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Editoriale

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La "rivoluzione ridicola" del centrodestra

Ci stavamo dando da fare per richiamare alla ragione ed alla dignità i Consiglieri di Maggioranza del Comune di Genova, avendo avuto notizia che i Consiglieri Cinquestelle avevano proposto in quella Città, degna di essere rappresentata da Amministratori seri e rispettabili, la solita sciocca e vergognosetta Cittadinanza Onoraria a Di Matteo Antonino detto Nino, preteso “condannato a morte” da Totò Riina per aver inferto “colpi” del tutto ipotetici alla mafia.

Siamo arrivati tardi. Non tanto da far sì che il Sindaco non fosse in possesso del materiale a lui inviato sull’argomento. Ma oggi leggiamo che ALL’UNANIMITA’ il Consiglio Comunale ha approvato la proposta Grillina.

Il fatto è di inaudita gravità. E’ il bollo del ridicolo sulla nuova etichetta del Centrodestra coniata da Berlusconi: “rivoluzione liberale”.

Altro che rivoluzione liberale! E’ l’involuzione dei codardi (perché si tratta di paura di non apparire abbastanza “antimafia”) e, anche al paragone persino dei furbastri Grillini.

Qualcuno dirà, forse con ragione, che con le nostre grida di allarme, i nostri avvertimenti ed i nostri tardivi interventi, abbiamo fatto la parte dei Don Chisciotte contro i mulini a vento. Che peraltro non erano cretini né paurosi, ma solo mulini a vento.

Forse Berlusconi ha già dimenticato di aver parlato nientemeno che di “rivoluzione liberale”. Se per caso dovesse riprovarci, mandatelo a godersi l’adesione dei suoi alle stronzate dei Grillini. Molto meno sciocche dei suoi seguaci Genovesi.

