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Il CSM tra Grasso e Messineo

La Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura ha chiuso così, per la parte di propria competenza il caso, con un documento approvato all'unanimità e che potrebbe essere discusso dal plenum di Palazzo dei marescialli in questi giorni.
Nel testo i sei consiglieri che la compongono hanno sottolineato ''l'esigenza della massima unità e della leale ed efficace collaborazione tra i magistrati impegnati nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata''; e hanno ribadito ''il richiamo ai magistrati alla rigorosa osservanza dei doveri derivanti dall'alta responsabilità connessa all'esercizio delle funzioni ed alla massima riservatezza e prudenza nei rapporti con gli organi di stampa''.
Da parte sua il Csm ''si impegna ad intervenire tempestivamente per garantire il realizzarsi'' di queste condizioni e per ''sanzionare eventuali comportamenti con esse contrastanti''.
Il caso era scoppiato dopo che il procuratore Grasso con dichiarazioni ai giornalisti si era lamentato di non essere stato informato preventivamente - come a suo avviso prevede l'ordinamento giudiziario - ma di aver appreso solo dalla stampa della riorganizzazione della Dda di Palermo decisa da dal capo procura Messineo con il ritorno dei due procuratori aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato. Perciò aveva parlato di ''violazione della legge'' da parte del procuratore di Palermo passibile di sanzione disciplinare.
Francesco Messineo si era allora rivolto al Csm sia per far sapere di aver adottato il piano con efficacia differita al primo marzo e di averne inviato copia al procuratore nazionale antimafia; sia per chiedere tutela al Csm, ritenendosi oggetto di un ''pubblico attacco personale'' da parte di Grasso tale da realizzare una sua oggettiva ''delegittimazione''.
La Commissione, che all'inizio di questa settimana ha ascoltato i due magistrati, ha affermato innanzitutto che ''la collaborazione che deve animare i rapporti tra i diversi uffici'' giudiziari, a maggior ragione quelli impegnati nella lotta alla mafia, ''deve essere improntata non solo al rigoroso rispetto delle regole, ma anche ai fondamentali canoni di correttezza e di pieno rispetto per tutte le funzioni giudiziarie e deve concretizzarsi in condotte ispirate a costante, leale e fattiva cooperazione''.
Riconosce che la normativa sui rapporti tra le procure territoriali e la Procura nazionale antimafia in tema di modifiche dell'assetto delle Direzioni distrettuali antimafia ''presenta certamente alcuni margini di ambiguità'' e che la comunicazione fatta da Messineo a Grasso ''ha costituito sino ad oggi una delle prassi esistenti''; ''tuttavia pare opportuno - hanno aggiunto i consiglieri in un passaggio che sembra una stoccata al procuratore di Palermo - che l'informazione sia data con la massima tempestività e in seguito ad una previa interlocuzione'', anche per ''evitare che il provvedimento diventi di pubblico dominio prima di essere conosciuto dal Procuratore nazionale''.
Ma un appunto è stato fatto anche a Grasso: ''Quanto più delicate sono le questioni caratterizzanti i rapporti tra uffici giudiziari, tanto più è necessario che ogni eventuale comunicazione a mezzo stampa avvenga solo dopo la loro canalizzazione nelle opportune sedi istituzionali (confronto tra gli uffici e sottoposizione al Consiglio superiore della magistratura)'' hanno ammonito i consiglieri. Perché ''le eventuali divergenze e i possibili dissensi su singoli provvedimenti'' vanno ricomposti nell'ambito del ''luogo istituzionale'' appropriato cioè del Csm. E in queste situazioni per ''scongiurare il rischio che la fisiologica e costruttiva dialettica connessa ai diversi ruoli rivestiti dai magistrati possa ingiustificatamente trasmodare in potenziali fonti di discredito dell'attività giudiziaria, appare necessaria, nel rapporto con i mezzi di informazione e, in genere, nelle dichiarazioni rese in sedi pubbliche, una particolare prudenza e misura''.
Come dire: è bene che i panni sporchi si lavino in famiglia...
Fonte Guidasicilia.it

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