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"Indiziato" di essere l'Amministratore Unico: arrestato!

Prima di raccontare questa storia sarebbe forse opportuno che precisassi (e lo consiglio a tutti) che non sono e non sono mai stato amministratore unico o plurimo, delegato o delegabile, presidente o gonfaloniere di alcuna società. A scanso di possibili e, soprattutto di impossibili e tuttavia verificabili equivoci in sede giudiziaria.
E’ successo a Cosenza, Città di belle tradizioni culturali, patria di giuristi autentici, che sta raggiungendo un livello ragguardevole nella graduatoria delle sede giudiziarie in cui la fantasia e le distrazioni hanno il miglior successo.
Un ex Consigliere Regionale di Forza Italia, non so bene se “in corsa” per le non lontane nuove elezioni, Domenico Barile, è stato arrestato e ammesso al “beneficio”, come con scarso senso dell’umorismo si suol dire nell’ambiente, degli arresti domiciliari con la non lieve imputazione di bancarotta fraudolenta in quanto Amministratore Unico di una società, la TINCSON, con sede a Barcellona. Agli arresti domiciliari ed alla gogna pubblica, naturalmente, che la posizione sociale e politica di un arrestato, se può rappresentare un motivo di distorta soddisfazione per qualche distorto personaggio, comporta tale pena aggiuntiva anticipata ed irrevocabile per il “paziente” (che avrebbe tutte le buone ragioni per dare concreto sfogo alla propria “impazienza” di certe porcherie).
Senonché l’Amministratore Unico, arrestato e cautelarmente seppure domiciliarmente ristretto per il “pericolo di reiterazione del reato” (in sé un po’ difficile per la bancarotta fraudolenta) non era più tale né unico e nemmeno “plurimo”, non avendo più alcun rapporto con la società TINCSON fin dal 2012 (i fatti contestati erano consumati “fino” al 2014).

Ma, evidentemente, nessuno si era preoccupato di documentarsi sulla rappresentanza, sui partecipi e gestori della società. Del resto si trattava di una “semplice misura cautelare”, (ancorché un po’ incauta) e secondo certi magistrati in materia “melius est abundare”, non nella cautela per non commettere baggianate e strizzare la gente, ma contro il rischio sociale, nel caso, quello della “reiterazione” e, magari, anche di fuga “del reo”. A costo di essere incauti. La “pignoleria” di andare a badare alle risultanze dei registri della Camera di Commercio non si addice allo spirito della “giustizia di lotta” contro il crimine etc. etc.
Quel che non avevano fatto né i P.M. (sono due: la dott. Donato e la dott. Manzini) né il G.I.P., dott. Santese, lo ha dovuto fare, con l’affanno di dover soccorrere un Cliente detenuto seppure a domicilio, il Difensore, correndo in Spagna (o forse, dovremmo dire in Catalogna) procurandosi la documentazione dell’inconsistenza dell’indizio che i magistrati incautamente avevano preso per buono, si direbbe, per sentito dire.
Depositando la documentazione che non lui, ma l’Accusa avrebbe dovuto acquisire agli atti prima di far arrestare il malcapitato Barile, il suo Difensore chiedeva la revoca del provvedimento cautelare così palesemente incauto. Ma, uomo d’esperienza, non mancava di formulare una buona (si fa per dire) subordinata: ché, almeno i magistrati si compiacessero di “attenuare” la loro incauta cautela, che so, magari con una misura interdittiva, che peraltro non indicava, rimettendosi all’esperienza di P.M. e G.I.P. in materia. Divieto, magari, di diventare quello che non era, cioè “Amministratore”.
Prudente “gradualità”, dimostratasi non necessaria, ché P.M. e G.I.P. convennero che l’incauta misura cautelare degli arresti domiciliari fosse, notate bene, non da revocare, ma da “far cessare”, essendo venuto meno (venuto meno? Sì, nientemeno dal 2012) un “dato essenziale ai fini della (impossibile) reiterazione del reato”. In verità, direi però, ai fini della stessa possibilità che il reato fosse da lui commesso. E già, perché la cautela non usata nell’irrogare la misura (cautelare) degli arresti domiciliari è stata usata nel farli cessare. Una cautela dimostrata in una lunga e contorta motivazione, che si direbbe ispirata piuttosto alla difesa dello stesso G.I.P. e dei P.M. contro possibili pretese di risarcimento piuttosto che all’esigenza di ristabilire un diritto incautamente leso.
Tiene infatti l’ordinanza a precisare anzitutto che “non viene in discussione il quadro indiziario” (cioè, si direbbe se manca la prova, resta l’indizio che Barile potesse essere Amministratore Unico!!!) “tenuto conto che il Barile si era avvalso della facoltà di non rispondere” (nel cosiddetto interrogatorio “di garanzia”!?!). Insomma poco ci è mancato che non si dicesse: “se l’è voluta lui”.
Già. Ma questo Barile deve essere una persona dotata di acume e saggezza, che ha mostrato di saper usare la cautela da altri ignorata. Io, al suo posto, anche accusato di aver pugnalato Giulio Cesare, avrei fatto lo stesso. Di fronte a certe accuse parlare è pericoloso. Dici “non sono stato io” e ti definiscono un “callido e cinico insensibile di fronte alle proprie responsabilità”. Ma è meglio non parlare di responsabilità. L’inchiesta continua.