                  Mauro Mellini

01.12.2017

Riina, l'archeologia, gli Ufo, gli alieni

La morte in carcere (in regime di 41 bis) di Totò Riina, avvenimento che in qualsiasi Paese civile sarebbe stato sentito dalla pubblica opinione come la chiusura di una vicenda in cui la falce livellatrice della morte ha messo la parola fine ad un arrogante e crudele emergere di una personalità divenuta simbolo del potere del crimine, riducendo alla loro dimensione fatti, sentimenti, repulsioni, polemiche ingrossate a dismisura da strumentalizzazioni ed operazioni mediatiche, ha fornito occasione per un estremo tentativo di far rivivere miti e polemiche che oramai il lento e squallido spegnersi di quella vita aveva confinato nei loro giusti limiti di una brutta pagina di storia criminale.
E’ saltato fuori, guarda caso, Nino Di Matteo, che da qualche mese sembrava essersi ritirato in un più prudente silenzio, con improvvisa (ma da taluni puntualmente spiegata) astinenza dal suo collezionismo di cittadinanze onorario e dalle sue autocandidature al Governo della Nazione. Ha voluto ricordare che Riina è morto “portandosi” nella tomba segreti terribili, tra i quali, diciamo noi, ma l’avrà pensato anche lui, quello della inspiegabile sua pretesa e strombazzante condanna a morte. Di Matteo ne ha parlato come se quella morte avesse lasciato intatta quella terribile condanna, segnandone, anzi, il “passaggio in giudicato” nel sistema dell’illegalità mafiosa. In realtà non ci vuole molto a capire che questo è il sospiro di sollievo del magistrato più costoso d’Italia. Si direbbe che la sua conoscenza del mondo della mafia gli consenta di prendere atto che “il testimone migliore è quello morto”, come si diceva e si dice tra gli “uomini d’onore”. Il testimone dell’inesistenza della mitica condanna.
Ma anche Di Matteo ha voluto fare valutazioni e pronostici sul “dopo Riina”, come se veramente la morte di quel vecchio galeotto, sottoposto ad un durissimo regime carcerario istituito per ottenerne l’isolamento e tagliare legami e vincoli di sudditanza e di potere, possa segnare qualcosa di più che un evento oramai “esterno” alla vita di Cosa Nostra.
Ma se la mafia ha coltivato miti e leggende, l’Antimafia di leggende e miti mafiosi vive e prospera. E non può farne a meno. E non può fare a meno dei misteri, non tanto di quelli veri, quanto di quelli, i più misteriosi e segreti, di ciò che non esiste e non è mai esistito. I cui cultori, peraltro, non sono tanto i mafiosi, vecchi o giovani, ma i mafiologhi ed i magistrati, la giustizia, gli “investigatori”, che hanno, si direbbe, il compito di scoprire sempre nuovi e più fitti misteri, dimostrare che ciò che è vero e deve essere vero (pena l’eresia e, magari, il concorso esterno) non è dimostrabile. Da darsi, “quindi”, per dimostrato.
Quanta parte delle energie della giustizia italiano siano dedite all’archeologia giudiziaria è difficile dirlo. Perché la parte più grossa di questo materiale di ricerca misterioso e misterico è quello che è dato per scontato, costituisce un substrato sottoculturale di un buon numero di magistrati che ne sono i cultori ed i sacerdoti, ma poi finisce col far parte, anche a loro insaputa, del bagaglio di un po’ tutti gli altri.
C’è tutto un modo di ragionare, ma sarebbe meglio di dire esplicitamente “sragionare”, che ha un’analogia ed uno stesso carattere. Appartiene alla stessa “categoria dello spirito” (che ce n’è dell’ignoranza oltre che della conoscenza…). Quella dei fanatici degli UFO e degli Alieni.
L’insonnia e la vana ricerca di trastullo televisivo nelle interminabili ore notturne mi hanno insegnato non tanto le teorie, i fatti, le leggende, le storie e le storielle di UFO ed Alieni. C’è una emittente televisiva, neanche piccola e trascurabile, che ne ammannisce con monotona insistenza programmi confezionati per lo più in America.
Oramai ne conosco il metodo, la trama, il modo di sragionare.
Un esempio: si trova un edificio nella giungla Centro Americana, si accerta la data antichissima della costruzione. Come ha fatto quel popolo, privo di strumenti e di cognizioni tecniche ad edificare qualcosa di così grandioso? Le ipotesi ragionevoli possono essere molte, tali da modificare convinzioni circa tecniche, organizzazione, capacità di progettazioni di quegli antichi popoli. Ma il “metodo ufologico” impone subito una soluzione di questo genere. E’ chiaro! Sono venuti gli extraterrestri ed hanno dato una mano a quell’opera! Questa è una prova che gli Alieni sono stati e sono tra noi.
I magistrati “ufologici” o “alienisti” sono molti. Ma sono moltissimi, quasi tutti, quelli che considerano l’ufologia e l’alienismo di quei loro colleghi una corrente di pensiero come un’altra da “rispettare” e da far rispettare. Così si crea una ufologia giudiziaria o “dietrologica”. Una spiegazione di ogni fatto appena un po’ controvertibile come “necessariamente” ricollegabile alla Massoneria, ai Servizi deviati, ai politici corrotti, all’F.B.I. Gli UFO della giustizia. Anzi quei fatti così fantasiosamente spiegabili nella loro pretesa “inspiegabilità”, sono la prova delle macchinazioni di Massoneria, Servizi Segreti, F.B.I., C.I.A., etc. etc. Della presenza degli UFO.
Nella schiera dei cretini, che, come diceva Sciascia, sono tanti e godono ottima salute, gli ufologhi hanno una posizione tutto sommato secondaria. Ma gli ufologhi giudiziari sono, invece, i più pericolosi. E pericoloso sembra sia contraddirli.
La storia, si ripete.

