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Quel precedente del baccalà

di Mauro Mellini
Avevo appena finito di scrivere l’articolo per questo sito internet intitolato “Ingiustizia: se non basta la importiamo”, tra l’altro sull’odissea dei due marò troppo disinvoltamente (a dir poco) offerti alle vicende elettorali-giudiziarie di un sistema che contende al nostro il primato della stravaganza, quando sui giornali è scoppiata una polemica, purtroppo in chiave di politichetta di quasi opposizione a questo governicchio, proprio sulla vicenda dei marò. E’ venuto fuori anche l’immancabile dietrologia che dovrebbe spiegare (e lo può) il comportamento condiscendente delle Autorità Italiane che tranquillamente “riconsegnano” ad una giustizia, inaffidabile quanto e persino più della nostra, dei cittadini, dei militari cui potrebbe, al più, farsi carico di un eccesso colposo in legittima difesa o di un errore, per quanto tragico, nell’esercizio di un compito forse superiore alle ordinarie responsabilità del loro grado e delle loro funzioni. La “dietrologia” del caso è la seguente: si giuoca sulla pelle dei due marò per dimostrarsi condiscendenti con l’India e non turbare rapporti d’affari di grandi imprese italiane con quel Paese. La diplomazia italiana ha tradizioni di assai scarso impegno nella difesa dei nostri connazionali all’Estero. Una tradizione che risale ai tempi in cui gli italiani all’Estero erano, per lo più, poveri straccioni affamati, di cui i nobili funzionari della “carriera” ostentavano schifarsi, mettendosi, per far buona figura con i colleghi di Paesi più fortunati, dalla parte dei sopraffattori dei loro connazionali. Questo a prescindere da specifici interessi di imprese italiane. A proposito dei quali mi ritorna alla mente la storia di un diplomatico originario delle mie parti. Un distinto signore con cappello a lobbia, monocolo, bastone (o ombrello) che manovrava tutti quegli aggeggi per fare inchini e “scappellate” quando incontrava delle signore. Comportamenti proibiti nell’Italia degli anni di Starace, quando per mandare qualcuno al confino o, almeno, per definirlo sospetto, si scrivevano nei rapporti di polizia “dedito alla stretta di mano”. Qualcosa di meno grave delle borghesi, ed, anzi, nobiliari (era Conte) scappellate. Questo signore per più versi, quindi, apprezzabile era stato ministro (così si chiamavano allora gli ambasciatori nelle sedi meno importanti) in Norvegia. Il Ministero degli Esteri gli mandò le “pizze” del film “Camicia Nera” perché le facesse proiettare a scopo di propaganda. Il conte “dedito alle scappellate”, in verità senza intendimenti beffardi (era privo di senso dell’umorismo) rispose che, quanto al film “Camicia Nera” non era, per il momento il caso di proiettarlo in Norvegia, dove, da poco, i socialisti avevano vinto le elezioni. Ciò sarebbe apparso come una provocazione, che avrebbe danneggiato le possibilità di portare a conclusione un difficile accordo commerciale per l’importazione del baccalà. Mussolini, di fronte a quel rappresentante dell’Italia Fascista che anteponeva il baccalà alla propaganda di “Camicia Nera”, andò su tutte le furie: lo destituì, ponendo fine alla sua carriera. Lo nominarono però, tanto per contentino, presidente della Associazione delle Famiglie numerose. Aveva nove figli. Non ho mai amato le dietrologie e coloro che se ne valgono per spiegare le cose più semplici e banali. E, soprattutto, coloro che, per far ricorso alle dietrologie, rifiutano di vedere ciò che è davanti agli occhi di tutti. Che Emma Bonino, donna efficiente e certamente assai più intelligente e capace della maggior parte dei suoi colleghi di questo quasi-governo, sembri stenti a tenere in qualche modo a bada la diplomazia italiana ed a tenerla sotto controllo, quand’essa preferisce di far finta di occuparsi di grandi movimenti commerciali e di ipotetiche promozioni di interessi di imprese italiane all’estero, quasi ostentando di non volersi curare di questioni di diritti civili di italiani o di stranieri, credo non sia un mistero. Con Frattini andava pure peggio. Ma questa storia dei due marò, ricevuti al Quirinale, esaltati come eroi ed esempio della lealtà fiera dell’Italia, perché mandati allo sbaraglio prima a “sostituire la flotta” nella lotta alla pirateria, poi a fare gli imputati in un processo grottesco più che kafkiano, esaltando il loro ruolo con l’insistere che, in sostanza, essi vanno a sfidare la pena di morte che, magari a vanvera, si dà per scontato che sarebbe loro applicata dagli indiani, è qualcosa di rivoltante e di intollerabile. Anche in un Pese, come l’Itlaia, in cui la politica estera la fanno di volta in volta l’ENI, i militari della NATO, le Banche e chi sa che altro ed in cui la giustizia è quella dei pentiti, di Ingroia e dei suoi epigoni palermitani, del caso Tortora e dei mille casi Tortora, consegnare dei cittadini italiani ad una giustizia straniera, per poi piangersi addosso ricordandosi che in quel Paese c’è la pena di morte è davvero troppo. Ebbi la ventura di essere difensore avanti alle Corte Costituzionale nel primo processo in cui essa dovette affrontare la questione della legittimità della estradizione dello straniero verso Paesi in cui, per il crimine contestato, fosse applicabile la pena di morte. La Corte se la cavò con una delle prime sentenze “esortative”. Estradizione…sì, ma… “si abbia cura di raccomandare che per gli estradati la pena di morte non venga applicata”. Una cavolata, con tutto il rispetto (si fa per dire) dei “Giudici delle leggi”. Ma per i marò italiani riconsegnati all’India (che forse sperava proprio che ce li tenessimo e rifiutassimo di “restituirli”) nemmeno quella “raccomandazione” formale, mentre i giornali italiani sembrano fare a gara a ricordare agli indiani che potrebbero anche impiccare i due malcapitati nostri connazionali. E’ troppo richiedere all’efficientismo di Emma Bonino di scavalcare i diplomatici del suo ministero, che preferiscono il baccalà ai diritti civili (come ieri lo preferivano al film “Camicia Nera”) con una aperta e chiara presa di posizione e, magari in occasione di una prossima “vacanza” che sia concessa a quei poveretti, forse per Pasqua, con un suo espresso veto a questa assurda e grottesca “riconsegna”? Sarebbe il minimo da richiedere, non dico ad Emma delle antiche battaglie, ma ad un governo. Se ci fosse un governo.

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