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L'Antimafia dal Papa proprio il 21

Con Rosy Bindi alla testa, che farà sfoggio di una castigata toletta per cerimonie Vaticane, la Commissione Parlamentare Antimafia sarà ricevuta da Papa Bergoglio, guarda un po’, proprio il 21, data in cui discuteremo della pretesa dei magistrati di Bologna di incriminare il Sen. Giovanardi per zelo non conforme alle finalità di lotta della Commissione di cui fa parte.

Non possiamo non andare col pensiero, se non altro per il riferimento alle “du’ brutte zie”, al sonetto di G.G. Belli,

“L’incerti di Palazzo” (13 marzo 1834)

………………………….

Annò ddar Papa co ddu’ bbrutte zzie.

          Come v’ho detto, sto sor Conte aggnede,

E llui co le su’ zzie sazziorno l’occhi

      Addoss’ar Papa e jje bbasciorno er piede.

   Tornato a ccasa, un scopator zegreto

     Je portò un conto de sei bbelli ggnocchi

                                    A ttitolo de logro de tappeto.

Chi pagherà i “sei belli gnocchi” (scudi?)

                                    Mauro Mellini

 19.09.2017

Ora l'Antimafia fa "procedimento di tutela"

Il tredici settembre il dott. Nino Di Matteo, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia, distaccato in trasferta per “bilocazione” a casa sua, a Palermo per seguire il processo c.d. della “Trattativa Stato-Mafia” ed alla importantissima indagine è stato ascoltato a sua richiesta dalla Commissione Parlamentare (che potremo, dopo il caso Giovanardi, chiamare più puntualmente “antiparlamentare”) presieduta da Rosy Bindi per “spiegare” come andarono le cose del depistaggio nel processo per l’assassinio di Borsellino e replicare alle accuse contro di lui ed altri magistrati lanciate da Fiammetta Borsellino in coincidenza con l’anniversario della morte del Padre.
Naturalmente il magistrato “bilocato”, il più scortato d’Italia e, soprattutto il più costoso, oltre che cittadino onorario di quasi cento città e villaggi (il più “cittadinato”), candidato Ministro della Giustizia in caso di vittoria dei Cinquestelle (facendo i debiti scongiuri) ha dichiarato che con il depistaggio delle indagini lui non c’entra. Ha però sorvolato, a quanto pare, sulla sua puntigliosa difesa del depistaggio in sede dibattimentale in base alle argomentazioni accolte dalla sentenza di condanna di innocenti, tale dichiarato in sede di revisione, che le ritrattazioni del pentito accusatore Scarantino erano, tutto sommato, una prova ulteriore della sua “attendibilità”, come “collaboratore di giustizia”, non come retrattore.
Di Matteo non era “imputato” né accusato. Era lì per replicare, con l’amplificazione dovuta alla sede così elevata, alle accuse della giovane Fiammetta, che gliele aveva cantate a piena voce. Avrebbe potuto rispondere che quello “passava il convento”.
Il sistema del pentitismo e della “attendibilità” dei pentiti intangibile ha già mandato all’ergastolo molta gente innocente, che non ha trovato nemmeno la fortuna alla possibilità di un giudizio di revisione. Mal comune mezzo gaudio. Ma questo per un Di Matteo, candidato Ministro, cittadino onorario di cento città, ovviamente non basta.
Non è questa però la sede in cui parliamo a fondo di tutto ciò. Quel che ci interessa è il “titolo” dell’intervento della Commissione Parlamentare Antimafia che non risulta abbia il compito, neppure tra quelli che si è attribuita da sé stessa, di “tutelare” l’illibatezza antimafia dei magistrati (non tutela nemmeno la libertà di esercizio della loro funzione dei suoi Membri).
Se, dunque, Di Matteo è andato lì a scaricare l’angoscia del suo cuore esacerbato dalle parole di Fiammetta Borsellino è stato per una sua particolare e personale fiducia nella funzione, nel caso, consolatoria dell’implicito (credo solo implicita, ma…) compiacimento della Bindi per il suo sproloquio autoincensatorio.
Una “procedura di tutela” di magistrati oggetto di azioni che ne potessero ledere la libertà e l’indipendenza, di attacchi calunniosi etc. era stata già inventata dal C.S.M. che si ritiene organo investito della funzione di garantire l’indipendenza dei magistrati. Tesi non proprio esatta, perché il C.S.M. è organo che ha specifiche funzioni amministrative strutturate in modo (che si ritiene) sia adatto a garantire tale indipendenza. Che è cosa diversa.
Ma, poiché la legge “impone” a chiunque certi obblighi e commina certe punizioni, c’è sempre, come diceva Alfredo Biondi, “chi è più chiunque degli altri”, così alla ordinaria difesa dell’indipendenza della libertà garantita dalla legge ed, a quanto pare, dal C.S.M., con le sue “procedure di tutela per i magistrati qualsiasi”, per un supermagistrato, “bilocato”, antimafia che più anti di così non si può, cittadino onorario di cento città c’è bisogno di una “supertutela”, assicurata da un organismo ad hoc, o che magari non c’entra proprio, che non debba curarsi di magistrati addetti a questioni edilizie e ad inchieste per reati comuni, ma dei magistrati antimafia ed, anzi di quelli superantimafia.