Mauro Mellini
23.11.2017

Una pausa di riflessione e di sintesi

Più volte mi è capitato di definire questo serrato impegno nello scrivere che mi ha preso in questi ultimi anni della mia vita. Senza il minimo senso di autocommiserazione lo definisco, con un po’ di orgogliosa ironia “grafomania senile”. Mania si direbbe proprio questo impormi ogni giorno di versare agli amici, agli altri, alla gente, il mio pensiero sul mondo che mi circonda e che ha rappresentato e rappresenta lo scenario dei giorni del mio vivere.

E’ una “mania” che, peraltro, trovo ogni giorno di più ineludibile, davanti allo spettacolo del vuoto, vuoto di idee, di ideali, di giudizi, di speranze, di sdegno, che sono costretto a constatare in altre più ragionevoli figure della scena che la sorte, quel pezzetto di storia che coinvolge anche quelli di noi che non hanno né sanno di non averne o non avevano, mi ha assegnato.

Insomma scrivere, interrogarmi sulle mie stesse opinioni, comunicare agli altri quel tanto che merita di essere e di diventare patrimonio comune, non è pretesa di qualcosa che ci aiuta ad affrontare la nostra fine, ma ragione di vivere. Orgoglio di vivere.

Ed allora, senza pormi altri interrogativi su quel che sento di dover fare, continuo a riflettere ed a scrivere, per versare riflessioni ed esperienze nel patrimonio ideale di chi mi circonda, di quanti posso raggiungere. E’ l’unico modo che conosco di fare veramente del bene a me stesso ed al prossimo, anche a quella parte assai rilevante di esso che quotidianamente derido e sbeffeggio perché so che l’umanità impone e consente a ciascuno di noi di essere almeno un pochino migliore di quello che siamo e che rischiamo di accettare come ineluttabile.

Le mie convinzioni politiche sono le stesse che ho concepito acquistando l’uso della ragione e quel po’ di sapere che sono riuscito ad acciuffare, magari un po’ frettolosamente.

Eppure il mondo, come si suol dire, è da allora cambiato e di molto. Ho concepito, in mezzo alla vergogna della servitù e dell’indifferenza, degli orrori e delle delusioni, visioni di palingenesi, di definitiva vittoria del bene, della libertà, dell’uguaglianza.

Non mi dolgo di quell’errore. Perché se errore vi è stato è quello di una comoda definitività della vittoria di tale principio.

Vincere le battaglie di libertà significa conquistarsi ogni giorno la possibilità di continuare a combattere, a pensare, a costruire, a difendere il vivere libero. Vincere per la libertà significa continuare a combattere, a pensare, a sentire il dovere ed il piacere di farlo.

Non vorrei lasciarmi prendere dal suono delle parole. La retorica è sempre stata dalla parte opposta alla mia e ne ho inteso il danno e la vacuità quanto più mi fiorisse vicina e vicina alle mie stesse idee.

Credo che nello squallore del momento presente qualcosa di positivo si offra a chi vuole combattere questa battaglia degli spiriti liberi: la visione tutto sommato facile ed esatta delle ragioni della decadenza e del rovinare verso la fine delle nostre libertà.

Lo spaccato della nostra società, delle nostre istituzioni, della nostra Repubblica è quello di una complicazione oramai incontrollabile. Ho altre volte parlato di “legalità insostenibile”. Ci sarebbe da scrivere volumi. Ma basta rifarsi ad un detto ironico: “complicazione delle cose semplici”.

Il fardello dello statalismo, acquisito sciaguratamente proprio durante la lotta a quello proprio e programmato delle dittature assassine del secolo XX è divenuto metodo, atto peraltro, più alla demolizione dell’armonica semplicità delle istituzioni libere, che alla costruzione di un’opposta macchina di produzione e di potere.

E’ un fardello insopportabile per la società, l’economia, la vita, i costumi della gente.

