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Antimafia import-export

 di Mauro Mellini
In tempo di elezioni “tutto fa brodo”, almeno così sembra, soprattutto a certi candidati che, in realtà, non possono davvero fare gli schizzinosi.
    In Sicilia (e altrove) c’è un tema d’obbligo: la mafia, cioè l’antimafia. Bisogna parlarne per forza, non tanto perché l’argomento commuova le folle degli elettori e neppure perché parlarne sia un modo per qualificarsi come persone dabbene, quanto perché non farlo legittima (si fa per dire) sospetti e, di questi tempi e con certi Ingroia in circolazione, e non tutti in aspettativa perché candidati, ad esser sospettati, sia pure per qualche problema psichiatrico di chi per definizione è, invece, saggio e rispettabile, c’è poco da stare allegri, con la prospettiva, magari, di dover dimostrare l’infondatezza di quei sospetti.
    C’è in Sicilia un candidato al Senato, che si dovrebbe ritenere non degli ultimi, in quanto è già Deputato Europeo: Salvatore Iacolino, che dell’antimafia ha fatto, a quanto si desume dalle agenzie internet della sua Città, Agrigento, l’unico argomento per accreditarsi presso gli elettori.
    Già appartenente al partito di Berlusconi, “Il Popolo della Libertà”, Iacolino ha lasciato il Cavaliere, passando al “Grande Sud” (che tanto grande, poi, non è) di Micciché, ritrovandosi poi, per l’alleanza che quest’ultimo, dopo anni di contrasti e di baruffe, ha fatto con il suo ex leader (ed ex datore di lavoro) di nuovo sulla barca (o al rimorchio di essa) di Berlusconi.
    Ora questo Iacolino sta inondando le redazioni dei siti internet siciliani, ed agrigentini in particolare, con comunicati relativi ai suoi meriti antimafia. Insomma la sua campagna elettorale per il Senato è una campagna essenzialmente antimafia.
    Scegliere questo campo, questa “specializzazione” in Sicilia, bisogna dire, è, cosa, ovvia e scontata, ma allo stesso tempo difficile. Per la grande concorrenza: vi sono in Sicilia professionisti dell’Antimafia, come li chiamava Leonardo Sciascia, di lungo corso e di raffinata esperienza, come Lumia, come Ingroia o come un certo Arnone che è proprio di Agrigento. Per dirsi e per risultare più antimafia dei troppi concorrenti occorre sfoderare un linguaggio sempre più truculento, inventare proposte di misure sempre più pesanti, sommarie ed estese.
    Più difficile ancora è presentare il proprio “prodotto”, oltre che come più abbondante e pesante, come più raffinato e di qualità extra.
    Per questo la maggior parte dei candidati preferisce spendere le proprie offerte antimafiose solo per quel tanto che appaia necessario per non farsi sospettare di chi sa quali collusioni. Ben due Presidenti della Regione sono caduti per sospetti (e magari per qualcosetta di più) di mafia ed uno di essi è in galera. E con loro è caduto ed è stato sciolto il Consiglio, anzi, il Parlamento Regionale.
    Iacolino però insiste a giuocare quell’unica carta e punta sulle qualità dell’Antimafia che offre agli elettori: un’Antimafia extra, tipo esportazione. E, già. Perché Iacolino, come dicevamo all’inizio, è Deputato Europeo per il partito di Berlusconi. E come tale è vice presidente della Commissione CRIM (che deve significare criminalità). Ogni tanto, quindi, informa i suoi concittadini Agrigentini e Siciliani della fiera battaglia che conduce a Bruxelles contro la mafia. Sul piano  europeo, naturalmente.
    Ecco, dunque, che, rispetto agli altri antimafiosi che producono robetta locale, è un’altra cosa. Surclassa facilmente anche gli ultimi arrivati, quelli delle Cinque Stelle, i Grillini, che hanno sparato la proposta di impartire due ore di lezioni (con esercitazioni di laboratorio) a tutti gli studenti siciliani delle Medie e delle Università di “cultura antimafia ed antipoteri occulti”, lui, Iacolino, ha il vantaggio di disporre del prodotto all’estero. E’, si potrebbe forse dire, una multinazionale dell’antimafia. Con prodotti di ben altro livello.
    Da ultimo, attraverso una agenzia internet agrigentina che con significativa puntualità pubblica ogni sua dichiarazione, ha reso edotto il Popolo di Sicilia di aver depositato “il primo documento di lavoro del Parlamento Europeo sul riciclaggio”.
    “1600 miliardi di dollari sottratti ogni anno allo sviluppo economico”, pare che si legga in tale documento. Quindi “occorre prevedere un quadro legislativo coerente e omogeneo in tutti gli Stati della Comunità, che preveda la definizione comune del reato di riciclaggio, a partire dall’autoriciclaggio”.
    Aggiunge poi che “bisogna introdurre efficaci strumenti di repressione”, pene più severe, “includendo la confisca preventiva dei patrimoni acquisiti illecitamente e la relativa fruizione a fini sociali…”.
    Che significa “confisca preventiva”?
    In Sicilia non se lo saranno domandato in molti, anche tra quelli che si son dati la pena di leggere il resoconto delle gesta europee del Deputato Europeo – candidato Senatore Nazionale. Un certo linguaggio è vecchio e si è imposto, a prescindere dalla sua esattezza e puntualità. Non potendo provvedersi a sequestrare i patrimoni “preventivamente”, cioè prima che siano illegalmente acquisiti, si tratterrebbe di confiscarli prima di accertare che sono stati acquisiti illegalmente e che si è di fronte ad un signor mafioso e ad un affare di mafia.
    Diciamo subito che, per quanto Ingroia ci sia antipatico, con quella faccia che ricorda quella del Premier dell’Iran Komeinista, (Iacolino, questo sì, è un signore distinto, dai tratti gentili e dagli atteggiamenti corretti) il progetto reso noto da Ingroia di sequestrare i patrimoni di chiunque sia sospetto di mafia, evasione fiscale o corruzione, con termine di sei (o due) mesi al sequestrato per dimostrare che non è un mafioso, né evasore, né corrotto e che i beni li ha ereditati dal nonno o dalla zia, è, almeno, alquanto più esplicito.
   