Mauro Mellini
20.10.2017

Di Matteo e gli errori che sono sempre degli altri

Nino Di Matteo, con il cuore trafitto dalle parole di Fiammetta Borsellino (che, notate bene, gli hanno interrotto bruscamente la raccolta di cittadinanze onorarie per la sua impareggiabile collezione) è andato, il 13 settembre, come è noto, a sfogare il suo magone sulla spalla di Rosy Bindi alla quasi altrettanto incredibile Commissione Parlamentare Antimafia. Il giorno stesso ha scritto un “pezzo” sul sito del “Sole 24ore” giornale della Confindustria, solo ieri riportato, chi sa perché; da “Antimafia 2000” del guru Bongiovanni (quello con la croce dipinta sulla fronte).

In sintesi Di Matteo, con riferimento a quello che poi si rivelerà un falso pentito…Vincenzo Scarantino…che quelle indagini mossero da dichiarazioni ed indagini precedenti e dunque si tratta di capire chi condusse quelle indagini e quale siano stati eventuali depistaggi volontari…Mi si vuole coinvolgere…negli errori di valutazione di un soggetto che mise la giustizia al largo dalla verità.”.

E se la prende con una “certa politica e certi analisti” che vogliono “guardare al dito (Scarantino) e non alla luna (depistaggi e trattative).

La lagnanza del “cittadino di cento città” è singolare ed istruttiva. C’è da apprendere il modo di ragionare (e sragionare) di un po’ tutti i magistrati, della loro irresponsabilità, qualcosa del loro rapporto con i pentiti.

E c’è da considerare, poi, che Di Matteo non è uno qualsiasi di questi “magistrati in vetrina” di cui ora ha parlato persino Mattarella.

E da riflettere sulla particolarissima “copertura” (cui ha solo accennato) di una sua indiscutibile baggianata professionale, della quale ha saputo farsi un titolo per una sgangherata carriera politico-spettacolare.

Tutti così questi portavoce togati del Padreterno. Quando da un’indagine non riescono a tirar fuori il ragno dal buco di una conclusione appagante, tirano fuori i soliti “oscuri mandanti”, “quello che c’è dietro” che faccia dimenticare che altro c’è davanti e che non se ne è saputo o voluto accertare la consistenza: c’è, manco a dirlo, la Massoneria preferibilmente deviata, i Servizi Segreti deviati o deviabili, la C.I.A., le multinazionali, i poteri forti, “la politica corrotta” etc. etc. Quando viene fuori, come nel caso, che hanno preso un abbaglio, ci sono “evidenti” depistaggi, operati da altrettanto generiche e misteriose entità, le solite massonerie, Servizi, C.I.A., multinazionali, quanto basta deviati e deviabili. Ed il fatto di essersi fatti prendere per i fondelli da pentiti bugiardi e calunniatori, da perizie balorde, ma essenzialmente dalla loro stessa ignoranza, caparbietà, irragionevolezza, per loro non conta. Del resto per un po’ tutti i P.M., i pentiti e quel che essi dicono sono da prendere per oro colato. Sono da difendere contro ogni critica, contro ogni “tentativo di delegittimazione”. La casistica è spaventosa: un pentito colto in castagna e condannato per calunnia è ancor più credibile perché si è pentito due volte (P.G. e Corte d’Appello di Palermo). Se un pentito, come Scarantino ritratta è ancor più certo che quel che aveva detto era la verità, perché è evidente che lo hanno minacciato. Questa, in sintesi la tesi di Di Matteo e dell’Accusa in quel processo per l’assassinio di Borsellino. Ma che questa fosse una evidente cazzata non conta. Quel che conta, secondo Di Matteo è che c’è stato un depistaggio. Come se certe cazzate non fossero esse stesse il depistaggio.