Qualcosa di speciale, una “supertutela” che, come la macchina superblindata antimina (a proposito, con la “bilocazione” quella costosissima macchina speciale la terrà a Roma o a Palermo?) lo distinguono dagli altri magistrati, non insigniti di onoranze e funzioni del genere. Chi meglio dell’Antimafia di Rosy Bindi? Quella che si è arrogata il compito di “censurare le liste elettorali”, al di sopra della legge e della sovranità popolare ben può confortare un supermagistrato e tutelarlo a dovere, in un momento di sconforto, da una Fiammetta Borsellino, la pettegola di Famiglia che gliele ha cantate come si deve.
Così la funzione crea l’organo e lo deforma. A fin di bene, naturalmente.

Mauro Mellini
15.09.2017

Passo indietro del P.d.M.? Ma come partito!!!

Il Presidente dell’A.N.M., Albamonte,  il “sindacato” dei magistrati, che ha sostituito il dimissionario Davigo, ha fatto una dichiarazione che ha subito soddisfatto quegli ambienti politici che, peraltro, non hanno mai osato mostrarsi almeno allarmati degli atteggiamenti dell’ala oltranzista della Magistratura e dello stesso Davigo e neppure di quelle proposizioni, specifico oggetto della “presa di distanza” di Albamonte, che si continuano ad attribuire a Magistratura Democratica come una particolare ideologia.

In sostanza Albamonte ha respinto la tesi per la quale la Magistratura dovrebbe difendere i diritti personali dei cittadini piuttosto che il diritto di proprietà.

Ora, a parte il fatto che nessun “passo indietro” sembra che Albamonte abbia osato compiere proprio nei confronti di quella “giustizia degli indizi” che, di fatto, ha distrutto, con l’abuso delle c.d. misure di prevenzione, la certezza della proprietà e delle garanzie del credito, il fatto più rilevante, tale da accrescere l’allarme per gli atteggiamenti della Magistratura anziché farlo diminuire, è che, per “moderata” che sia la scelta propugnata da Albamonte (e che non lo è) è pur sempre una “scelta di una politica”, anzi, di valori fondanti di una politica. Il vero “passo indietro” (che sarebbe, poi, il vero “passo indietro” della Magistratura sulla strada della compostezza e della normalità nel contesto istituzionale e costituzionale, sarebbe quello del rifiuto di ogni scelta di “obiettivi”, di valori da difendere piuttosto di altri, di ogni “lotta per…” di ogni qualificazione di sé stessa come “anti” (antimafia, anticorruzione etc.).

Che sarebbe, poi il ritorno alla giustizia che pretende solo di essere tale, cioè, giustizia e basta.

Dire ciò non è inutile, soprattutto per impedire che un’ulteriore alibi copra l’inerzia incredibile della nostra classe politica di fronte all’espandersi arrogante del potere del Partito dei Magistrati, nel quale, al di là ed al di fuori delle controversie ideologiche (quelle sulle quali andò sviluppandosi la politicizzazione della Magistratura ai tempi del sopravvenire sulla scena di Magistratura Democratica).

A novembre il Congresso dell’Associazione Magistrati avrà come tema “I Magistrati e la politica”.

Potrebbe essere, una volta tanto, un dibattito su di un tema centrale, l’unico veramente ineludibile, della vita del Paese.

