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Referendum: criteri per giudicare

La conferma (non per infondatezza, ma per inammissibilità per la natura dell’atto impugnato) da parte del T.A.R. Lazio del quesito referendario “apologetico”, formulato con violazione del precedente, se rappresenta la conferma di uno degli espedienti Renziani per manipolare il voto popolare, almeno pone fine alle tergiversazioni “preliminari” con le quali si è, in qualche modo, cercato di far capire che non era “ancora” il momento di parlare del merito, di “noiose questioni” relative al significato dei nuovi articoli della Costituzione proposti, del nuovo “meccanismo” istituzionale proposto, della possibilità, validità e qualità del suo funzionamento.

C’è stata e c’è, né sembra che Renzi e compagnia intendano cambiar registro, la tendenza a “parlar d’altro” che noi abbiamo denunziato da prima dell’estate. Così, da parte di lorsignori del SI, ci vien detto: , che la riforma è quella novità attesa da anni; , che “semplifica” l’approvazione delle leggi; , che riduce i costi della politica; 4°, che pone rimedio all’ingovernabilità del Paese.

Questa è una enumerazione e definizione tutto sommato benevola e razionalizzata del “metodo” Renzi, della riforma e del modo di scodellarla e raccomandarla agli elettori.

Certo è che sono evitate, sostituite dalle stupidità, che abbiamo raccolto (in parte anche piccola) nel noto libretto, le questioni fondamentali.

I sostenitori del SI, girala e rigirala, non vanno mai oltre quelle enunciazioni. E’ la fiera delle “buone intenzioni”, che tali, al più, dovrebbe essere nella descrizione da loro fatta gli asseriti contenuti della riforma. Benché tradotta nei nuovi articoli e nella loro prolissa formulazione, la riforma non ci viene mai presentata, descritta, magari esaltata con riferimenti alla effettiva portata giuridica, al reale meccanismo, alle qualità del relativo funzionamento.

Basta dare un’occhiata al “nuovo” testo: colpisce subito la sua prolissità che nelle norme è di per sè sintomo di confusionismo e di pasticcio. Ne è esempio ed emblema l’art. 70 (Formazione delle leggi) che nella Costituzione attuale consta di 9 parole, mentre nella “semplificazione” Bosco-Renziana consta di ben 476 parole. Altri articoli sono poco meno “dilatati”.

Ma non basta. La Costituzione attuale ognuno, che non sia un troglodita semianalfabeta ed ottuso, la legge e la capisce.

Provate a leggere il testo della riforma. Vi accadrà di “perdere il filo”, di dover tornare indietro a rileggere. E vi rimarrà il dubbio (e non solo il dubbio) di non averci capito un accidente.

Dietro ogni oscurità dello scritto si cela sempre una controversia interpetrativa, un’incertezza su come applicare la prescrizione.

Il potere del legislatore (nel caso, ancor più grave, del legislatore costituzionale) malamente esercitato, si trasferisce all’oligarchia degli interpetri, che sarebbero quelli che a quella norma dovrebbero, per primi obbedire.

Dalla democrazia, dal Parlamento (nei confronti di cui la riforma esprime insofferenza e dileggio) il potere passa alla Casta delle toghe (di vario colore e foggia).

Giratela, osservatela, pensatela come vi pare, questa è la “novità”, la “modernità” di quell’autentico sgorbio. Altro che “difetti formali!” Altro che “intanto è un passo avanti”!

Il “salto nel buio” non è nel fatto che il Boy-scout, se vince il NO, ci lascia orfani della sua straordinaria guida. E’ nella mancanza di vere, certe regole di un giuoco. Resterebbero i coltelli sotto il tavolo. E sarebbe inutile sperare nella promessa che li “lascino a casa”.

Mauro Mellini 

21.10.2016

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