Ma c’è poi quel che Di Matteo ha appena accennato avanti all’Aereopago dell’Antimafia.

Già, perché ha detto che invece di occuparsi di queste sue tesi apologetiche della verità sbugiardata di Scarantino ci si dovrebbe occupare oltre che del depistaggio (da lui sostenuto) dalla “trattativa”. Quella, naturalmente tra Stato e mafia, da lui del pari sostenuta nel processo più balordo del mondo, in cui si fa carico allo Stato di aver tentato di sottostare al ricatto della mafia. E quella è la specialità, la straordinarietà del personaggio, che non si limita a coprire i propri errori (spiegabili o inspiegabili, perdonabili o imperdonabili che siano) con i soliti argomenti, prassi e pareri degli altri magistrati in vetrina. Dalle sue perdonabili o imperdonabili cantonate ha fatto i titoli per il suo lancio futuribile in politica, direttamente come ministro della giustizia.

Non è da tutti poter contare sull’ausilio a tal fine di un Totò Riina che sussurra ad alta voce per farsi sentire da una guardia che lui, Di Matteo “è andato troppo oltre” e che bisogna eliminarlo. E non è da tutti trovare chi ci crede, ed, in conseguenza, gli procura una superscorta ed una macchina superblindata a tecnologia avanzata e chi, sempre in conseguenza, gli fa vincere il concorso per la Procura Nazionale e, poi lo accontenta lasciandolo dov’è ma in trasferta. E, poi, gli allocchi che lo nominano cittadino onorario di una cascata di città e di villaggi.

Prendere cantonate, sostenere che un pentito che ritratta e poi ritratta la ritrattazione è ancor più credibile indubbiamente conviene.

E, badate, non mi sono manco azzardato ad accennare ad un altro privilegio agli occhi dolci che gli avrà fatto Rosy Bindi.

                              Mauro Mellini

 11.10.2017

L'Antimafia dal Papa proprio il 21

Con Rosy Bindi alla testa, che farà sfoggio di una castigata toletta per cerimonie Vaticane, la Commissione Parlamentare Antimafia sarà ricevuta da Papa Bergoglio, guarda un po’, proprio il 21, data in cui discuteremo della pretesa dei magistrati di Bologna di incriminare il Sen. Giovanardi per zelo non conforme alle finalità di lotta della Commissione di cui fa parte.

Non possiamo non andare col pensiero, se non altro per il riferimento alle “du’ brutte zie”, al sonetto di G.G. Belli,

“L’incerti di Palazzo” (13 marzo 1834)

………………………….

Annò ddar Papa co ddu’ bbrutte zzie.

          Come v’ho detto, sto sor Conte aggnede,

E llui co le su’ zzie sazziorno l’occhi

      Addoss’ar Papa e jje bbasciorno er piede.

   Tornato a ccasa, un scopator zegreto

     Je portò un conto de sei bbelli ggnocchi

                                    A ttitolo de logro de tappeto.

Chi pagherà i “sei belli gnocchi” (scudi?)

                                    Mauro Mellini

 19.09.2017

Ora l'Antimafia fa "procedimento di tutela"