    Si ha l’impressione che quella confisca “preventiva”, di cui parla l’euroantimafioso Iacolino, non debba, poi, essere troppo diversa. Solo un po’ più reticente.
    Ma tra le tante cose da dire (e che tutti si guardano bene da dire e da ammettere che dovrebbero essere dette) a proposito di queste salvifiche confische antimafia, di progettazione casalinga, guatemalteca  o europea, è che bisognerebbe spiegare che patrimoni che nelle mani di mafiosi, che pure li impiegano, magari, autoriciclandoli, cioè reimmettendoli nel circuito produttivo, una volta confiscati e destinati “a fini sociali”, cioè, per lo più destinandoli per iniziative culturali-antimafiose, a centri “per la gioventù”, “per anziani” etc. (con relativi organi amministrativi, personale di custodia etc. etc.), potrebbero considerarsi salvati dalla “sottrazione allo sviluppo economico” e restituiti, quindi, alla normalità del ciclo produttivo.
    Sia ben chiaro. Non sosteniamo affatto che l’economia ed il suo sviluppo hanno da essere mafiosi in Sicilia o altrove. L’economia può essere avvelenata con quel che ne consegue. E può, invece essere, e deve essere, sana.
    Ma le organizzazioni “sociali”, cui solitamente si destinano i beni confiscati, quelle ambientaliste (ahimé!!!) o “per il tempo libero” e via di seguito, che si considerano adatte a realizzare gli “scopi sociali” della destinazione di quei patrimoni, se non sono al di fuori dell’economia in senso assoluto (come, in effetti, nulla lo è) non sono neppure quelle che assicurano un sano e vero inserimento nei cicli di mercato di beni, attività, patrimoni che dovrebbero essere sottratti a quella “voragine” rappresentata dalla patologia dei riciclaggi ed autoriciclaggi di beni passati per le mani della criminalità.
    Sarebbe pretendere troppo da un distinto signore, dall’aspetto tanto diverso da un qualsiasi esaltato Ingroia (per non parlare di altri) chiedere a lui che, almeno a Bruxelles, affronti questo aspetto della questione, senza ricalcare argomenti e linguaggio dei suoi concorrenti che ci ammannisca la solita solfa?

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