FacebookTwitterGoogleFeed

 

Le cose più grandi di lui

di Mauro Mellini
In qualche modo era venuto a conoscenza del fatto che in Italia il Parlamento è composto da due Camere, perché, oltre a quella dei Deputati, c’è anche il Senato. E aveva avuto sentore delle difficoltà per diversi Governi di “trovare i numeri” anche in Senato.
Così ha detto: “Ovvia, questo Senato l’è da rottamare. Magari diciamo che ci mandiamo i Sindaci ed i Presidenti di Regione, che lo stipendio già ce l’hanno e così risparmiamo e coi soldi delle indennità ai senatori ci facciamo un aumento alle pensioni. E poi lo chiamiamo” Camera delle Autonomie”…”.
E’ andata più o meno così la scelta di Renzi in ordine alla riforma costituzionale. Una riforma a misura dell’uomo, anzi, del ragazzo, del boy-scout che è convinto che con qualche battuta ed un atteggiamento simpatico si può fare tutto e farlo risultare gradito alla gente, che è, poi, l’unica cosa che conta.
 

L’incredibile è che a ritenerlo siano stati anche gli altri. Quelli del suo partito, che si sono convinti che con uno così non c’era niente da fare: meglio dichiararsi “renziani”. E poi altri ancora, ed anche Berlusconi, che la teoria del “gradimento” come fondamento della democrazia l’ha sempre praticata, per vocazione professionale prima che politica. Per le sue televisioni, la valutazione qualitativa del cui funzionamento si basa, come è noto, sul “gradimento”.
Renzi è “inciampato” nell’idea di abolire o “depotenziare” il Senato. In base al sentito dire che costituisce il bagaglio della sua cultura giuridico-costituzionale, quel “bicameralismo perfetto” era ed è una classica dilapidazione, un inutile duplicazione. Una cosa, insomma, da rottamare, magari camuffando la rottamazione da riforma etc. etc.
Che Renzi sia oggi sconcertato per le (poche e sconclusionate) resistenze che sta incontrando si capisce. La sua cultura non gli consente di comprenderne origine e sviluppi. Meno comprensibile è che altri del suo partito, del suo governo e del suo “Ufficio di Tutela” (non c’è bisogno che sia più esplicito) sembrino eugualmente sconcertati, ammesso che lo siano sul serio.
Renzi è andato ad affrontare una cosa più grande di lui: l’impianto costituzionale dello Stato.
Proprio perché la Costituzione del 1948 non è certo “la più bella del mondo” se non per i giullari, insigniti o meno del Nobel, ma una combinazione piena di equivoci che persegue l’equilibrio del potere anziché l’equilibrio dei poteri, è difficile demolirne una parte importante senza ritrovarsi sotto le macerie di tutto il resto.
Ora pare che finalmente qualcuno si sia accorto che abolire o “depotenziare” il Senato significa mettere in giuoco la figura del Presidente della Repubblica, da noi eletto dalle Camere Riunite (sul modello della Costituzione della III Repubblica Francese, che aveva voluto evitare l’elezione diretta del presidente, stante i precedenti bonapartisti).
Abolire il Senato o farne una specie di club di amministratori locali in disuso, significa avere un Presidente della Repubblica, dalla figura e dal ruolo già non troppo netti e coerenti, ancora più delegittimato e privo di autorevolezza.
Nei paesi con un Parlamento monocamerale (o con una seconda Camera “depotenziata”) c’è sempre un Presidente eletto dal popolo.
Ma con la liquidazione del Senato è di fatto distrutto anche il sistema, ritenuto fondamentale nella nostra Costituzione, del carattere “rigido” di essa, cioè del suo ruolo sovrordinato rispetto alla legge.
Con una sola Camera (o con una e mezza) il procedimento di modifica della Costituzione perde ogni rigore e chi vince le elezioni (con un sostanzioso premio di maggioranza per giunta) può giostrarsi con la Costituzione come vuole.
Così pure un’altra caratteristica fondamentale della Carta del 1948, quella di costituire una serie di ostacoli a salvaguardia contro colpi di mano di momentanee maggioranze, è vanificata ed elusa.
Ed è lo sconquasso per ciò che riguarda le nomine, oggi di competenza del Parlamento in seduta comune, dei Giudici Costituzionali e dei componenti del C.S.M.
Che Matteo Renzi, quando decise che, “ovvia, questo Senato che ci sta a fare?” abbia avuto una sia pur approssimativa idea di questa catena di ripercussioni è sicuramente da escludere.
Ha affrontato una questione più grande di lui. Non ha la stoffa, il cervello e la preparazione del costituzionalista, del riformatore dello Stato.
E non abbiamo voluto affrontare la questione dell’incidenza su questo sistema costituzionale della legge elettorale, che i “75” (la Commissione preparatoria del progetto di Costituzione) ritenevano dovesse essere, con una Costituzione simile, necessariamente proporzionale e che ritennero di non doverlo scrivere nella Costituzione solo per rispetto delle forme e dei limiti della “sedes materiae”.
Ma anche noi dobbiamo prendere atto delle proporzioni e dei limiti umani. E’ inutile parlare di queste cose quando ad ascoltare dovrebbe essere, casomai, un Renzi. Il guaio è che si tratta di cose che il Popolo Italiano dovrà portarsi poi, comunque sulla schiena per anni, le capisca o non le capisca Renzi.
Ma non si può cavare il sangue dalle rape.

Video In Evidenza

Il Libro

La rubrica

banner gg lib

Non è solo Saguto

annuncio

      CLICCA SULL'IMMAGINE PER INFO

La Newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

social

Giustizia Giusta utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.