Il tredici settembre il dott. Nino Di Matteo, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia, distaccato in trasferta per “bilocazione” a casa sua, a Palermo per seguire il processo c.d. della “Trattativa Stato-Mafia” ed alla importantissima indagine è stato ascoltato a sua richiesta dalla Commissione Parlamentare (che potremo, dopo il caso Giovanardi, chiamare più puntualmente “antiparlamentare”) presieduta da Rosy Bindi per “spiegare” come andarono le cose del depistaggio nel processo per l’assassinio di Borsellino e replicare alle accuse contro di lui ed altri magistrati lanciate da Fiammetta Borsellino in coincidenza con l’anniversario della morte del Padre.
Naturalmente il magistrato “bilocato”, il più scortato d’Italia e, soprattutto il più costoso, oltre che cittadino onorario di quasi cento città e villaggi (il più “cittadinato”), candidato Ministro della Giustizia in caso di vittoria dei Cinquestelle (facendo i debiti scongiuri) ha dichiarato che con il depistaggio delle indagini lui non c’entra. Ha però sorvolato, a quanto pare, sulla sua puntigliosa difesa del depistaggio in sede dibattimentale in base alle argomentazioni accolte dalla sentenza di condanna di innocenti, tale dichiarato in sede di revisione, che le ritrattazioni del pentito accusatore Scarantino erano, tutto sommato, una prova ulteriore della sua “attendibilità”, come “collaboratore di giustizia”, non come retrattore.
Di Matteo non era “imputato” né accusato. Era lì per replicare, con l’amplificazione dovuta alla sede così elevata, alle accuse della giovane Fiammetta, che gliele aveva cantate a piena voce. Avrebbe potuto rispondere che quello “passava il convento”.
Il sistema del pentitismo e della “attendibilità” dei pentiti intangibile ha già mandato all’ergastolo molta gente innocente, che non ha trovato nemmeno la fortuna alla possibilità di un giudizio di revisione. Mal comune mezzo gaudio. Ma questo per un Di Matteo, candidato Ministro, cittadino onorario di cento città, ovviamente non basta.
Non è questa però la sede in cui parliamo a fondo di tutto ciò. Quel che ci interessa è il “titolo” dell’intervento della Commissione Parlamentare Antimafia che non risulta abbia il compito, neppure tra quelli che si è attribuita da sé stessa, di “tutelare” l’illibatezza antimafia dei magistrati (non tutela nemmeno la libertà di esercizio della loro funzione dei suoi Membri).
Se, dunque, Di Matteo è andato lì a scaricare l’angoscia del suo cuore esacerbato dalle parole di Fiammetta Borsellino è stato per una sua particolare e personale fiducia nella funzione, nel caso, consolatoria dell’implicito (credo solo implicita, ma…) compiacimento della Bindi per il suo sproloquio autoincensatorio.
Una “procedura di tutela” di magistrati oggetto di azioni che ne potessero ledere la libertà e l’indipendenza, di attacchi calunniosi etc. era stata già inventata dal C.S.M. che si ritiene organo investito della funzione di garantire l’indipendenza dei magistrati. Tesi non proprio esatta, perché il C.S.M. è organo che ha specifiche funzioni amministrative strutturate in modo (che si ritiene) sia adatto a garantire tale indipendenza. Che è cosa diversa.
Ma, poiché la legge “impone” a chiunque certi obblighi e commina certe punizioni, c’è sempre, come diceva Alfredo Biondi, “chi è più chiunque degli altri”, così alla ordinaria difesa dell’indipendenza della libertà garantita dalla legge ed, a quanto pare, dal C.S.M., con le sue “procedure di tutela per i magistrati qualsiasi”, per un supermagistrato, “bilocato”, antimafia che più anti di così non si può, cittadino onorario di cento città c’è bisogno di una “supertutela”, assicurata da un organismo ad hoc, o che magari non c’entra proprio, che non debba curarsi di magistrati addetti a questioni edilizie e ad inchieste per reati comuni, ma dei magistrati antimafia ed, anzi di quelli superantimafia.


Qualcosa di speciale, una “supertutela” che, come la macchina superblindata antimina (a proposito, con la “bilocazione” quella costosissima macchina speciale la terrà a Roma o a Palermo?) lo distinguono dagli altri magistrati, non insigniti di onoranze e funzioni del genere. Chi meglio dell’Antimafia di Rosy Bindi? Quella che si è arrogata il compito di “censurare le liste elettorali”, al di sopra della legge e della sovranità popolare ben può confortare un supermagistrato e tutelarlo a dovere, in un momento di sconforto, da una Fiammetta Borsellino, la pettegola di Famiglia che gliele ha cantate come si deve.
Così la funzione crea l’organo e lo deforma. A fin di bene, naturalmente.

Mauro Mellini
15.09.2017

Passo indietro del P.d.M.? Ma come partito!!!

Il Presidente dell’A.N.M., Albamonte,  il “sindacato” dei magistrati, che ha sostituito il dimissionario Davigo, ha fatto una dichiarazione che ha subito soddisfatto quegli ambienti politici che, peraltro, non hanno mai osato mostrarsi almeno allarmati degli atteggiamenti dell’ala oltranzista della Magistratura e dello stesso Davigo e neppure di quelle proposizioni, specifico oggetto della “presa di distanza” di Albamonte, che si continuano ad attribuire a Magistratura Democratica come una particolare ideologia.

