Il muro del pianto

di Alessandro Rinnaudo

Muro Pianto

Un’ondata di disperazione si sta riversando a ridosso del Vecchio Continente, un popolo è in fuga dalla morte e la distruzione di una guerra che sta dilaniando un territorio, la Siria, verso una speranza di vita migliore.

Un popolo in cammino, come recita un canto di chiesa, che, a differenza però del popolo ebraico, che fuggiva dalla schiavitù in Egitto, non ha un Mosè a guidarlo, ma spesso “trafficanti di anime”, né ha i flutti che si aprono al passaggio, come nell’episodio biblico del Mar Rosso, provocando la morte nelle traversate con imbarcazioni di fortuna o nel guado di fiumi a ridosso di frontiere. Ciò che più differisce l’esodo dei disperati rispetto all’esodo del “popolo eletto” , non è tanto la speranza quanto la certezza di una terra promessa che si infrange davanti un muro di filo spinato eretto da uomini armati. Un agghiacciante muro di filo spinato, che desta spaventose analogie verso un passato che pensavamo sepolto. Uomini disperati trascinano con se donne spaventate, in lacrime, e bambini, che invece di riposare in un caldo lettino, in una casa sicura, dormono nel fango…
L’Europa che non riesce a “costruirsi”, a trovare una identità, una comunità di intenti, riesce a costruire muri, di filo spinato per chiudere frontiere, muri economico-finanziari, muri ideologici che si contrappongono. Muri e quote, si perché nelle stanze dei bottoni si discute di come distribuire i profughi con quote per ogni paese, come se la disperazione si potesse contingentare come le quote latte, spogliando la vita umana della dignità e del valore che la differisce dagli oggetti…uomini valutati al pari di olio tunisino, di arance di Cipro.
Il colabrodo europeo, circondandosi di filo spinato, non riesce a contenere il demone del terrorismo fondamentalista, trovando come unica misura possibile, l’ulteriore chiusura di fragili confini, per mascherare le inefficienze di un sistema di intelligence che non riesce ad anticipare nemmeno le previsioni del tempo.
Guardando le immagini dei servizi televisivi e leggendo gli articoli dei colleghi che con grande passione documentano quanto sta accadendo, vengo avvolto da un freddo innaturale, nel corpo e nell’anima e mi dispero nel constatare che, nell’epoca dell’informazione a tutto campo, dei social, il lavoro straordinario dei colleghi, che testimoniano la disperazione dei profughi, si possa cancellare con un click di un telecomando o cambiando pagina web o più semplicemente voltando pagina. Siamo pronti ad esprimere cordoglio con un tweet, ma poi meglio non vedere, abbiamo già i nostri guai…abbiamo la connessione lenta…ci hanno bannato su facebook…è saltato l’aperitivo con gli amici.
Avendo ricevuto il dono di essere padre, mi immedesimo in quei padri che tentano di dare ai loro figli un luogo sicuro, sento il loro dolore, guardo i loro occhi imploranti e penso a mio figlio nel suo caldo lettino…al sicuro…
Mi vedo seduto…nel fango…di fronte al muro di filo spinato…il muro del pianto…con in braccio il bambino morto sulla spiaggia turca…con in testa le note e le parole di Auschwitz di Francesco Guccini…che è lontano anni luce dalla mia storia politica ma è un poeta e come tale ha saputo tradurre in versi e musica il germe del male nazista…e piango pensando a come il genere umano non abbia tratto alcuna lezione dalla storia…

 

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