Ma si può star certi che non si andrà oltre le solite questioni particolari e marginali: se possa il magistrato “sceso” in politica tornare ad amministrare giustizia; se le attuali norme circa l’eleggibilità nei luoghi dove i magistrati hanno avuto il loro ufficio siano sufficienti. E così via. Il problema vero, quello dell’esistenza, dell’ammissibilità, della compatibilità con l’assetto costituzionale democratico, di un “partito dei magistrati” sarà argomento accuratamente evitato e vietato.

Né dalla stampa, dall’ambiente politico e dalle Istituzioni verrà alcuna sollecitazione ad affrontare certi temi.

Non mancherà, forse, ma rimarrà tra le questioni “sotterranee”, uno scontro, o, almeno l’eco di uno scontro, tra la fazione “moderata”, che mira al rafforzamento del potere politico della Magistratura e della giurisdizione e gli “impazienti”, quelli propensi a scendere in campo, a conquistare Ministeri, seggi in Parlamento, Amministrazioni Comunali e Regioni e, soprattutto, ad imporre una ulteriore brusca sterzata all’ordinamento giuridico ed istituzionale, nella direzione di una vera e propria “giurisdizionalizzazione” dello Stato, con una “normalizzazione”, espansione ed intensificazione di una legislazione di tipo “antimafia” in campo amministrativo e penale, con la riduzione del processo al palcoscenico di una “giustizia di lotta”.

Così, più che al Congresso dell’A.N.M. è il caso di fare attenzione a non meglio definiti, nel contesto istituzionale, “Stati generali della lotta alle mafie” che, a chiusura di una incubazione di oltre dieci mesi, dovrebbe varare una sorta di riforma istituzionale e sociale per “mettere l’antimafia al centro della politica e della società”. Vorrebbe essere, questo, il passo definitivo verso uno Stato totalitario o giù di lì, di nuovo tipo giudiziario: Toghe nere della rivoluzione, in piedi!

Non staremo a guardare. E non credo che questi rivoluzionari che, pur avendo già procurato al Paese danni ingenti, seminato scompiglio e prodotto paura e rassegnata ubbidienza da parte della classe politica degli amministratori e funzionari e tra gli imprenditori, provocando il deterioramento della vita civile e politica, con una selezione che ne allontana i migliori e vi fa spazio agli avventurieri, tuttavia sono e rimangono delle caricature di nuovi occupanti del potere, finiranno per imporsi realmente al rispetto ed alla fiducia della gente.

Al contrario. Passati gli entusiasmi del “manipulitismo” e quelli dell’antipolitica che ne è stata generata, cresce nel Paese l’insofferenza per l’impotenza di una Magistratura priva di responsabilità, ribelle rispetto ai limiti di differenziazione di ruoli.

L’alleanza tra l’estremismo giudiziario quale quello di un Di Matteo con i Cinquestelle ha nuociuto all’uno ed agli altri, evidenziandone la comune caratteristica buffonesca. La rabbia e l’insofferenza contro l’antimafia mafiosa ed arrogante, che pesa ed opprime la vita sociale e politica del Mezzogiorno (e non solo) sale e trabocca. Se ne vedrà l’effetto nelle elezioni regionali siciliane. Ma rabbia ed insofferenza non debbono essere lasciate senza sostengo e possibilità di un’espressione razionale e “pulita”, non soggetta a nuove degenerazioni di tipo grillino.

Nella Magistratura non sono pochi quelli che si rendono conto di questa situazione.

Ma anche tra i Magistrati la paura “el miedo”, come piace dire a Maximiliano Granata, prevalgono sulla razionalità di chi ancora la conserva.

Chi ha senno deve avere coraggio e chi ha coraggio è l’ora che lo dimostri.

L’Italia non merita una nuova, tristissima esperienza autoritaria.

