"Di sicuro c'è solo che è morta", il nuovo libro di Vittorio Pezzuto

Copertina Marta RussoE’ da poco trascorso il ventennale dalla uccisione di Marta Russo, la studentessa romana colpita la mattina del 9 maggio 1997  mentre sta passeggiando in un viale dell'Università "La Sapienza". Un caso, quello della Russo, che suscita un enorme clamore nel Paese, fermo per settimane ad interrogarsi su chi possa essere responsabile dell’omicidio e sulle relative motivazioni.

Ben presto gli inquirenti si convinceranno che a sparare sia stato il dottorando Giovanni Scattone, con la complicità del collega Salvatore Ferraro. Il loro movente? L'assenza di un movente. Ad accusarli vi sono testimonianze controverse e una particella di bario e antimonio trovata sulla finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia di diritto.

Una storia incredibile, oscura e sfuggente ma anche rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura, di un certo tipo di Università, di un certo tipo di giornalismo.

E’ di questi argomenti che si occupa il giornalista Vittorio Pezzuto (già autore della biografia di Enzo Tortora "Applausi e sputi", Sperling&Kupfer) nel libro-inchiesta "Marta Russo, di sicuro c'è solo che è morta", il cui titolo evoca quello che il direttore de l'Europeo Arrigo Benedetti volle dare alla clamorosa inchiesta di Tommaso Besozzi che smontò la versione ufficiale sull'uccisione del bandito Salvatore Giuliano.

«Mi sono avvicinato a questa storia senza pregiudizi - spiega Pezzuto - costruendo un imponente archivio personale che comprende i circa 15mila documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambien­tali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’Assise), tutti i take di agenzia sul caso lanciati dal 1997 al 2015 nonché oltre ottomila articoli ed editoriali apparsi sui maggiori quotidiani e periodici.

Ben presto mi sono accorto che i conti non torna­vano: assenza di qualsivoglia movente, arma mai ritrovata, testimonianze dell’accusa fragili e contraddittorie, impossibilità di definire la traiettoria del proiettile, dubbia provenienza della particella di bario e antimonio (per Scotland Yard si trattava molto probabilmente di un residuo di frenatura d’auto), errori fondamentali nella lettura degli orari dei tabulati telefonici, ecc. Su tutto l’esigenza della Procura di trovare un qualsivoglia colpevole per rassicurare l’opinione pubblica già scossa da molti delitti insoluti nella Capitale».

Il libro di Pezzuto, corposo ed accurato, ripropone per la prima volta i tanti "buchi neri" dell'inchiesta nonché i diversi colpi di scena nei diversi gradi del processo che portarono alla condanna dei due giovani. Ma soprattutto, vent'anni dopo quell'omicidio, arriva a una conclusione sconvolgente su un caso che per larga parte dell'opinione pubblica resta ancora inspiegabile. Non è forse un caso se tutti i maggiori editori italiani abbiano rifiutato di pubblicarlo, adducendo i motivi più diversi: «Questa storia non interessa più nessuno», «Non avrebbe un mercato», «Ci piace molto ma abbiamo paura di essere citati dai magistrati»... Pezzuto ha così deciso di pubblicarlo in proprio, mettendolo in vendita direttamente su Amazon

(664 pagine, 16,64 euro versione cartacea e 7,99 versione Kindle).

Una scelta editoriale necessaria ma al tempo stesso coraggiosa,  rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura e di un certo tipo di editoria.
Alessio Di Carlo

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