Tribunale Militare non ha più nulla da fare


Direte che è un giudice spagnolo, croato, slovacco, tedesco. Niente affatto: è un magistrato italiano. Solo che è un magistrato militare, del Tribunale militare di Padova, il dott. Benedetto Manlio Roberti.
Leggiamo ciò sul “Il Duemila”, periodico dell’On. Raffaele Costa, particolarmente attento a casi di malaamministrazione, di sprechi, di inefficienze dei pubblici uffici e benemerito per la diffusione di notizie, dati, statistiche e numeri che quasi sempre la stampa ignora o sottovaluta.
L’episodio evoca una questione tutt’altro che marginale, addirittura emblematica del modo di legiferare “all’italiana”, che tuttavia sembra essere dimenticata: quella della sorte dei Tribunale Militari ed, in genere dell’apparato della giustizia militare, nel momento in cui, abolito il reclutamento dell’esercito di leva con servizio militare obbligatorio e ridotta assai la dimensione numerica delle Forze Armate, oramai totalmente composte, anche al livello dei militari di truppa, da professionisti volontari, è venuta meno grandissima parte del lavoro di tali organismi giudiziari.
L’apparato giudiziario militare già prima di questa epocale riforma dell’ordinamento militare era sicuramente sovradimensionata. Vi erano (e vi sono) otto tribunali militari con altrettante procure: Torino, Verona, Padova, La Spezia, Roma, Napoli, Bari, Palermo, con una sezione distaccata del tribunale di Roma a Cagliari. Vi è poi una Corte Militare d’Appello con sede in Roma e due Sezioni distaccate a Verona ed a Napoli. Ovviamente vi è una procura generale con uffici anche nelle sedi distaccate. Meno ovvia è l’esistenza di una procura generale militare presso la Corte di Cassazione (che in sede di legittimità, a norma della Costituzione, conosce delle sentenze anche dei giudici militari). Si può dire che quello dei processi penali militari in Cassazione è l’unico caso in cui ad occuparsene siano magistrati per i quali si applica una vera separazione delle carriere (magistrati militari i P.M., ordinari i giudici).
Si tratta di un complesso giudiziario di entità non trascurabile, distribuito in sedi diverse, con un organico di 103 magistrati militari, con oltre 590 addetti vari tra cancellieri, segretari, scritturali etc.. I magistrati sono quasi tutti di livello elevato (di appello, di cassazione idonei ai livelli superiori) grazie alla legge Breganze che si applica anche a loro.
I procedimenti pendenti avanti a tali tribunali alla fine degli anni ’80, quando, del resto, i magistrati militari erano solo 75, erano 2880. Un carico tutt’altro che eccessivo, costituito, nella massima parte, proprio da processi per reati legati all’obbligatorietà del servizio militare, primo fra tutti il reato di rifiuto del servizio per obiezione di coscienza senza ammissione al servizio civile. E poi reati di “mancanza alla chiamata”, “diserzione” etc. commessi da militari di leva recalcitranti al servizio militare. Abolita la leva, i procedimenti pendenti sono oggi 338 in tutto: da contarsi sulla dita di una mano quelli di ciascun tribunale.
In buona sostanza, essendo tale riduzione una conseguenza scontata della fine dell’esercito di leva, si può dire che i tribunali militari nella loro attuale organizzazione sono una sopravvivenza dovuta ad una delle solite sviste dei legislatori.
Si deve aggiungere che per il governo della Magistratura Militare (oggi composto di 103 individui) è costituito un Consiglio Superiore della Magistratura Militare ad immagine e somiglianza del C.S.M. con relativo apparato, spese, etc..
Anche a non voler abolire del tutto i tribunali militari, demandando le relative competenze ad una sezione specializzata di un tribunale ordinario, sembra evidente che basterebbe conservarne uno solo, che avrebbe pure assai scarso lavoro, assolutamente non paragonabile a quello di uno dei più piccoli tribunali ordinari. Ancor meno consistente il lavoro per la Corte d’ Appello Militare (le cui sezioni distaccate sono di assoluta inutilità).
Della Procura generale militare presso la Corte di Cassazione potrebbe (e dovrebbe) farsi a meno, eliminando un’incongruenza ordinamentale ed istituzionale. La Cassazione ha una procura generale propria e porle accanto la procura di un altro ordinamento non ha senso comune. Tra l’altro non si capisce come il C.S.M. non abbia avuto mai nulla a ridire su questa procura “anomala” della Cassazione che sfugge alle sue competenze.
Quando fu varato il codice di procedura penale oggi vigente, fu dimenticato di dover modificare di conseguenza la parte del Codice Penale Militare del 1942 relativa al processo militare (libro III) che si integra con il codice di procedura ordinario.
Vassalli, all’epoca ministro delle giustizia, che pure era un grande giurista, confermò di avere proprio dimenticato che questa occorresse.
Si provvide, cioè non si provvide, ricorrendo ad un pasticcio e saltando a piè pari oltre il precetto costituzionale di riserva di legge per la Costituzione o modificazione di ogni organo giudiziario.
Ora non abbiamo Vassalli, ma Mastella, ministro della giustizia ed è dubbio se questi abbia notizia anche solo dell’esistenza di tribunali militari. La cosiddetta riforma dell’ordinamento giudiziario avrebbe potuto essere l’occasione per affrontare anche la questione della riduzione della “pianta” dei tribunali militari e per l’ammissione dei magistrati militari in soprannumero (almeno una sessantina) nei ruoli della magistratura ordinaria.
E’ improbabile, però, che anche Parisi, ministro della Difesa, abbia la capacità e la voglia di affrontare il problema. Del resto l’esubero di magistrati militari non gli farà troppa impressione. Le Forze Armate Italiane hanno probabilmente più Generali di quelle americane. Certo è che nella Marina, ad esempio, Ufficiali e Sottoufficiali sono assai di più dei “comuni”, cioè dei marinari semplici. Credo vi sia un Ammiraglio per ogni nave, rimorchiatore e barca.
Così vanno le cose.

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