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Agrigento: sospettato di essere professore universitario

Visto come vanno le cose in Italia con la giustizia che ogni giorno di più diventa la giustizia del sospetto (con sanzioni tra le più pesanti previste per il fatto di essere sospettati), bisogna dire che qualche vantaggio c’è.

Se anche fosse vero che tutti gli uomini nascono uguali (non ci sarebbe da stare troppo allegri visto certi personaggi in circolazione), non a tutti è dato progredire sulla scala sociale, raggiungere posizioni di prestigio, essere proclamati uomini di scienza, colonne della società e della civiltà.

Al mio paese d’origine non c’era mai stato qualcuno che fosse divenuto professore universitario. C’erano una quantità impressionante di maestri elementari (da rifornire tutto l’Alto Lazio). Qualche professore di scuola media. Ora credo che ci siano un po’ meno maestri ed anche professori. Ci saranno professori universitari, visto che le Università nascono come i funghi. Il primo professore universitario, quando l’Università era ancora l’Università, stimato docente nella Facoltà di Veterinaria di Messina e di Portici lo avevo conosciuto da ragazzino, Mario. Come tutti in paese aveva un soprannome: Mario Zuccò. Zuccone. Chi sa perché, visto che fin da piccolo era vivace, simpatico ed intelligente. Ma chi l’avrebbe detto che sarebbe diventato il Prof. Zuccò ordinario di non so quale materia in una Università degli Studi?

Non deve essergli stato facile raggiungere quella prestigiosa posizione e non per il “soprannome” malizioso, ma perché privo di buone “spinte”, nato in un luogo ed in una famiglia lontane dalla scienza e dal potere.

Se diventare professore universitario, anche ora che l’inflazione delle Università e delle Cattedre (specie quelle inutili) ne ha prodotto un certo deprezzamento, è intervenuta una possibilità nuova. Che pare non incontri difficoltà. Una possibilità fino a qualche decennio fa inimmaginabile, inconcepibile: quella di essere sospettati di essere un professore universitario. E non un sospetto qualsiasi per il timore reverenziale che può incutere che so, una barba autorevole, un incedere solenne, una preferenza per abiti severi o sobri di una persona incontrata per strada. Un vero e proprio “sufficiente indizio”. Sufficiente a finire in galera, sia pure per pochi giorni (qualche volta la fortuna aiuta anche chi non è per nulla “audace”).

Queste considerazioni un po’ strampalate mi vengono alla mente avendo ritrovato in mezzo alla confusione delle mie carte, le copie di notiziari di stampa relativa ad un episodio di ordinaria giustizia (tale da considerare per lo stato generale e per le tradizioni radicate nel luogo) avvenuto ad Agrigento, del quale subito avrei voluto scrivere qualcosa.

Passati alcuni giorni le mie considerazioni si sono fatte divagazioni e per di più allarmate e, soprattutto, mi è sembrato ineludibile il dovere di evidenziarne questo nuovissimo rischio che oggi si corre.

Qualcuno dirà che essere sospettato, almeno sospettato di essere un professore universitario, non è un “rischio” ma un’eventualità che molti (gli sciocchi non mancano mai) non vorrebbero di certo evitare anche a costo di sorbirsi la conseguenza di un po’ di “custodia cautelare”.

Veniamo al dunque. A metà dicembre 2015 ad Agrigento il classico “blitz” (lampo) con una “infornata” di 30 persone iscritte nel registro degli indagati e ahimè, sei o sette ordinanze di custodia cosiddetta cautelare. Un’operazione con, tanto di “nome d’arte” (ho sempre definito così le denominazioni di operazioni poliziesco-giudiziarie scimmiottanti quelle di famose operazioni militari) rigorosamente in lingua inglese “Duty Free”.

Si sarebbe trattato di una complessa ed estesa macchinazione di corruzione in ordine a questioni fiscali. Figurando tra gli arrestati un noto uomo d’affari, Campione, l’ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate e un imprenditore, Dario Peretti.

Questi era stato “tirato dentro” il procedimento in quanto ritenuto esponente primario, non so se rettore, professore o presidente del Consiglio di Amministrazione della Università telematica “Unipegaso”, cui si faceva carico di aver falsamente certificato il superamento di due esami da parte di certi impiegati del Fisco. Di tale qualifica universitaria il P.M. riteneva vi fossero indizi “sufficienti”.

Strana espressione contenuta nel codice, perché “sufficienti” indizi che occorrono per mettere in galera qualcuno è una petizione di principio. Pare, anzi che proprio nei confronti dell’indiziato di essere docente o amministratore universitario (ancorché Unipegaso e telematico) il P.M. fosse particolarmente aggressivo.

La storia del “Duty Free” è finita in modo inconsueto, specie quando gli indizi sono del genere di quelli di “essere professore universitario”, processi che, in genere si trascinano più a lungo e tra difficoltà e complicazioni, come se la giustizia si contorcesse per sfuggire alla gravità dei propri errori. Dopo alcuni giorni dall’arresto, il Tribunale del Riesame annullava tutte le ordinanze di custodia cautelare, compresa quella dell’indiziato universitario. Ed alcuni giorni fa il GIP ha assolto quasi tutti gli imputati (tranne un paio cui si faceva carico di reati minori) spogliando Dario Peretti della sgradevole, indiziaria dignità accademica, ancorché Unipegaso e telematica definitamente.

Dico la verità: mi rimane insoddisfatto il dubbio su quello che può rappresentare un indizio di essere un esponente accademico, in professore universitario.

Non certo perché toccato alla mia veneranda età, da tardive speranze di potermi pavoneggiare abusivamente di una qualche dignità accademica, o del relativo sospetto ma proprio per la preoccupazione evitare di essere raggiunto da qualche grave e pericoloso indizio di essere tale.

Sacrificarsi per la scienza va bene, ma passare guai per il fatto che un magistrato “desuma” una appartenenza a quel mondo da chi sa che cosa, è assai meno piacevole.

            Mauro Mellini

15.12.2017

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