In sostanza Albamonte ha respinto la tesi per la quale la Magistratura dovrebbe difendere i diritti personali dei cittadini piuttosto che il diritto di proprietà.

Ora, a parte il fatto che nessun “passo indietro” sembra che Albamonte abbia osato compiere proprio nei confronti di quella “giustizia degli indizi” che, di fatto, ha distrutto, con l’abuso delle c.d. misure di prevenzione, la certezza della proprietà e delle garanzie del credito, il fatto più rilevante, tale da accrescere l’allarme per gli atteggiamenti della Magistratura anziché farlo diminuire, è che, per “moderata” che sia la scelta propugnata da Albamonte (e che non lo è) è pur sempre una “scelta di una politica”, anzi, di valori fondanti di una politica. Il vero “passo indietro” (che sarebbe, poi, il vero “passo indietro” della Magistratura sulla strada della compostezza e della normalità nel contesto istituzionale e costituzionale, sarebbe quello del rifiuto di ogni scelta di “obiettivi”, di valori da difendere piuttosto di altri, di ogni “lotta per…” di ogni qualificazione di sé stessa come “anti” (antimafia, anticorruzione etc.).

Che sarebbe, poi il ritorno alla giustizia che pretende solo di essere tale, cioè, giustizia e basta.

Dire ciò non è inutile, soprattutto per impedire che un’ulteriore alibi copra l’inerzia incredibile della nostra classe politica di fronte all’espandersi arrogante del potere del Partito dei Magistrati, nel quale, al di là ed al di fuori delle controversie ideologiche (quelle sulle quali andò sviluppandosi la politicizzazione della Magistratura ai tempi del sopravvenire sulla scena di Magistratura Democratica).

A novembre il Congresso dell’Associazione Magistrati avrà come tema “I Magistrati e la politica”.

Potrebbe essere, una volta tanto, un dibattito su di un tema centrale, l’unico veramente ineludibile, della vita del Paese.

Ma si può star certi che non si andrà oltre le solite questioni particolari e marginali: se possa il magistrato “sceso” in politica tornare ad amministrare giustizia; se le attuali norme circa l’eleggibilità nei luoghi dove i magistrati hanno avuto il loro ufficio siano sufficienti. E così via. Il problema vero, quello dell’esistenza, dell’ammissibilità, della compatibilità con l’assetto costituzionale democratico, di un “partito dei magistrati” sarà argomento accuratamente evitato e vietato.

Né dalla stampa, dall’ambiente politico e dalle Istituzioni verrà alcuna sollecitazione ad affrontare certi temi.

Non mancherà, forse, ma rimarrà tra le questioni “sotterranee”, uno scontro, o, almeno l’eco di uno scontro, tra la fazione “moderata”, che mira al rafforzamento del potere politico della Magistratura e della giurisdizione e gli “impazienti”, quelli propensi a scendere in campo, a conquistare Ministeri, seggi in Parlamento, Amministrazioni Comunali e Regioni e, soprattutto, ad imporre una ulteriore brusca sterzata all’ordinamento giuridico ed istituzionale, nella direzione di una vera e propria “giurisdizionalizzazione” dello Stato, con una “normalizzazione”, espansione ed intensificazione di una legislazione di tipo “antimafia” in campo amministrativo e penale, con la riduzione del processo al palcoscenico di una “giustizia di lotta”.

Così, più che al Congresso dell’A.N.M. è il caso di fare attenzione a non meglio definiti, nel contesto istituzionale, “Stati generali della lotta alle mafie” che, a chiusura di una incubazione di oltre dieci mesi, dovrebbe varare una sorta di riforma istituzionale e sociale per “mettere l’antimafia al centro della politica e della società”. Vorrebbe essere, questo, il passo definitivo verso uno Stato totalitario o giù di lì, di nuovo tipo giudiziario: Toghe nere della rivoluzione, in piedi!

Non staremo a guardare. E non credo che questi rivoluzionari che, pur avendo già procurato al Paese danni ingenti, seminato scompiglio e prodotto paura e rassegnata ubbidienza da parte della classe politica degli amministratori e funzionari e tra gli imprenditori, provocando il deterioramento della vita civile e politica, con una selezione che ne allontana i migliori e vi fa spazio agli avventurieri, tuttavia sono e rimangono delle caricature di nuovi occupanti del potere, finiranno per imporsi realmente al rispetto ed alla fiducia della gente.

