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Il pentito, il boss e i quaquaraqua'


    Un tale bluff che, per non ammetterlo apertamente (come non ha mai fatto), “Repubblica” è stata costretta a falsificare la deposizione del nuovo arcangelo vendicatore, della nuova (benché vecchia) bocca della verità. Anzitutto il giornale fondato da Eugenio Scalfari ha promosso Spatuzza “boss”, non un “soldato”, un “picciotto”, “un killer”, ancorché stagionato. E gli ha fatto dire che Berlusconi e Dell’Utri sono mafiosi, cosa che il “collaboratore a scoppio ritardato”, bontà sua, non ha proprio detto. Ma, dato che per “Repubblica” la mafiosità di Berlusconi si desume anche dal fatto che va sempre vestito di scuro, nessuno poteva impedire al quotidiano di De Benedetti, di affermare che sì, ha detto, in sostanza, che è mafioso, che sono mafiosi.
    Ma, del chiacchiericcio del Presidente della Camera col Procuratore, il cui ricordo mi era impossibile non farmi frullare per la testa, non era tanto la preventiva definizione termonucleare di quelle banalità, quanto quella cosa che i due amici “speravamo che la facessero”, perché “non ci si poteva permettere il minimo errore”.
    Un eccesso di buona fede mi aveva convinto che “quella cosa” sarebbe stata un’indagine di riscontro, per evitare che si commettesse, in base alla rivelazione “atomica”, un errore giudiziario tanto più (sembravano voler dire) che quello là accusava anche l’ineffabile Mancino, uno che è dalla parte dei magistrati, mica solo il solito Berlusconi.
    Ma che riscontri! La montagna ha partorito il topo zoppo e rachitico e c’era e c’è poco da “riscontrare”. Deduzioni, sentito dire, giri di parole. Certo, la norma secondo cui i testimoni non possono riferire le voci correnti tra il pubblico oramai vale solo per le persone perbene e per il pubblico onesto, non per gli assassini e per il pubblico costituito dalla malavita. Ma anche in fatto di “voci correnti”, Spatuzza è stato una frana.
    Ed allora? Che cosa speravano quegli importanti personaggi “che lo facessero” stante il livello sperato (o quale altro) delle dichiarazioni di Spatuzza?
    Sembrava che sapessero bene quello che avrebbe spiattellato. Ma, evidentemente avevano solo letto “Repubblica” o “Il fatto”. Oppure non è il riscontro che si auguravano fosse puntuale.
    Sto per dirne una grossa, ma che, magari, andrebbe bene almeno per qualche altra vicenda di pentiti e per qualche altro commentatore ed anticipatore del suo esito. Eh!, già, perché di storie di pentiti ce ne sono tante e nessuno mi venga a dire che cose come quelle che mi sono passate per la mente (sia pure inopinatamente), non sono mai successe.
    Qualcuno rispetto a qualche pentito “potenzialmente” esplosivo, ha fatto conto, in processi non immaginari, che “sperava proprio che lo avessero fatto bene”. Che, cioè, avessero fatto bene il suo addestramento, che gli avessero insegnato bene il copione, mettendolo in condizione di “non commettere un errore, anche minimo”.
    Non sarà stato certamente, - ce ne è oggi, direi, la prova più manifesta, - il caso di Spatuzza. Quanto ai due “beneauguranti” possiamo pure ammettere che non sia questo sia il loro modo di concepire, il buon andamento della giustizia e l’utilizzazione dei “collaboratori”.
    Saranno distratti in fatto di microfoni, ma non cinici a tal punto.
    Ma, ripetiamo, scuole di pentiti ce ne sono state e non solo di quelle “autogestite” dagli stessi scolari. Vittime di questi concertini, sepolti nelle carceri ve ne sono certamente, vittime del “criterio utilitario” della valutazione del “contributo” dei pentiti nella lotta alla mafia.
    D’altro canto se Spatuzza si è fatto avanti per rifornire di “minchiate” (bravo Feltri! La puntualità è un pregio insostituibile del grande giornalismo) e se un nugolo di giornalisti si è precipitato a raccogliere le medesime e se i due importanti (ed imprudenti) personaggi un mese prima, a Pescara incontrandosi hanno intenso il bisogno di fare auspici chicchessia sull’iniziativa di un assassino, è perché altri pentiti “di buona scuola” sono stati presi sul serio, perché, poi, è stata creata una autentica scuola di retorica bizantina per “motivare” riscontri e attendibilità incredibili. Perché ogni volta che è venuta alla luce una manipolazione “scolastica” di certe verità pentitesche, si è posto un fine di non ricevere, è stata subito rigettata come ipotesi impossibile quella di certe attività didattiche “a fine di bene”.
    La persecuzione di Berlusconi è così sfacciata e grottesca che non c’è da meravigliarsi se qualche assassino in cerca di sconti e di stipendi e gratifiche, oppure perché annoiato e preoccupato per sentirsi oramai “dimenticato”, si fa avanti per avere ancora il suo miserabile “giorno di gloria”. E’ così e lo è fin troppo evidentemente.
    Ma è pure vero che certe incredibili commedie, certe recite a soggetto di loschi figuri, abbiano le radici in altre recite a copione, che la persecuzione anarcoide dell’uomo che ha provocato la delusione agli artefici di “Mani Pulite”, si vale di strumenti, si alimenta di certi sentimenti, di certa cultura (si fa per dire), passa attraverso persone la cui mente è deformata da anni di indisturbata devianza di una giustizia di facciata, di copertura di una sorta di decimazione di fatto, ipocritamente camuffata. L’abuso dei pentiti, il circuito perverso pentitesco-mediatico-giudiziario, non comincia con Spatuzza. Non è Berlusconi, l’unica vittima. Non lo è Dell’Utri.
    Se è vero che c’è voglia di golpe e congiura anarcoide di poteri forti, è certo che per troppi anni abusi e distorsioni “a fin di bene” sono stati perpetrati, perché oggi possa sembrare impossibile, o semplicemente scandaloso quel che stanno facendo sul “fronte politico” della giustizia.
    Non finirà con Spatuzza, se non si avrà un soprassalto di pudore e di verità che porti ad ammettere che a fin di bene o a fin di male la giustizia “dei risultati di lotta” è sempre ingiustizia.
    Non ci stancheremo di ripeterlo.
    Ora, poi, Fini, visto di quale “atomica” si trattava e quanto poco si fosse curato di “evitare il minimo errore” è corso a metterci una pezza.
    Per mezzo del portavoce del Presidente della Camera ha dato l’annunzio al mondo che le dichiarazioni dei pentiti devono essere riscontrate.
    Quelle di Spatuzza, innanzitutto, si direbbe. Che riscontrate non debbono essere perché sono aria fritta, che non si “verifica”, non si riscontra perché il nulla produce nulla, quale sia la salsa in cui è servito. E tra i compiti istituzionali del Presidente della Camera non c’è quello di recitare giaculatorie di prudenza e giurisprudenza, né quello di metter pezze colorate sulle sciocchezze del pettegolìo del signore che pro tempore riveste quella carica.
    Una pezza peggio del buco. Proverbio veneto.

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