                                     Mauro Mellini

 05.09.2017

La corrente "ufologica" del Partito dei Magistrati

Quando ero Deputato si discuteva alla Camera della legge “anti P2”, termine più esatto per indicarne quella c.d. sulle “società segrete”. Esilarato e scocciato dalle coglionerie proposte per l’identificazione del “carattere segreto” (mancanza di targa sulla porta, assenza dall’elenco telefonico, intestazione della sede ad altri etc. etc.) proposi che al primo posto della segretezza dovevano essere poste le società inesistenti. Più segrete di così…

Non era, tutto sommato, uno scherzo. C’è una parte consistente dei magistrati italiani che considera dogma fondamentale quello della esistenza di poteri occulti, così occulti che nulla se ne sa e se ne può sapere, che sono “dietro” la criminalità, le stragi, ed un sacco di altre nefandezze, che però a questi signori sembrano insulse e banali se non si tiene conto che “dietro” c’è, con quel che variamente ma non troppo, segue.

Pensavo a tutto ciò leggendo dell’ultima esternazione di Scarpinato, Procuratore Generale a Palermo. Una volta un Procuratore Generale non parlava mai a vanvera né mai dava per scontato qualcosa che non fosse ben accertato, identificato ed inequivocabile.

Ma adesso sembra che un magistrato che non proclami almeno due o tre volte al mese l’esistenza di quelli che potrebbero chiamarsi gli UFO politico-giudiziari, è difficile che possa aspirare ad altro che al posto di giudice a latere in un Tribunalino dimenticato.

C’è dunque una corrente decisamente ufologica del Partito dei Magistrati. Anche se il termine non è esattissimo, perché UFO significa oggetto non identificato, mentre questi signori identificano “quello che c’è dietro” ogni nefandezza con soggetti, sempre i soliti per lo più “deviati”. E da buoni servitori (pettegoli) dello Stato, se la prendono quasi sempre proprio con lo Stato.

Il loro motto è: “piove, si ruba, c’è la siccità, sbarcano i migranti, ci sono incidenti stradali e ferroviari, i mariti sgozzano le mogli, la droga avvelena giovani e vecchi, Governo ladro!”.

Dunque, più ancora che ufologica, questa “corrente” del P.d.M. è “alienista” (attenzione: non alienato…). Credono negli Alieni.

Prendete le trasmissioni televisive di FOCUS (canale 56). Quando non sentirete grida di allarme perché la distruzione della Terra pare debba avvenire 30 miliardi di anni prima del previsto, vi capiterà di sentire la narrazione di una strana luce avvertita da due poliziotti di Kansas City. Poiché in realtà una spiegazione del fatto non si è trovata, è evidente che si tratta di una incursione degli Alieni, cioè degli Extraterrestri.

Anche per gli Ufologi-Alienisti di Focus, c’è però lo zampino della CIA e del Pentagono, che si è affrettato a dichiarare che non era successo niente di così inspiegabile. Tali e quali gli Ufologi togati.

C’è un altro collegamento tra Ufologi, Alienisti, per così dire “Ufficiali” (con le loro brave associazioni) e gli Ufologi Togati. L’organo ufficioso della Procura di Palermo (lo afferma Ingroia) “Antimafia 2000” per la quale l’ufologia giudiziaria è Vangelo, è diretta da tale Bongiovanni, un guru che è anche “Ufologo ufficiale”, crede negli Alieni, con i quali è in contatto frequente etc. etc. ed attraverso i quali conversa con Gesù.

C’è veramente da stare allegri.

