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2° trattativa: le carte in tavola non cambiano

Nei giorni scorsi (artic. del 18.12) abbiamo abborracciato una prima sintesi del processo cosiddetto “della Trattativa” nel momento in cui, chiuso il dibattimento, è iniziata la fase si spera finale di questa poco degna sceneggiata.

E, piuttosto che di processo della cosiddetta “Trattativa”, si dovrebbe intanto parlare di “cosiddetto processo”. Perché l’abuso messo in atto a Palermo è anzitutto quello di voler fare passare per un processo, nel senso che la parola ha per la giustizia in tutti i popoli civili, in cui si dovrebbe aver presente la colpevolezza o l’innocenza di uno o più accusati di un fatto specifico previsto dalla legge come reato, l’impianto, lo scopo, la conduzione di esso è stata ed è, invece, quella di “tenere banco” con una latente operazione storico-politica, sfornando e cercando di far passare per “verità” materiale di scarto, immondizia di anni di sospetti, di calunnie, di depistaggi, di leggende.

Abbiamo appena accennato alla questione del costo di anni di un’inutile messinscena, di pretesti per le carriere ed i movimenti inamovibili di magistrati, per le “coperture” assicurate a malefatte recenti ed antiche.

Ora vorremmo dare un’idea, ché è arduo pretendere di darne un quadro razionale, del vuoto, dell’assurdità del preteso oggetto della monumentale sceneggiata avendo già preannunziato la tendenza, in questa fase (“che è persino arbitrario definire “conclusiva”) a “cambiare le carte in tavola”.

Per anni i P.M., il loro corteggio di tifoserie palermitane hanno insistito su questo “nome d’arte” del processo “della Trattativa Stato-Mafia”. Si dirà che altro è il capo di imputazione, per il quale si è rispolverato un negletto art. 338 c.p.p., che punisce le intimidazioni ai Corpi politici ed amministrativi dello Stato. Norma, in verità respinta nel buio dell’oblio in cui era sempre vissuta, perché a tenere il campo, a divenire il marchio d’infamia non tanto per gli imputati, ma per l’intera classe dirigente era invece la “Trattativa”. Il fatto in sé di essere venuti a patti, o di aver tentato di farlo, con una mafia stragista. E, in un processo che è una sceneggiata, una macchina di produzione di effetti mediatici, è più importante il “nome d’arte”, l’immagine proposta al pubblico, che quel numeretto che indica l’articolo del codice penale che fantasiosi P.M. ci hanno appiccicato “per esigenze formali”.

E tutte le querimonie, le grida di orrore levate alle “rivelazioni” di un personaggio buffo come Ciancimino Junior erano per il fatto che “si era venuti a patti con la mafia”.

Io credo di essere stato una delle pochissime persone che ha osato affermare, scrivere, sostenere pubblicamente che se lo Stato aveva realmente ritenuto di risolvere con un patteggiamento la questione della minaccia di una nuova stagione stragistica e terroristica, avrebbe compiuto un’assai grave errore politico, ma avrebbe esercitato il potere legislativo ed esecutivo, di fronte ai quali la magistratura avrebbe avuto il dovere di una presa d’atto e di un’obbedienza incondizionata.

Le formulazioni delle requisitorie dei P.M. impongono una prima considerazione. Dell’impianto accusatorio originario, ammesso che vi sia stato mai qualcosa così definibile, pare che ora essi vogliano conservare solo un dato: la confusione e l’inconcludenza.

Con qualche termine nuovo. Pare che ora, più che un’accusa di “trattativa”, si faccia a Carabinieri ed Uomini Politici quella di “consapevole mediazione”.

Se parlare di un delitto di trattativa è assurdo, “ripiegare” su un addebito di “mediazione consapevole” è decisamente cretino. A parte il fatto che la sola idea di una mediazione inconsapevole è grottesca e comica, se lo Stato, con i suoi poteri supremi esercitati da chi ne è responsabile avesse preso in considerazione venire a patti con la mafia (è inutile ricordare la questione del partito della fermezza e di quello della trattativa nel caso Moro e più in generale di fronte al terrorismo) nessun P.M., benché munito di poteri carismatici di un nuovo komeinismo, avrebbe potuto contestare a chicchessia un reato. Ma a maggior ragione, se ciò avesse dovuto (come è pressoché inevitabile) passare attraverso complicati contatti potrebbe qualcuno essere colpevole di “mediazione”.

Ma in un processo (se di processo si può parlare) del genere è inutile cercare un significato razionale e ragionevole delle parole e tanto meno una loro corrispondenza a concetti giuridicamente validi. E’ probabile quindi che di “mediazione consapevole” sentiremo ancora parlare nel processo e che un esercito di allocchi pennivendoli ne riporterà sulla stampa le vicende come di una cosa seria.

E’ piuttosto da non perdere di vista la prorompente tendenza dei P.M. palermitani (e non solo) per la storiografia e l’archeologia giudiziaria o, magari, per la fantastoria e la fantarcheologia.

La “colpa” della “mediazione consapevole” sarebbe infatti una specie di peccato originale della stessa Repubblica, più che della classe dirigente.

E per dar sfogo a questa irrefrenabile tendenza si arriva a rimettere in discussione tutto ed il contrario di tutto, ma anche il nulla invece di un suo corposo contrario.

Così si giunge a livelli di incredibile grottesco il riciclaggio di voci, sospetti, pettegolezzi. Da vecchi verbali di indagini di Falcone si tira fuori non ciò che c’è scritto, ma quello che non c’è, ma che un teste, uno della scorta di un pentito, riferisce essergli stato confidato dal pentito stesso. Avrebbe ricevuto la confidenza di aver riferito durante un interrogatorio a Falcone che Berlusconi avrebbe versato alla mafia venti milioni (di lire) per non subire attentati ai ripetitori delle sue televisioni nella Sicilia Occidentale. Il pentito, interrogato se vi fossero riscontri di questa circostanza (cioè di una estorsione subìta da Berlusconi) si sarebbe messo a ridere, facendo osservare al magistrato che la mafia non è un condominio in cui tutto si verbalizza e si mette per iscritto. E Falcone avrebbe “omesso” di verbalizzare quello che, pertanto, non era che un pettegolezzo.

Siamo arrivati a questo: una sentina dei rifiuti della giustizia degli scorsi decenni. Con, magari, un pizzico di compatimento per la “leggerezza” di una delle icone dell’Antimafia.

Susseguendosi ed alternandosi, gli interventi dei P.M. faranno venir fuori dalle discariche tutto ed il contrario di tutto. Tranne che qualcosa di razionale e sensato che possa gabellarsi per verità. E, poi, verità di che cosa?  Nient’altro che ipotesi storico-archeologiche utili, al più. per i loro sfoghi politici. Per le quali ci hanno tolto di tasca milioni e milioni e ci minacciano di “concorso esterno” se protestiamo.

            Mauro Mellini

21.12.2017

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