Al contrario. Passati gli entusiasmi del “manipulitismo” e quelli dell’antipolitica che ne è stata generata, cresce nel Paese l’insofferenza per l’impotenza di una Magistratura priva di responsabilità, ribelle rispetto ai limiti di differenziazione di ruoli.

L’alleanza tra l’estremismo giudiziario quale quello di un Di Matteo con i Cinquestelle ha nuociuto all’uno ed agli altri, evidenziandone la comune caratteristica buffonesca. La rabbia e l’insofferenza contro l’antimafia mafiosa ed arrogante, che pesa ed opprime la vita sociale e politica del Mezzogiorno (e non solo) sale e trabocca. Se ne vedrà l’effetto nelle elezioni regionali siciliane. Ma rabbia ed insofferenza non debbono essere lasciate senza sostengo e possibilità di un’espressione razionale e “pulita”, non soggetta a nuove degenerazioni di tipo grillino.

Nella Magistratura non sono pochi quelli che si rendono conto di questa situazione.

Ma anche tra i Magistrati la paura “el miedo”, come piace dire a Maximiliano Granata, prevalgono sulla razionalità di chi ancora la conserva.

Chi ha senno deve avere coraggio e chi ha coraggio è l’ora che lo dimostri.

L’Italia non merita una nuova, tristissima esperienza autoritaria.

                                     Mauro Mellini

 05.09.2017

La corrente "ufologica" del Partito dei Magistrati

Quando ero Deputato si discuteva alla Camera della legge “anti P2”, termine più esatto per indicarne quella c.d. sulle “società segrete”. Esilarato e scocciato dalle coglionerie proposte per l’identificazione del “carattere segreto” (mancanza di targa sulla porta, assenza dall’elenco telefonico, intestazione della sede ad altri etc. etc.) proposi che al primo posto della segretezza dovevano essere poste le società inesistenti. Più segrete di così…

Non era, tutto sommato, uno scherzo. C’è una parte consistente dei magistrati italiani che considera dogma fondamentale quello della esistenza di poteri occulti, così occulti che nulla se ne sa e se ne può sapere, che sono “dietro” la criminalità, le stragi, ed un sacco di altre nefandezze, che però a questi signori sembrano insulse e banali se non si tiene conto che “dietro” c’è, con quel che variamente ma non troppo, segue.

Pensavo a tutto ciò leggendo dell’ultima esternazione di Scarpinato, Procuratore Generale a Palermo. Una volta un Procuratore Generale non parlava mai a vanvera né mai dava per scontato qualcosa che non fosse ben accertato, identificato ed inequivocabile.

Ma adesso sembra che un magistrato che non proclami almeno due o tre volte al mese l’esistenza di quelli che potrebbero chiamarsi gli UFO politico-giudiziari, è difficile che possa aspirare ad altro che al posto di giudice a latere in un Tribunalino dimenticato.

C’è dunque una corrente decisamente ufologica del Partito dei Magistrati. Anche se il termine non è esattissimo, perché UFO significa oggetto non identificato, mentre questi signori identificano “quello che c’è dietro” ogni nefandezza con soggetti, sempre i soliti per lo più “deviati”. E da buoni servitori (pettegoli) dello Stato, se la prendono quasi sempre proprio con lo Stato.

Il loro motto è: “piove, si ruba, c’è la siccità, sbarcano i migranti, ci sono incidenti stradali e ferroviari, i mariti sgozzano le mogli, la droga avvelena giovani e vecchi, Governo ladro!”.

Dunque, più ancora che ufologica, questa “corrente” del P.d.M. è “alienista” (attenzione: non alienato…). Credono negli Alieni.

Prendete le trasmissioni televisive di FOCUS (canale 56). Quando non sentirete grida di allarme perché la distruzione della Terra pare debba avvenire 30 miliardi di anni prima del previsto, vi capiterà di sentire la narrazione di una strana luce avvertita da due poliziotti di Kansas City. Poiché in realtà una spiegazione del fatto non si è trovata, è evidente che si tratta di una incursione degli Alieni, cioè degli Extraterrestri.

Anche per gli Ufologi-Alienisti di Focus, c’è però lo zampino della CIA e del Pentagono, che si è affrettato a dichiarare che non era successo niente di così inspiegabile. Tali e quali gli Ufologi togati.