                                     Mauro Mellini

 25.07.2017

Quando Di Matteo mi chiese 250.000 euro

Nel marzo dello scorso anno il dott. Antonino Di Matteo, nato etc. etc. res. etc., rappresentato e difeso dalle Avv.sse etc., fece pervenire una istanza di mediazione obbligatoria, oggi prevista per poter agire in giudizio per certe cause civili, a me e ad Arturo Diaconale convocandoci avanti una di queste “agenzie di mediazione” di Caltanissetta esponendo che era “insorta controversia (!??) tra gli stessi (io ed Arturo) e sé medesimo, sì che, intendeva esercitare azione civile per ottenere il risarcimento di tutti i danni subìti (????) in conseguenza della pubblicazione sulla testata on line del quotidiano “L’Opinione” del 9.12.2015 dell’articolo dal titolo: “La trappola eversiva di Di Matteo e C. a firma del giornalista (!?!?) Mauro Mellini. Nell’intera composizione (sic) dell’articolo, per gli sprezzanti toni adottati e per le specifiche gratuite espressioni utilizzate, si configura una condotta diffamatoria e calunniosa in danno del dott. Di Matteo con grave lesione della sua reputazione e dignità, sia sul piano personale sia su quello professionale”.
Insomma, tutto il contrario del conferimento di un’altra “cittadinanza onoraria” ed, anzi, con pericolo che da tale condotta ne derivasse, magari, il mancato conferimento o addirittura la revoca di qualcun’altra di quelle già allora molto numerose onorificenze.
Arturo Diaconale aveva ripreso dalla mia pagina fb quel mio articolo. Io mi feci qualche risata a sentirmi definire “giornalista” (col rischio, però che qualche collega del “Magistrato più scortato d’Italia”, mi sottoponesse ad indagini per “abuso di titolo professionale”). Avevo in effetti pubblicato un articolo nel quale, a fronte di perentorie ingiunzioni che da parte della tifoseria del sullodato dottore (ai magistrati non si può omettere di attribuire il loro titolo accademico) si indirizzavano a destra ed a manca ed in particolare al Presidente della Repubblica, di “rendere omaggio” a Di Matteo, “condannato a morte da Totò Riina”, con la conseguenza (la trappola) che, una volta venuta poi alla luce l’assai probabile inesistenza di quella condanna a morte emessa, alla portata dell’orecchio di qualche guardia carceraria, per essere il suddetto Di Matteo (dott.) “andato troppo oltre” (espressione dai molti possibili ed impossibili significati) il Presidente della Repubblica avrebbe finito col fare la figura del baccalà. Effetto decisamente eversivo.
Detto tutto questo l’istanza del suscettibile magistrato precisava essere il “valore della controversia” di euro 250.000 (duecentocinquantamila) che Arturo ed io avremmo dovuto versargli sull’unghia a ristoro del pericolo per le sue cittadinanze onorarie conseguite e da conseguire.
Andò a Caltanissetta a rappresentarmi la carissima e bravissima Collega Rosa Salvago di Agrigento, con l’intesa che, quale unica nostra proposta, vi sarebbe stata quella che il dott. Di Matteo si dissociasse apertamente da quelle eversive ingiunzioni al Capo dello Stato. Ma l’avvocatessa sorella-difensore del Magistrato più scortato e più “concittadinizzato d’Italia”, dichiarò subito, inviperita, che pensassimo solo a versare i 250.000 euro. Amen.
E’ passato oltre un anno, ma a questa perentoria ingiunzione non ha fatto seguito l’introduzione del minacciato giudizio civile. Così la “mediazione obbligatoria” ha perso efficacia e ho persino cessato di domandarmi se il dottor Di Matteo (ed anche l’inflessibile sorella) se ne fossero semplicemente dimenticati, troppo presi dal gran da farsi a fronte della valanga di conferimenti di cittadinanze onorarie, o se, magari, qualche dubbio sull’opportunità di imbarcarsi in quel giudizio li avesse toccati, se non altro, per la prospettiva di doverlo concludere in contraddittorio con i miei eredi o per la sopravvenuta scoperta di un certo loro errore sulla competenza per territorio (Caltanissetta sarebbe stata il locus communis delicti non della pretesa diffamazione, ma, semmai, della “ecceptio veritatis”.