Il liberalismo “corretto”, “protetto”, spurgato da vizi reali ed immaginari produce di per sé il suo opposto, ma, soprattutto induce alla creazione di poteri, abitudini, sentimenti, forme di “pseudolegalità”, di prassi “parallele”, oscene e delittuose. E la pletora delle norme, delle regole, dei divieti, degli obblighi produce il vuoto culturale e morale che rischia di travolgere e soffocare le nostre libertà, la nostra Repubblica. Ecco oggi l’obiettivo della battaglia della libertà, l’impegno degli uomini liberi. Un nuovo illuminismo, un nuovo modello di Stato, di poteri pubblici, semplice, sopportabile, naturale.

I cretini sono tanti e godono ottima salute”, scriveva Sciascia. Essere democratici non può significare volere il governo, il potere dei cretini. Non può voler dire sopportarlo. Né rinunziare ad altro.

L’altro che è la nostra ragione di vita.

Mauro Mellini

21.11.2017

Requiem per Toto' Riina

E’ morto in carcere, oramai vecchio e da lungo tempo malato, Totò Riina.

Un po’ di spirito cristiano dovrebbe non negare la speranza di un estremo spiraglio di ravvedimento. Ma ho inteso un prete affermare in televisione che “non si è pentito” e non gli si deve un funerale religioso e neppure laico.

La carità cristiana è stata sempre un po’ elastica: dovuta o dovuta negare. Ne erano maestri i Padri dell’Inquisizione. Maestri anche ad ottenere confessioni e pentimenti.

Quel che urta è sentire la solfa di quelli che sospirano perché Riina porta con sé nella tomba chi sa quali straordinari segreti.

Certo, anzitutto il segreto di fatti mai avvenuti, come la “condanna a morte” di Nino Di Matteo.

Quando si discuteva della definizione di “società segreta”, mi capitò di dire alle Camere che sicuramente ed indiscutibilmente segrete erano anzitutto le società inesistenti.

Si sono costruiti miti terribili di “misteri italiani”. Tanto più misteriosi e terribili quelli inesistenti, divenuti dogmi per buona parte della magistratura italiana.

Né il “mistero”, i segreti imperscrutabili sono l’ultima spiaggia dell’impotenza di certe indagini. Direi, anzi, che sono il comodo primo approdo, che evita il fastidio e la fatica di guardare e vedere ben più vicino cose realmente esistenti.

Le dietrologie servono a nascondere ciò che è avanti agli occhi di tutti. E quando muore un Totò Riina, molti sospiri di sollievo segnano la fine del pericolo che qualche comoda dietrologia si dimostri per quello che è.

Una sconcia bufala.

Mauro Mellini

20.11.2017

Lecce: il monumento al non pentito

In una piazza di Lecce, la splendida città barocca delle Puglie, si erge, udite! udite! il monumento “al non pentito”.
Su di un piedistallo in cui sono incisi i nomi dei più terribili “bagni penali” borbonici Montefusco, Nisida, Montesarchio, si erge la statua di Sigismondo Castromediano, fiero e severo nella sua redingote ottocentesca.
Una scritta “Ai compagni fidele – pari ne volle la sorte – rifiutò privilegio”.
Sigismondo Castromediano, patriota salentino di nobile famiglia, fu uno degli animatori dei moti liberali del 1848. Quando Ferdinando II di Borbone revocò la Costituzione concessa e giurata un anno prima, Castromediano redasse con altri patrioti liberali una vibrata protesta che contestava al Re Lazzarone il consumato spergiuro e la sanguinosa repressione contro il popolo di Napoli.
Arrestato e tratto a giudizio di un tribunale militare, fu condannato a trenta anni di galera che cominciò a scontare nelle orrende carceri borboniche, in cui sbirri e camorristi facevano a gara a rendere ancor più penoso il trattamento di quei disgraziati.
Interdette le visite dei famigliari, scarso e pessimo il cibo, insalubri e cupi i locali.
Il monumento allude ad un episodio della sua carcerazione che narrò in un libro in due volumi “Carceri e galere politiche” al capitolo XXII “L’ora più perigliosa della mia vita”.
Il governo borbonico preoccupato dello scandalo che le notizie sul trattamento disumano dei detenuti politici aveva cominciato a suscitare all’Estero, specie in Inghilterra, si adoperò per indurre al “pentimento” alcuni di quei disgraziati con la promessa di sollievo dalle pene loro inflitte.


