quella relativa alle controversie famigliari etc., dove relazioni di assistenti sociali, di esperti vari, di psicologi e sociologi imperversano e sostituiscono, in pratica giudizi che ponderatamente dovrebbero essere emessi da giudici.
Al mio paese d’origine, nei miei anni verdi, imperversava un giudice conciliatore talmente compreso della sua funzione da rappresentare, con la sua burbanza, argomento di sollazzo specie tra noi ragazzi. Un bel giorno un impiegato del Comune gli domandò perché mai non ricorresse mai all’ausilio di un “consulente tecnico”. Dapprima si adombrò, sembrandogli che tale ricorso presupponesse un attentato alla sua scienza, poi l’idea di chiamare al suo cospetto un professionista e di “assumerlo” al servizio della legge da lui rappresentata lo lusingò assai. Così alla prima occasione chiamò un geometra. A questo punto domandò all’impiegato comunale-cancelliere che dovesse farsene. Questi gli suggerì sottovoce: “bisogna porgli i quesiti” – “ E cioè?” – “E cioè mettere a verbale: “Esaminati gli atti dica il consulente etc. etc.”.
E il buon giudice dettò: “Esaminati gli atti, dica il consulente tecnico….” . Qui si fermò in attesa di un suggerimento o di una ispirazione. Questa, evidentemente, sopraggiunse: “dica chi ha torto e chi ha ragione”.
La giurisprudenza del Sor Giuseppe (così mi par di ricordare che si chiamasse) sembra trovare oggi vasto seguito. Sempre più spesso le consulenze giudiziarie affidano ai consulenti quella che dovrebbe essere fatica del giudice o del P.M.
Tanto ciò è vero che persino il C.S.M., che non brilla certo per solerzia e rigore nel ricondurre certe prassi distorte dei magistrati sul retto cammino, è dovuto intervenire.
Leggiamo sulle riviste giuridiche che un magistrato del P.M., che aveva designato un avvocato quale consulente “giuridico” affidandogli la risoluzione di una questione di diritto concernente l’accertamento della legittimità di atti e procedimenti amministrativi, è stato censurato dalla Sezione Disciplinare. Egli ha ricorso alle Sezione Unite della Cassazione, rilevando a sua discolpa che la contestata “consulenza” era stata tuttavia utilizzata da parte del G.U.P., che era inadeguata ad arrecare nocumento di cui, comunque egli non aveva avuto consapevolezza, che il fatto aveva perseguito “finalità istituzionale” ed, infine che ciò costituiva “una prassi dell’Ufficio”.
Le Sezioni Unite gli hanno però dato torto, confermando, quindi il provvedimento di censura, affermando che l’errore del magistrato che affida una consulenza in materia di diritto ad un “esperto” non può ritenersi scusabile, comportando discredito dell’Ordine giudiziario. Questo, infatti deve dare per scontato che esperti di diritto siano tutti i magistrati. Le male lingue direbbero: “soprattutto quando non lo sono”.
Scherzi e battute a parte, è certo che né il C.S.M. né le Sezioni Unite della Cassazione hanno potuto revocare in dubbio, benché solo in linea di fatto e senza che ciò potesse rappresentare una scusante, che la “prassi dell’Ufficio”, anzi, di molti moltissimi uffici,era proprio quella adottata dal P.M. censurato.
C’è da domandarsi come mai, ciò constatato, il C.S.M. non si sia attivato per “scoprire” gli altri casi (del resto molto “scoperti”) per sanzionarli adeguatamente ed estirpare la mala pianta di quella prassi lesiva del prestigio dell’Ordine etc. etc.
Senza voler prendere le difese del P.M. colpito dal provvedimento, visto che il proverbio “mal comune mezzo gaudio” non si attaglia alla dilagante frequenza delle violazioni di legge, ( se no come si potrebbe pretendere di colpire “Tangentopoli”?) va fatto presente che non solo quel comportamento non è isolato (proprio come sosteneva a sua discolpa l’incolpato) ma, tutto sommato è assai meno conturbante di altri, sempre in tema di strane “consulenze giuridiche”.
Abbiamo qui, sotto gli occhi, un processo del Tribunale di Agrigento, (la Sicilia come metafora, diceva Sciascia, e noi potremmo dire Agrigento come metafora della Sicilia) in cui non solo i complessi procedimenti amministrativi sono stati dal P.M. fatti esaminare, per averne un giudizio sulla legittimità, ad un consulente, esperto che, evidentemente sopperisse all’inesperienza dello stesso P.M., ma il responso giuridico è stato affidato nongià ad un avvocato o ad un altro giureconsulto, ma, visto che si trattava di atti e procedimenti con oggetto urbanistico, ad un ingegnere. Il che, quanto ad effetto di discredito dell’Ordine giudiziario si direbbe sia un pochetto peggio.
Il buon ingegnere-giureconsulto (ingegnere pure, a quanto sembra, “di primo pelo”, beato lui) ha certamente fatto del suo meglio. Certo non tenendosi ai canoni ed al lessico dei responsi giuridici. Sulla questione della legittimità di un provvedimento, infatti, il bravo giovane ha pensato bene di rispondere che l’Amministrazione “avrebbe dovuto più giustamente procedere al rinnovo delle licenze edilizie”.
“Più giustamente”. In base a questo responso il P.M. ha elevato un’imputazione di abuso (avrebbe almeno dovuto ipotizzare un reato di “minor giustizia”) in atti d’ufficio. E il G.U.P. ha pure rinviato a giudizio.
Già, perché se nel C.S.M. si sono preoccupati del discredito per l’Ordine giudiziario determinato da certi ricorsi all’esperienza in materia giuridica di consulenti cosiddetti tecnici da parte di non abbastanza esperti magistrati, non sembra si siano altrettanto preoccupati di indagati e imputati tratti a giudizio in base a responsi “delegati” a consulenti da magistrati inesperti, o da ritenersi tali in diritto. Che poi dovrebbe essere la preoccupazione maggiore della giustizia. Molto maggiore di quella del prestigio della Magistratura e dei P.M.
Non solo, ma non risulta che il C.S.M., di fronte alla scusante avanzata da quell’incolpato, che affermava che il G.U.P. si era pur valso della consulenza oggetto dell’addebito, si siano dati carico, dopo avere, e giustamente, respinto la pretesa di far valere date circostanze come scusante, di chiederne però conto al G.U.P. chiamato in causa.
Perché, come si dice a Roma, “tanto chi tiene, tanto chi scortica”. “Più giustamente”, come avrebbe detto l’ingegnere giureconsulto agrigentino, colpito l’uno, si sarebbe dovuto passare a colpire anche l’altro, sia che “tenesse”, sia che “scorticasse”. E, soprattutto, non si sarebbe dovuto dimenticare, come, invece sembra sia dato per scontato, lo scorticato, che era ed è sicuramente l’imputato.
Ma, intanto, cominciamo almeno a ricordare a tutti, P.M., G.U.P., Tribunali, Corti d’Appello, che se le consulenze in materia giuridica, anche se affidate non ad ingegneri di primo pelo, ma ad avvocati specialisti o meno del ramo o a giureconsulti più o meno tali, sono offensive del prestigio dell’Ordine giudiziario, lo sono anche della giustizia e dei diritti dei cittadini. E non possono essere utilizzate in danno di questi ultimi, mentre se ne fa carico, sul piano disciplinare ai magistrati (non tutti) che le dispongono e manco a quelli che le utilizzano.

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