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Liberale, n. 7

TRENTA E UNO TIRANNI                                                   
di Giovanni Di Carlo

Con oltre il 55% delle preferenze, Jair Bolsonaro è stato eletto nuovo presidente della Repubblica in Brasile. Fra i primi ad esultare, in una dichiarazione dalla prevedibile e compiaciuta riverenza, Matteo Salvini, che si rallegra del fatto che la sinistra sia nuovamente stata «mandata a casa da parte dei cittadini» e che non si lascia sfuggire l’occasione di sollecitare l’estradizione del terrorista Cesare Battisti.

Certamente non sorprende la vittoria del candidato del Partito Social-Liberale, ormai impropriamente chiamato a seguito del totale abbandono dell’ideologia centrista e liberale classica che lo aveva fino a poco tempo fa contraddistinto; risulta oltremodo consolidato il magnetismo che le correnti populiste e nazionaliste riescono ad esercitare su insoddisfatti ed indecisi, ma in questo caso è ancor più curioso interrogarsi sul motivo.

Bolsonaro, ex militare e nostalgico dei regimi dittatoriali, ha negli anni manifestato posizioni omofobe, razziste e profondamente misogine, oltre ad aver dimostrato il suo pieno sostegno a pratiche di tortura ed alla completa liberalizzazione delle armi nel Paese.

Indubbiamente, la meschina originalità di Bolsonaro è riconducibile alla sfrenatezza dimostrata nell’uso dei termini, ma tutto il resto è un film già visto. 

Annichilimento delle minoranze, profondo disinteresse — alternato al disprezzo — nei confronti dei diritti civili, frenetica ricerca del nemico quotidiano da gettare in pasto agli stomaci affamati di un elettorato sconfortato: sono solamente alcuni dei connotati dei nuovi nazionalismi, impreziositi da uno smoderato utilizzo dei social network, che consentono in poche battute di esprimere concetti elementari, facilmente condivisibili da chiunque si limiti a considerare aurea ogni singola parola espressa dall'ennesimo tiranno.

Bolsonaro non fa eccezione. Principalmente, la sua campagna elettorale è stata portata avanti proprio sulle piattaforme digitali, grazie alle quali è riuscito a guadagnare il voto di una vasta quanto variegata frazione dell'elettorato, rappresentata — grazie alle sue tendenze liberiste — dalle classi agiate ed oltretutto da alcune delle categorie sociali che il neo-eletto ha negli anni gravemente attaccato. 

Non v'è dubbio che Bolsonaro abbia scaltramente cavalcato l'onda della corruzione politica, della crisi economica e dell'elevato tasso di criminalità nel Paese per tirar fuori dal cappello tematiche sulle quali poter mettere tutti d'accordo, ma è improbabile che solamente queste possano fungere da collante nella complessa composizione dell'elettorato del nuovo Presidente.

Chissà se che l'inevitabile sorte del governo ateniese dei Trenta, imposto dagli spartani al termine della Guerra del Peloponneso, non abbia qualcosa da insegnare ai sovranismi da un lato ed alle democrazie dall'altro, affiché queste ultime possano recuperare quel grano di consapevolezza politica laica, liberale e federalista.

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