Per intervento ruffiano di un Vescovo amico della Famiglia dei Castromediano, il tentativo fu compiuto anche con il Duca Sigismondo. Fu prelevato dal carcere di Montefusco e tradotto ad Avellino, dove si tentò di fargli sottoscrivere una domanda di grazia al Re spergiuro, che Castromediano rifiutò. Ad un certo punto gli fu suggerito, anche quale minaccia di aggravamento, se possibile, della sua condizione, di “confessare” che tra i detenuti politici “si era astretto un patto settario”. Tesi a dir poco ridicola, visto che quei poveretti, ammassati negli orrendi reclusori erano gli “astretti” tanto che di più non potevano in alcun modo.
Ma si voleva, oltre tutto, gettare il tarlo della diffidenza reciproca, oltre che crearsi alibi per il giudizio severo degli stranieri. E’ singolare come il circuito della falsità che i “produttori” di “pentitismo” sia sempre lo stesso, nel Regno borbonico come nello Stato del Papa, ieri, come oggi.
Di fronte agli sdegnosi rifiuti del Castromediano, questi fu riportato nel carcere d Montesarchio.
Ma nel marzo del 1859, Ferdinando II prossimo a morire di un diabete, male o per niente curato (mangiava solo dolci!) sentendo l’aria della ormai prossima Seconda Guerra di Indipendenza, pensò bene di “liberarsi” dei più noti detenuti politici. Emise quindi a Brindisi, dove si era recato per ricevere la sposa del figlio Franceschiello che di lì a poco gli succedette, un decreto di “condono” nei confronti di novantuno condannati all’ergastolo o a gravi pene, con l’intimazione, però, dell’esilio perpetuo ed, anzi, della deportazione in America.
Undici di quei “graziati” erano però già morti da tempo di stenti nelle galere. Tanta era l’attenzione di quel grasso e rozzo personaggio caricaturale per la sorte dei condannati, di cui, ora, valeva farsi passare per benefattore.