Questa vicenda semigiudiziaria e della mia attività di “giornalista” (abusiva, lo confesso!) mi è tornata alla mente leggendo delle dichiarazioni di Fiammetta Borsellino sulle qualità dei magistrati che hanno trattato la vicenda dell’assassinio del Padre, combinandone delle grosse “per colpa, oppure per dolo, o per incapacità professionale”, anch’essa, quindi esplicita (ed, anzi, assai di più di me) in giudizi opposti a quelli del conferimento delle cittadinanze onorarie.
Se il dott. Di Matteo e l’inflessibile avvocatessa sorella avessero mandato ad effetto la minaccia di quell’azione giudiziaria per i 250.000 euro (e non fossimo stati a discutere di questioni preliminari etc. etc.) credo che la mia brava e diligente patrona Rosa Salvago non avrebbe, oggi, mancato di includere Fiammetta Borsellino nella lista dei nostri testimoni “a discarico”.
Per chi fosse poco addentro in queste pasticciate cose di giustizia e si domandasse che c’entra Fiammetta Borsellino con i duecentocinquantamila euro che voleva Di Matteo, farò dunque qualche spiegazione. Non è che avrei voluto che la giovane Figlia di una icona dell’Antimafia (ed icona essa stessa) venisse a dire, cosa che avrebbe fatto senza difficoltà, che quei 250.000 euro Di Matteo proprio non li meritava, meno ancora delle cittadinanze onorarie.
Ma è certo che, alla luce della testimonianza della suddetta e dei documenti che ha promesso di esibire, col suo tagliente giudizio sulle “deviazioni” commesse da Di Matteo (uno dei magistrati che a Caltanissetta aveva sostenuto la colpevolezza dei presunti assassini riconosciuti innocenti) e ciò per “colpa, dolo o incapacità”, la frase attribuita a Totò Riina a “motivazione” della sua conclamata “condanna a morte” cui è legata la carriera, il ruolo professionale e, magari, politico (secondo le ultime dichiarazioni!!) cioè: “Di Matteo è andato troppo oltre” diventa palesemente assurda, se non se ne inverta addirittura il significato, ritenendo Riina capace di un perfido senso dell’ironia.
E la “trappola eversiva” dello sbraitare della tifoseria con le sue intimazioni al Presidente della Repubblica di andare a rendere omaggio a Di Matteo come al Milite Ignoto, non è oggi, sempre secondo le dichiarazioni di Fiammetta Borsellino, ed anche indipendentemente dalla giustezza dei suoi giudizi su Di Matteo e gli altri colleghi del Padre, non più nascosta, ma evidente.
Pensate un po’: Se il Presidente della Repubblica avesse voluto sottostare a quelle minacciose ingiunzioni ed avesse voluto dare il suo suggello all’apoteosi civile (e politica) del supposto “condannato a morte” (da parte del beneficiario di quella sua topica professionale!) le dichiarazioni di questa Ragazza senza peli sulla lingua lo avrebbero esposto alla derisione ed al dileggio non ingiustificato dei Cittadini Italiani. Proprio quello che un Capo dello Stato non può permettersi.
Di Matteo cerca di minimizzare la botta che gli ha inferto Fiammetta, dicendo di comprendere il disorientamento dei famigliari, poverini, delle vittime, ma afferma che ora non c’è da discutere degli errori del passato, ma piuttosto, da individuare le responsabilità ulteriori, quelle della “trattativa”.
Comodo! Come dire non guardiamo alle cavolate del passato, pensiamo a farne altre.
Rilevante, quindi quella testimonianza nel giudizio per i 250.000 euro. Un giudizio, però che non c’è stato e forse non ci sarà mai.
Un po’ come la condanna a morte pronunziata da Riina. Al giudizio per quei pochi spiccioli posso pensare compiacendomene e godendone nell’immaginarmi il suo reale accadimento.
Non sarà come una cittadinanza onoraria, ma per un “giornalista abusivo” è già abbastanza.

Mauro Mellini
21.07.2017

Le invasioni barbariche bis e l'accoglienza

Non mi importa che qualche altro scimunito, tirapiedi, magari di qualche profittatrice o profittatore con residue speranze di carriera, ridicolo custode di supposti ortodossi e liberali mi definisca nazionalista, fascista, reazionario, perché non accetto il dogma catto-laico di Sinistra dell’”accoglienza”.

Parlare di “accoglienza” di fronte ad un’invasione, solo perché gli invasori non sono palesemente armati” è espressione di consumata e professionale ipocrisia o di dissennata sciocchezza ed ignoranza.

Sì, di ignoranza. Perché circa diciassette secoli fa, altri migranti, denominati allora “barbari”, perché il termine significava semplicemente stranieri, dal Nord (spinti, pare, da mutazioni climatiche che lassù  rendevano più difficile la vita ed attratti dal miraggio dell’opulenza, in verità declinante per gravissima crisi, dell’Impero Romano) si rovesciarono verso il SUD, occupando dapprima i “limes”, le regioni di confine. Ritenere che tali “invasioni barbariche” avvenissero sempre con la forza delle armi è un grave errore. Per lo più, almeno all’inizio, l’invasione ebbe la forma di “migrazione” più o meno pacifica. I vari popoli del Nord si insediarono nella Gallia, nelle Rezia, nella Dacia, dove furono per lo più arruolati nella grande industria di allora: quella militare, che produceva saccheggi e mano d’opera schiava. Una economia in sé impossibile a perpetuarsi e che, proprio il ricorso all’arruolamento degli invasori-migranti rendeva, come un circolo vizioso, assurda e condannata alla fine.

