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Editoriale

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Sicilia: perdere, vincere, liberarsi

Mentre la Repubblica Italiana, benché dichiaratamente democratica, è persino priva di una legge elettorale che consenta alla gente di scegliersi, bene o male, chi la debba governare e, quel che è peggio, invece di fornire tali strumenti alla sovranità popolare, la classe politica va alambiccando sul risultato da ottenere con questo o quel sistema, questa o quella modifica, particolare o generale per stabilire preventivamente chi debba vincere, in Sicilia si è oramai alla vigilia del voto. A stabilire chi vincerà la partita non sarà più, come per la Repubblica, chi farà la legge elettorale, ma dipenderà da come i siciliani sapranno utilizzare quella che, comunque, c’è e con la quale si voterà.
Ancora una volta toccherà alla Sicilia di votare per sé e per il suo avvenire (salvo gli agguati e le devianze giudiziarie e para-mafiose) ma anche per fare da battistrada a tutta la Nazione. “La Sicilia come metafora” che Sciascia ci insegnò doversi così considerare, è più reale e imprescindibile che mai.
La partita sarà difficile e complessa.
Sarà, su questo pare ci sia poco da dubitare, una partita a tre: Sinistra, più o meno Crocettiana, “antimafia-mafiosa”, “munnizzara” paragiudiziaria. E, poi: Cinquestelle, con la “novità” dell’ipoteca che l’oltranzismo delle Procure, la fazione togata dei Di Matteo ed imitatori varii sembra aver posto oramai nel movimento. Ed, infine, il Centrodestra in fase di risveglio dopo la diaspora del colpo di Stato giudiziario che disarcionò Berlusconi e, quindi in via di ricomposizione.
Che questo schieramento a tre, che tuttavia rappresenta le effettive possibilità della conquista della Presidenza e della maggioranza nel Parlamento Regionale rappresenti veramente i problemi che angosciano e dividono la Sicilia, non è cosa altrettanto chiara. La rabbia, lo sconforto, l’inizio di una presa di coscienza di inganni e di cocenti malefatte non trovano certo espressione in nessuno dei tre schieramenti, né chiaramente si riesce ad individuare tra le forze in campo quelle responsabili o più responsabili dei fatti e delle situazioni che giustificano questo atteggiamento della gente.
Né si tratta di una semplice (e neanche, poi, tanto semplice) incapacità di soddisfare i movimenti emotivi dell’elettorato e di tenerne adeguato conto. Vi sono problemi fondamentali della vita politica della Sicilia, cause vere e profonde non solo del malessere, ma dell’obiettivo arretramento economico e non solo economico dell’Isola che non sembrano essere neppure sfiorate nel confronto che si va delineando e nelle relative polemiche.
In queste condizioni la prima reazione è certamente quella di dar vita e mettere in campo qualche formazione politica che, invece sia capace o, almeno, manifesti l’intendimento, di affrontare le cose veramente importanti messe da parte e malamente dimenticate. Tentativi generosi sono in atto. Non staremo qui a ricordare quanto abbiamo già scritto dell’iniziativa che pare faccia capo a Sgarbi. Quale che sia il valore appagante o meno delle tre forze in campo, non c’è spazio per iniziative di mera testimonianza. Per banale che possa apparire, l’esigenza di non sottrarre voti alla competizione così com’è, è, invece essenziale.
Cacciare dal Palazzo d’Orleans e da quello dei Normanni Crocetta e la Sinistra più o meno renziana, “megafonista”, retorica e starnazzante, legata al parassitismo di “munnizzari” confindustriali dell’antimafia, progettisti di carriere politiche di magistrati imbroglioni, è essenziale nella concretezza delle alternative che, bene o male sottendono il risultato.
L’occasione delle elezioni regionali per la creazione e la prova di collaudo di un movimento di liberazione dal grande imbroglio mafioso dell’antimafia, dei campieri politici di un’industria monopolistica e parassitaria sfruttatrice di una retorica rovinosa dell’antimafia, da una intollerabile invadenza di un “Partito dei Magistrati” che rappresenta, in Sicilia la punta estrema del forcaiolismo e del carattere eversivo latente in quel partito in sede nazionale, è tale da non doversi perdere.


Porre apertamente questi problemi nella polemica elettorale, far pesare, anche nelle preferenze, la reazione e la rivolta delle vittime dell’antimafia, additare all’elettorato la cialtroneria delle confraternite e dei parassiti “antimafia”: sono tutte cose possibili anche se, certamente, non facili da realizzare e tali da richiedere coraggio e determinazione.
Torneremo a parlarne. Intanto vorremmo che i nostri amici, siciliani e non, ci confortassero con la loro attenzione e cominciassero a dar prova della possibilità di una simile presenza.

Mauro Mellini
13.09.2017

Nodi al pettine

Stanno arrivando al pettine molti nodi delle contorte linee della giustizia del nostro Paese che avvincono e rischiano di strangolare la stessa Costituzione, il fondamento della società democratica che la Repubblica dovrebbe garantire.