Portati a Napoli ed imbarcati con detenuti “liberati” anche da altri penitenziari, che avevano patito in luoghi diversi e lontani la loro tragedia, furono fatti partire. Tutti protestarono contro la “deportazione” addirittura in altri continenti, misura non prevista dalle leggi in vigore nel Regno.
Quella schiera di scampati non arrivò mai in America. Sulla nave americana che doveva sbarcarli, dopo una tappa a Cadice in cui fu loro impedito di lasciare la nave, nel porto di Nuova York, un giovanissimo ufficiale era riuscito a far parte dell’equipaggio. Era il figlio di Settembrini. Fu organizzato un mezzo ammutinamento, cui partecipò parte dell’equipaggio e, “obtorto collo”, il capitano sbarcò tutti a Cork, in Irlanda. Dove gli esuli italiani furono accolti con pietà ad affetto dalla popolazione. Affetto che li accompagnò prima a Londra, poi nel Continente ed infine nel Piemonte, che stava per realizzare la grande impresa di liberazione nazionale.
Molti anni fa pubblicai una foto di quel monumento “al non pentito” Peccato che non me ne ritrovi una copia. A Lecce esso figura in alcune cartoline illustrate della Città.
Potremmo e dovremmo farne un’icona delle nostre battaglie.
Ho la riedizione in copia anastatica di quelle memorie di Castromediano.
Vi leggo una dedica “A Mauro Mellini le memorie di un mio antenato che, forse, si pentirebbe, come tutti noi, dello scempio di quel patrimonio nazionale costato carceri e sangue”. Gaetano Gorgoni
Lo leggo non senza qualche contradditorio sentimento di ironica comprensione e di sdegno.
Gaetano Gorgoni, deputato repubblicano, era relatore, ed autore di un emendamento, alla legge di conversione di un decreto legge sul trattamento dei pentiti ed il relativo “servizio di protezione”. Emendamento che estendeva agli imputati di reato di mafia i “benefici”, fino ad allora limitati agli imputati di terrorismo “benefici”, magari già praticati o promessi dai magistrati “preveggenti” e “lottatori” ai “loro” pentiti.
Parlando in Aula a Montecitorio contro quell’emendamento, contestai al suo autore, Gorgoni, leccese, di tradire, l’onore che la sua città aveva tributato “al non pentito” con quel monumento.
Gorgoni mi rispose, interrompendomi “ma Castromediano era un mio antenato!”.
Credo di avergli risposto senza il dovuto rispetto ad una per altri versi, degnissima persona “bel discendente!”.
Poco dopo mi giunse il dono di quel libro difficilmente reperibile. E ne sono comunque grato a Gorgoni. Quella dedica mi convince ancor più che al disgustoso sistema dei pentiti, come a tante altre bassezze della nostra giustizia, si è arrivati nella più grande confusione di idee e di incredibili equivoci. Persino, forse, in buona fede.

Mauro Mellini
14.11.2017

Sicilia: qualche riflessione meno affrettata

Il giorno dopo del giorno dopo. Riflessioni sulle riflessioni se così possono chiamarsi, altrui. Sui commenti, che sono anch’essi politica, quella più “facile”, spesso, anche la più stolta.

Le elezioni siciliane sono andate come si prevedeva che sarebbero andate. Certo un po’ diversamente da come avrebbero potuto.

La catastrofe del P.D. è stata quella che tutti si attendevano, a cominciare da Renzi, che, oramai da qualche tempo, cercava, come un ragazzino colto con le dita nella marmellata, di creare qualche diversivo, di guardare all’uccellino che vola. Tutta la campagna del P.D. è consistita nel cercare di convincere la gente che loro con Crocetta non hanno avuto mai nulla a che fare. Gli hanno promesso chi sa che per indurlo a stare al giuoco, con l’ultima buffonata delle liste “crocettiane”, presentate puntualmente però fuori termine, per non produrre ulteriori danni.

Qualcuno ha notato che per la prima volta il P.D., la cosiddetta Sinistra, non hanno suonato la grancassa dell’Antimafia. Persino loro hanno capito che non era il caso di far incazzare ancora di più la gente.

Hanno perso clamorosamente. Il 18% del 46% che è andato a votare corrisponde a meno del numero dei beneficiari (si fa per dire) della macchina clientelare, mastodontica come sempre in Sicilia, e nel caso ancor più vasta ed articolata, come la Giunta Crocetta ha potuto gonfiarla dei parassiti e dei parassiti dei parassiti crocettianamente mafiosi dell’antimafia sicindustriale e simili… E quando in Sicilia si sfaldano le clientele, il botto è grande.

In verità la caduta verticale del renzismo-crocettismo è solo la naturale, logica e ritardata conseguenza locale della stangata di undici mesi prima.

Chi non aveva capito la portata del referendum, della vittoria del NO, forse non capirà neppure che di quegli eventi la disgrazia in cui è caduto Renzi è la naturale conseguenza. E’ la conseguenza del “non è successo niente” con cui egli ha reagito al fiasco della sua aggressione al residuato delle libere istituzioni.