C’è un altro collegamento tra Ufologi, Alienisti, per così dire “Ufficiali” (con le loro brave associazioni) e gli Ufologi Togati. L’organo ufficioso della Procura di Palermo (lo afferma Ingroia) “Antimafia 2000” per la quale l’ufologia giudiziaria è Vangelo, è diretta da tale Bongiovanni, un guru che è anche “Ufologo ufficiale”, crede negli Alieni, con i quali è in contatto frequente etc. etc. ed attraverso i quali conversa con Gesù.

C’è veramente da stare allegri.

                                     Mauro Mellini

 25.07.2017

Quando Di Matteo mi chiese 250.000 euro

Nel marzo dello scorso anno il dott. Antonino Di Matteo, nato etc. etc. res. etc., rappresentato e difeso dalle Avv.sse etc., fece pervenire una istanza di mediazione obbligatoria, oggi prevista per poter agire in giudizio per certe cause civili, a me e ad Arturo Diaconale convocandoci avanti una di queste “agenzie di mediazione” di Caltanissetta esponendo che era “insorta controversia (!??) tra gli stessi (io ed Arturo) e sé medesimo, sì che, intendeva esercitare azione civile per ottenere il risarcimento di tutti i danni subìti (????) in conseguenza della pubblicazione sulla testata on line del quotidiano “L’Opinione” del 9.12.2015 dell’articolo dal titolo: “La trappola eversiva di Di Matteo e C. a firma del giornalista (!?!?) Mauro Mellini. Nell’intera composizione (sic) dell’articolo, per gli sprezzanti toni adottati e per le specifiche gratuite espressioni utilizzate, si configura una condotta diffamatoria e calunniosa in danno del dott. Di Matteo con grave lesione della sua reputazione e dignità, sia sul piano personale sia su quello professionale”.
Insomma, tutto il contrario del conferimento di un’altra “cittadinanza onoraria” ed, anzi, con pericolo che da tale condotta ne derivasse, magari, il mancato conferimento o addirittura la revoca di qualcun’altra di quelle già allora molto numerose onorificenze.
Arturo Diaconale aveva ripreso dalla mia pagina fb quel mio articolo. Io mi feci qualche risata a sentirmi definire “giornalista” (col rischio, però che qualche collega del “Magistrato più scortato d’Italia”, mi sottoponesse ad indagini per “abuso di titolo professionale”). Avevo in effetti pubblicato un articolo nel quale, a fronte di perentorie ingiunzioni che da parte della tifoseria del sullodato dottore (ai magistrati non si può omettere di attribuire il loro titolo accademico) si indirizzavano a destra ed a manca ed in particolare al Presidente della Repubblica, di “rendere omaggio” a Di Matteo, “condannato a morte da Totò Riina”, con la conseguenza (la trappola) che, una volta venuta poi alla luce l’assai probabile inesistenza di quella condanna a morte emessa, alla portata dell’orecchio di qualche guardia carceraria, per essere il suddetto Di Matteo (dott.) “andato troppo oltre” (espressione dai molti possibili ed impossibili significati) il Presidente della Repubblica avrebbe finito col fare la figura del baccalà. Effetto decisamente eversivo.
Detto tutto questo l’istanza del suscettibile magistrato precisava essere il “valore della controversia” di euro 250.000 (duecentocinquantamila) che Arturo ed io avremmo dovuto versargli sull’unghia a ristoro del pericolo per le sue cittadinanze onorarie conseguite e da conseguire.
Andò a Caltanissetta a rappresentarmi la carissima e bravissima Collega Rosa Salvago di Agrigento, con l’intesa che, quale unica nostra proposta, vi sarebbe stata quella che il dott. Di Matteo si dissociasse apertamente da quelle eversive ingiunzioni al Capo dello Stato. Ma l’avvocatessa sorella-difensore del Magistrato più scortato e più “concittadinizzato d’Italia”, dichiarò subito, inviperita, che pensassimo solo a versare i 250.000 euro. Amen.
E’ passato oltre un anno, ma a questa perentoria ingiunzione non ha fatto seguito l’introduzione del minacciato giudizio civile. Così la “mediazione obbligatoria” ha perso efficacia e ho persino cessato di domandarmi se il dottor Di Matteo (ed anche l’inflessibile sorella) se ne fossero semplicemente dimenticati, troppo presi dal gran da farsi a fronte della valanga di conferimenti di cittadinanze onorarie, o se, magari, qualche dubbio sull’opportunità di imbarcarsi in quel giudizio li avesse toccati, se non altro, per la prospettiva di doverlo concludere in contraddittorio con i miei eredi o per la sopravvenuta scoperta di un certo loro errore sulla competenza per territorio (Caltanissetta sarebbe stata il locus communis delicti non della pretesa diffamazione, ma, semmai, della “ecceptio veritatis”.