Le prime invasioni armate furono probabilmente piuttosto delle rivolte di migranti, che le armi le presero dopo essersi insediati nelle regioni confinarie (i “limes”) tornando sotto i governi di loro capi.

Ora io non dico che la storia tonerà a ripetersi, perché mai si tratta di “ripetizione”. Ma nessuna fase della storia è tale da non potersene (e doversene) rilevare coincidenze ed assonanze con quella di epoche passate.

L’invasione, allora, fu tanto più evidente e poco governabile, quanto più l’identità degli invasori fosse diversa da quella dei popoli ormai romanizzati o in corso di romanizzazione e quanto più essi guardassero al mondo romano non solo con invidia, ma con ostilità e più o meno manifeste intenzioni di conquista.

Credo che queste considerazioni semplici (ma volutamente ignorate e scansate con scandalo ed indignazione) bastino a consigliare una visione meno miope della realtà migratoria. Non è certo mia intenzione trarne argomento per profetizzate la storia di un nuovo Romolo Augustolo e di un altro Odoacre (ma ad Alarico ci siamo quasi).

Certo è, per abbandonare la visione del passato e guardare al presente, che oramai il ritmo degli “sbarchi” e delle altre forme di ingresso abusivo (nessuno venga a dirmi che l’ingresso “abusivo” sia solo quello di qualche turista col passaporto scaduto o il bagaglio non in regola) che il ritmo degli arrivi di cosiddetti migranti nel nostro suolo è palesemente insostenibile.  Pretendere di risolvere il tutto conferendo la cittadinanza, con un per più versi incontrollabile “ius soli”, è stupido e provocatorio. Se oggi protesstano i Sindaci dei Comuni in cui quei poveracci vengono accatastati, domani, quando sarà troppo tardi, protesterà l’intera Nazione o quel che ne resterà. E l’Europa, che ci sta dicendo che il problema dei migranti afroasiatici “è cosa nostra”, è un’Europa ottusa e miserabile che, di fatto, si dimostra disposta a mollare il “limes” Italiano, o ridurre i suoi confini alle Alpi. A non essere, così, più Europa.

Chi da questa considerazione volesse trarne argomento per un moto di stizza antieuropeo, per un “NO all’Europa” che faciliti e si indentifichi con l’abbandono che l’Europa finisca col fare di Noi è uno sciocco pericoloso quanto e più i nostri ineffabili ed ipocriti governanti, predicatori laici ed ecclesiastici.

Un’ultima considerazione. Mi pare (non sono un osservatore troppo affidabile) che da qualche tempo Bergoglio preferisca evitare l’argomento dell’accoglienza. Come ha sempre taciuto su quello della solidarietà almeno europea nei confronti del paese primo invaso, l’Italia. Forse si rende conto che non è il momento migliore per ottenere quel consenso e quel plauso che la sua raffinata saggezza gesuitica gli fanno ritenere essenziale.

Speriamo che le tempeste autunnali, il “vento divino” dei Giapponesi che li salvò dall’invasione cinese e che sospenderà per un po’ quella del nostro Paese, non gli facciano tornare la voglia di tornare a predicare l’”accoglienza degli invasori”.

Mauro Mellini

17.07.2017

Leggi demenziali: il suicidio della democrazia

A questo punto non so più se siano l’ignoranza, la malafede, il fanatismo, la paura ed il servilismo a prevalere tra i nostri legislatori.

E’ con angoscia che mi tornano alla mente quelle date (3 gennaio 1925, ad esempio) che diedero forma scritta ed infame valore di legge alla violenza fascista che distrusse l’Italia liberale. C’è il rischio e ben più che solo il rischio, che tra qualche tempo questo inizio di estate del 2017 sia ricordato come quelle altre infauste giornate in cui furono approvate le leggi “fascistissime” che privarono gli Italiani della loro libertà. Oggi vogliono farci credere che le leggi che Camera e Senato stanno approvando siano “democraticissime”. Ma non sono meno deleterie di quelle di quasi un secolo fa.

