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L’etica araba che piace alla sinistra europea

di Maurizio De Santis
Il presidente sudanese, Omar el-Bashir, è tra i protagonisti del Summit del Cen-Sad, sigla dell’Associazione (con sede a Tripoli), che raccoglie un nutrito coacervo di Stati del Maghreb, del Sahara e del Sahèl.
L’invito al “signor” el-Bashir è stato recapitato direttamente da un altro “galantuomo”, ossia dal padrone di casa del Summit, il colonnello Gheddafi.
Il colonnello libico, tremendo fustigator degli italioti, ha fatto questo passo nonostante il presidente sudanese fosse, ricordiamolo ai più, perseguito da un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, emesso lo scorso 4 marzo dalla Corte Penale Internazionale
Ma, ad onor del vero, il fine umanista sudanese non ha faticato minimamente a trovare una numerosa pletora di estimatori. La terribile accusa di aver pianificato ed eseguito scientificamente il genocidio delle popolazioni non arabe (cristiane, animiste e, meno frequentemente, anche musulmane), del proprio paese, ne ha fatto, agli occhi delle varie comunità arabe, un vero e proprio “perseguitato” politico dell’Occidente (sempre lui, il Grande Satana).
Ed il colonnello Gheddafi, arabo e musulmano DOC, non ha fatto mancare il proprio appoggio ad el-Bashir. D’altronde, va riconosciuto, in tema di massacri Gheddafi è un intenditore di legno fino.
Responsabile prima dell’attentato sul volo UTA (1989), avvenuto nei cieli che sovrastano il deserto del Sahara (perirono 170 persone, tra cui diversi italiani),  poi di quello di Lockerbie, nel 1998 (259 vittime sul volo e 11 nel paese scozzese), ha rassicurato il mondo arabo che l’intervento del suo omologo, primario in “norcineria umana”, è benedetto da Allah.
Lo ha fatto lo scorso 24 febbraio.
Gheddafi, in veste di presidente dell’Unione Africana (acquistata a suon di moschee, l’ultima finanziata in Uganda il 20 marzo 2008), ha dichiarato “perché mai ce la dovremmo prendere con Omar el-Bechir per i disordini (sic!) nel Darfour, quando sappiamo che è Tel Aviv ad aizzare questo conflitto”.
Come al solito, occidentali e sionisti continuano a far “fiorire” indigeni e cristiani proprio laddove posano gli occhi le mammolette arabe. Le quali, povere anime, un po’ di posto in questo mondo se lo dovranno pur ritagliare.
Ecco dunque ben spiegato perchè il mite el-Bashir sia già alla seconda visita in Libia (al settimo impegno ufficiale all’estero), dal giorno dell’emissione del mandato internazionale.
Curioso il modo di agire di tutti quegli organismi trasnazionali messi in piedi dalle diplomazie arabe.
Sempre solerti nel lagnarsi per la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, nel maledire Israele o, ancora, nel piantare un infinito piagnisteo sull’invadenza della cultura Occidentale, esse non hanno mai battuto ciglio su due enormi ingiustizie nel mondo arabo-musulmano.
Piccole “sconvenienze”, per carità,  generate proprio da motivazioni squisitamente “etnico-religiose”.
Contando sull’assordante silenzio dei massimalisti della sinistra planetaria (e quelli italiani brillano per il primato), alcune anime “furbacchiotte” del Marocco hanno pensato di privare della propria terra un popolo: i Saharawi. Fatto gravissimo. Ma, invero, la massima sfortuna dei Saharawi (musulmani), è quella di non essere palestinesi. Peggio. Di essere stati privati della propria terra….da altri musulmani.
Si fosse trattato di Occidentali o di israeliani, sarebbe venuto giù l’Olimpo con tutti gli dèi. Da Chavez ad Ahmadinejad, senza disdegnare finti tonti del calibro di Erdogan.
Peggio è andata alle popolazioni di colore del Darfour.
Qui si sono sovrapposte, alle motivazioni etniche, anche quelle religiose.
Con i Janjawid (beduini arabi particolarmente sanguinari, ma vanno capiti, è la loro cultura), delegati al lavoro sporco di macelleria spicciola, mezzo privilegiato per sgomberare terreni particolarmente invitti.
Un milione e mezzo di profughi, qualche centinaio di migliaia di morti, una bella speculazione per gli oleodotti. Che quando non sono gestiti dai satanelli occidentali ma, piuttosto dai cinesi, allora non sono più haram (peccato).
Il tutto, legittimato dalla pia pletora di diplomatici arabi che, nelle faraoniche udienze della Lega Araba o dell’Unione Africana (della quale, per motivi di cassa, hanno le chiavi), dinanzi a questi due tragici problemi, rassegnano graziosamente volti costernati, e bocche cul di gallina.
Salvo ringhiare con veemenza al minimo starnuto del depravato Occidente.

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