Questa vicenda semigiudiziaria e della mia attività di “giornalista” (abusiva, lo confesso!) mi è tornata alla mente leggendo delle dichiarazioni di Fiammetta Borsellino sulle qualità dei magistrati che hanno trattato la vicenda dell’assassinio del Padre, combinandone delle grosse “per colpa, oppure per dolo, o per incapacità professionale”, anch’essa, quindi esplicita (ed, anzi, assai di più di me) in giudizi opposti a quelli del conferimento delle cittadinanze onorarie.
Se il dott. Di Matteo e l’inflessibile avvocatessa sorella avessero mandato ad effetto la minaccia di quell’azione giudiziaria per i 250.000 euro (e non fossimo stati a discutere di questioni preliminari etc. etc.) credo che la mia brava e diligente patrona Rosa Salvago non avrebbe, oggi, mancato di includere Fiammetta Borsellino nella lista dei nostri testimoni “a discarico”.
Per chi fosse poco addentro in queste pasticciate cose di giustizia e si domandasse che c’entra Fiammetta Borsellino con i duecentocinquantamila euro che voleva Di Matteo, farò dunque qualche spiegazione. Non è che avrei voluto che la giovane Figlia di una icona dell’Antimafia (ed icona essa stessa) venisse a dire, cosa che avrebbe fatto senza difficoltà, che quei 250.000 euro Di Matteo proprio non li meritava, meno ancora delle cittadinanze onorarie.
Ma è certo che, alla luce della testimonianza della suddetta e dei documenti che ha promesso di esibire, col suo tagliente giudizio sulle “deviazioni” commesse da Di Matteo (uno dei magistrati che a Caltanissetta aveva sostenuto la colpevolezza dei presunti assassini riconosciuti innocenti) e ciò per “colpa, dolo o incapacità”, la frase attribuita a Totò Riina a “motivazione” della sua conclamata “condanna a morte” cui è legata la carriera, il ruolo professionale e, magari, politico (secondo le ultime dichiarazioni!!) cioè: “Di Matteo è andato troppo oltre” diventa palesemente assurda, se non se ne inverta addirittura il significato, ritenendo Riina capace di un perfido senso dell’ironia.
E la “trappola eversiva” dello sbraitare della tifoseria con le sue intimazioni al Presidente della Repubblica di andare a rendere omaggio a Di Matteo come al Milite Ignoto, non è oggi, sempre secondo le dichiarazioni di Fiammetta Borsellino, ed anche indipendentemente dalla giustezza dei suoi giudizi su Di Matteo e gli altri colleghi del Padre, non più nascosta, ma evidente.
Pensate un po’: Se il Presidente della Repubblica avesse voluto sottostare a quelle minacciose ingiunzioni ed avesse voluto dare il suo suggello all’apoteosi civile (e politica) del supposto “condannato a morte” (da parte del beneficiario di quella sua topica professionale!) le dichiarazioni di questa Ragazza senza peli sulla lingua lo avrebbero esposto alla derisione ed al dileggio non ingiustificato dei Cittadini Italiani. Proprio quello che un Capo dello Stato non può permettersi.
Di Matteo cerca di minimizzare la botta che gli ha inferto Fiammetta, dicendo di comprendere il disorientamento dei famigliari, poverini, delle vittime, ma afferma che ora non c’è da discutere degli errori del passato, ma piuttosto, da individuare le responsabilità ulteriori, quelle della “trattativa”.
Comodo! Come dire non guardiamo alle cavolate del passato, pensiamo a farne altre.
Rilevante, quindi quella testimonianza nel giudizio per i 250.000 euro. Un giudizio, però che non c’è stato e forse non ci sarà mai.
Un po’ come la condanna a morte pronunziata da Riina. Al giudizio per quei pochi spiccioli posso pensare compiacendomene e godendone nell’immaginarmi il suo reale accadimento.
Non sarà come una cittadinanza onoraria, ma per un “giornalista abusivo” è già abbastanza.

Mauro Mellini
21.07.2017

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