Il “codice antimafia, la legge contro la tortura”, nella loro ipocrita veste di “difesa della sostanza dei diritti dei buoni cittadini”, hanno una caratteristica spaventosamente pericolosa: sono tali  da lasciarci in balia di magistrati che hanno perduto ogni ritegno sulla strada della “giurisdizionalizzazione” dello Stato e della cosa pubblica in genere e tra i quali serpeggia una non esigua presenza di fanatici settari spregiudicati che hanno invocato leggi del genere, minacciando e ricattando la classe politica. E, purtroppo, a Destra e a Sinistra, nelle Maggioranze e nell’Opposizione una letale incoscienza porta quasi tutti ad alzar le spalle e ad accontentarli.

Le leggi penali di questa infausta fase della nostra Repubblica sono tutte, più o meno, frutto di ignoranza o di condiscendenza, quasi sempre di paura di “non andare a collocarsi tra i sospetti” di mafia, di corruzione etc. etc., hanno la caratteristica della violazione del “principio di legalità” sancito dall’art. 25, comma 2° della Costituzione che, vietando che “chiunque” possa essere punito senza che il reato sia stabilito dalla legge precedente al fatto a lui addebitato, impone che sia chiaramente individuata e qualificata la fattispecie del reato, che essa non sia descritta in modo da risultare vaga e malamente circoscritta e che ad essere punito non sia il fatto ma, magari, la “qualità” della persona.

Ora la legislazione antimafia invocata dagli Ingroia e dai Di Matteo, dai Gratteri e da altri consimili soggetti sembra fatta apposta per negare e sopprimere tali principi essenziali.

L’ignoranza (se di ignoranza si tratta) dei legislatori nella formulazione delle leggi è così messa al servizio di una funzione giudiziaria che travalica i suoi confini. Apre la strada alla dittatura delle Toghe. E di quelle meno pulite.

Ma non basta. Per le “esigenze di lotta” alla mafia, è stata inventata da tempo la legislazione di prevenzione che prevede restrizioni delle libertà personali e confisca dei beni (che non basta certo affermare che abbia carattere “preventivo”, quasi a “difesa” di chi vi è sottoposto (!!!) per negare che si tratti di “punizione” per le persone indiziate di avere una qualità, di essere mafiose. In pratica, poi, per gli “indiziati di essere indiziati di mafiosità”, come è provato dal rilevante numero di sequestri di beni, non convalidati e trasformati in confische.

Ora con il “nuovo codice antimafia” in discussione al Senato, si vuole estendere il sequestro dei beni, patrimoni ed aziende agli “indiziati” di essere concussori, corruttori o corrotti. Cioè agli “indizi” di reati “istantanei”.

Con la certezza del diritto scompare così la certezza dei diritti. Ad esempio la certezza della proprietà, garanzia anche per i creditori (invano quando ero Deputato ho cercato di sollevare la questione della salvaguardi dei diritti dei creditori degli “indiziati”…).

Nella discussione alla Camera, Daniele Capezzone ha posto con fermezza la questione delle ripercussioni delle sciagurate leggi “Orlandine” sulla credibilità dell’economia, fondata sulla salvaguardia del credito, nel nostro Paese.

Una parentesi: Orlando ha cercato di accreditarsi come “garantista” andando a farsi applaudire dagli scimunuti “marciatori per lo Stato di diritto” riuniti in un grottesco congresso a Rebibbia. E’, in realtà, magari proprio per la sua pochezza, un pericoloso succube del Partito dei Magistrati. Lo sta dimostrando ora.

Siamo sull’orlo del baratro.

Possibile che non vi sia partito, forza politica, non vi siano personaggi accademici, giornalisti che vogliano aprire gli occhi e denunziare alto e forte al Paese il pericolo che sta correndo? Possibile che alle pretese delle sciagurate platee di ignoranti forcaioli, non vi sia nessuno capace di rispondere in nome dei principi di un diritto di cui il nostro Paese ha potuto un tempo vantarsi di essere la culla? Possibile che le leggi ammannite da questa subcultura populista di Destra e di Sinistra non trovino nessuno che le riconosca, come corrispondente alle teorie giuridiche della Germania nazista che pretendevano  di equiparare al colpevole la persona capace di rendersi tale?

Si vagheggiano nuovi partiti, nuove “geografie politiche”. Forse non ci resta che costituire un nuovo “Comitato di Liberazione”.

A costo di dover agire in onorata clandestinità.

Mauro Mellini

07.07.2017

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