E poi i Cinquestelle. Il relativo successo che vantano non è del tutto irreale. Per quante baggianate facciano, per quanto siano intrinsecamente baggiani, troveranno sempre pane da mordere finché gli altri non dimostreranno chiaramente di essere diversi da loro. Paradossalmente, alla monotona solfa della loro “diversità” su cui si fonda la loro propaganda, corrisponde proprio il fatto che gli altri non sanno essere diversi da loro.

Il Centrodestra. E’ un dato di fatto che esso si sta ricompattando. E’ di nuovo una delle vere forze in campo. Ha possibilità di vincere. Berlusconi, disarcionato, vilipeso, depredato dal Partito dei Magistrati, è di colpo risuscitato.  Anche lui miracolato dal vuoto che i suoi nemici hanno creato per distruggerlo. Anche lui sembra aver scelto, con apparente successo, la strategia del “non è successo niente”. Come Campanella riprende il suo discorso del 1994 con il famoso “Heri dicebamus”, chiama a raccolta i “moderati” (termine che non significa quasi niente) ed i “moderati” pare che accorrano. I traditori si “pentono”, lui li perdona. Gli altri ci rimettono le penne. Non chiama il Popolo a prendere atto della violenza togata da lui subita. Non ne fa un ammonimento per tutta la Nazione. Sembra invece, volerla dimenticare. Non sembra e non vuole demolire il potere violento e becero di un Partito dei Magistrati (altro che “certi P.M. comunisti”!!).

In Sicilia, metafora d’Italia, l’ottimo Musumeci non ha detto una parola contro la depredazione giudiziaria dell’Antimafia mafiosa, nemmeno di fronte al “silenzio dei colpevoli” delle fanfare “antimafia”. A voto acquisito ha fatto, anzi, un sia pur freddino omaggio alla consuetudine della professione di “antimafiosità” Con un particolare, difficile a cogliersi, di una raccomandazione a che non continui a farsi partito. Troppo poco. E forse impossibile.

E qui veniamo al ruolo che avranno i non vincenti e non completamente sconfitti Cinquestelle.

Si sono affrettati a dare al loro mancato successo, o sconfitta se più vi aggrada, il carattere e la “giustificazione” consona alla loro stupidità (…i cretini sono tanti.. diceva Leonardo Sciascia). Il loro leader, o, piuttosto, il “Nostromo”, il capo della ciurma di Grillo e della Ditta Casalegno, Di Maio ha definito la vittoria del Centrodestra lordata dalla presenza nelle liste degli “impresentabili”.

Oltre tutto rievocando una delle più clamorose baggianate nientemeno che della Commissione Bindi.

Un insulto cretino che, assai probabilmente, prelude e sintetizza il ruolo, il programma e la strategia dei Cinquestelle quale maggiore forza di opposizione alla Giunta Musumeci per i prossimi anni.

Faranno quello che sanno meglio fare, i “collaboratori di ingiustizia”, sollecitatori di interventi indiscriminati delle Procure, alleati di un innominato Partito dei Magistrati

Alleati e corresponsabili della già pesante oppressione catastrofica per l’economia e la vita della Sicilia rappresentata dalla “strategia espansiva del sospetto” dell’Antimafia tendenzialmente mafiosa. Rifornitori di nuove acquisizioni per altre ditte “Saguto e C.”

La Sicilia conobbe (e ne portò il segno) la mano feroce ed assassina dell’Inquisizione di Spagna. Ed in Sicilia abbondarono i “famigliari dell’Inquisizione”, un po’ delatori, un po’ consoci, un po’ parassiti, anzi, assai. Ché godevano dell’immunità dalla giustizia regia, perché soggetti solo a quella della Santa Inquisizione, che con loro ritrovava tutta la carità e l’indulgenza cristiana.

Forse il gusto della storia mi spinge a fare la Cassandra. Che, poi, fece una assai brutta fine. Ma è meglio non nascondere i pericoli e non nasconderli al nostro prossimo se, come dobbiamo, lo amiamo e lo sappiamo amare.

                           Mauro Mellini

07.11.2017

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