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La questione macedone agli occhi di Bruxelles

di Giovanni Di Carlo

Il decennale dibattito riguardante l’adesione della Repubblica di Macedonia all’Unione Europea, generato dalle controversie riscontrate con il governo bulgaro e quello greco, è tutt’oggi una fra le più delicate questioni politiche che la regione balcanica si trova a dover affrontare. Sin dai primi anni novanta, le autorità elleniche hanno dimostrato fermezza riguardo la disputa nominale che vede coinvolti i due paesi, durante la quale la Grecia si è duramente dimostrata contraria al fatto che la Repubblica di Macedonia avesse assunto tale nome successivamente alla dissoluzione della Jugoslavia.
La disputa, che ha raggiunto una fase di stallo grazie all’intervento del’ONU, verteva inoltre sul radicale rifiuto della bandiera macedone da parte di Atene, la Stella di Vergina, simbolo della dinastia di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, personaggio di fondamentale rilievo culturale all’interno della storia ellenica.

Una controversia storico-nominale di scialba entità di fronte alla possibilità di integrare nella comunità europea uno fra i pochi paesi che pacificamente hanno preso le distanze dalla Jugoslavia dopo lo scioglimento della Repubblica Federale, ma egualmente legittimata dal diritto di veto che investe le autorità greche.
Intenzionata inoltre a far fronte ad una complessa situazione politica interna, l’Unione Europea continua a sostenere il ritorno alle urne dei macedoni a favore dell’elezione del Primo Ministro dopo le costrette dimissioni del leader del Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone, il conservatore Nikola Gruevski.
L’ormai ex premier, già Ministro delle Finanze, il quale era stato accusato di brogli elettorali e di intercettazioni a danno di 20.000 fra giornalisti e politici macedoni, non era visto di buon occhio neppure dalla minoranza albanese che abita il paese, corrispondente a circa un quarto della popolazione totale; a quanto sembra trapelare, con l’intento di distogliere l’attenzione mediatica dalla preoccupante protesta popolare contro il suo governo cominciata nel maggio del 2015, Gruevski ha infatti giudicato un gruppo di albanesi kosovari responsabile dei tragici eventi di Kumanovo.

Dopo l’elezione ad interim di Emil Dimitriev nel gennaio scorso, il malcontento popolare continua ad essere espresso nei riguardi delle scelte governative che prevedono la concessione della grazia verso manifestanti ed esponenti politici come Gruevski stesso, nella comune preoccupazione per le condizioni di una democrazia che continua a sgretolarsi a discapito di una imprescindibile tutela dei diritti civili, in attesa delle elezioni politiche fissate - grazie alla mediazione diplomatica di Bruxelles e degli Stati Uniti - nel mese di dicembre.

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