Il sistema giuridico, specie quello penale e quello amministrativo, sono oramai sgangherati e sempre più si piegano al potere egemone e fuorviato di una giurisdizione penale che ha rotto gli argini del principio della legalità, pretende ed ottiene leggi a misura della propria funzione e dei suoi abusi in violazione dei principi fondamentali della società civile. E, peggio ancora, una deformazione interpretativa delle leggi esistenti crea un nuovo sistema, impone “obiettivi di lotta” alla giustizia sopprimendone così persino l’apparenza della obiettività. Abusivamente distorcendo il concetto di “abuso del potere amministrativo” realizza una odiosa sopraffazione che cancella l’equilibrio dei poteri dello Stato. In nome delle “lotte”, delle crociate giudiziarie antimafia, anticorruzione etc. Persino l’autonomia e l’immunità del Parlamento e dei Parlamentari sono di fatto soppressi e violati.

Tutto ciò rappresenta l’ultimo anello (per ora) di una catena oramai vecchia di deformazione, di cedimento alle “emergenze”.

L’”antimafia”, tardivamente scoperta come “emergenza”, dopo anni di tolleranza, di assuefazione e di rassegnazione e, soprattutto, di simulata cecità di fronte al fenomeno, è proclamata dato fondante e permanente di una Repubblica pangiudiziaria. Il Ministro “garantista”, l’Orlando minore, organizza convegni e “stati generali” per fare dell’antimafia questione centrale e permanente dello stesso ordinamento dello Stato.

Con tutto ciò tra i magistrati, per lo più tra i più rozzi e meno dotati, cresce il numero di quelli che scalpitano per ottenere una gestione diretta del potere.

Come una volta in certi Paesi Europei, e un po’ sempre nel Sud-America, incombeva sulla vita degli Stati e sulla libertà dei cittadini il golpismo dei Generali e dei Colonnelli, personaggi di punta di un militarismo invadente ed oppressivo, oggi da noi il golpismo aperto e l’invadenza strisciante di parti assai consistenti ed egemoni della magistratura pesano sulla vita democratica del Paese. Ne condizionano la stessa esistenza, il ricambio, la selezione della classe politica ed amministrativa, sempre più così avviata a divenire monopolio di avventurieri, mentre se ne allontanano i galantuomini più degli altri perseguitati e maltrattati.

Oramai tutto ciò è più che manifesto.

Chi finge di ignorarlo, chi nega il contrario di questo stato di cose o è un avventuriero che vuole profittarne o un meschino codardo che sogna un impossibile quieto vivere. I nodi, sono arrivati al pettine. E’ ora che chi sa e può ne denunzi la vera natura, la gravità, i rischi alla gente che i media ingannano e tendono così a sfruttarne la rabbia. Il vaso è pieno. Non c’è tempo e possibilità di inciuci né sono possibili convivenze falsamente pacifiche.

Ogni misura è stata superata.

                                    Mauro Mellini

 06.09.2017

Dunque si può dire che la mafia non c'è (a Roma)

Tra tante sciagure e sciocchezze, una notizia buona: almeno a Roma la mafia non c’è.

Così ha detto il Tribunale. Certo, restano le sciocchezze, ma da quelle non c’è Tribunale che ci liberi.

“Mafia Capitale”: per mesi ed anni era diventata lo slogan di Leghisti, meridionalisti dozzinali, Cinquestellisti, giustizialisti di Destra e di Sinistra.

A me, non faccio per vantarmi, a quel preoccupante slogan, sembrò sempre che si potesse rispondere parafrasando la scritta di un manifesto elettorale particolarmente cretino, per sbracata imitazione grillina, della propaganda elettorale del povero Marino (“questa non è politica, è Roma!”) da cambiare in: “Questa non è mafia, è Roma”.

Ora il Tribunale, dopo tante discussioni e tanti dubbi sulle imputazioni mosse a ladroni e ladruncoli nel processo Carminati e C. ha detto proprio questo: “non è mafia è Roma”.

Amo questa Città, ma l’amava anche di più G.G. Belli che, a proposito di “mance” (progenitrici piccine delle tangenti) scriveva: “Si dura Roma ha da durà cusì”.

Ma voglio lasciar perdere la storia (il che, poi, è impossibile). Dire “la mafia non c’è” e sentirlo dire da un Tribunale non è cosa da niente. Nella teologia di quella che Vitiello chiama “la mafia devozionale”, l’esistenza della mafia è un dogma. Negarne l’esistenza è come negare quella del Diavolo al tempo del governo dei preti; un po’ come negare l’esistenza di Dio. Roba da fare la fine di Giordano Bruno.

Certo, si tratta, oggi, di un dogma “regionale” a Palermo solo uno con la vocazione del martirio o con tendenze masochiste potrebbe dire “la mafia non c’è”, anche solo per formulare un’ipotesi, contestare l’attualità di una denominazione, proporre un termine diverso (di cui non oso fare esempi).

Chi dice “la mafia non c’è’ è comunque identificato come mafioso, nemmeno solo “concorrente esterno”. C’è, dicono, libertà di pensiero e di parola. Ma, poi, ci spiegano che a tutto c’è un limite.

Per fortuna c’è un limite geografico anche a queste “interpetrazioni” della Costituzione, oltre che, pare, alla Mafia, della quale già da tempo era stato accertato che, benché sbarcata ad Ostia-Fiumicino, era rimata “inchiodata sul bagnasciuga”, come invano Mussolini aveva ordinato che si doveva fare con lo sbarco degli Anglo-Americani.

Il guaio è che, se, almeno per ora, non è reato e si può non finire sul rogo affermando che in parte del Territorio Nazionale la mafia non c’è, l’Antimafia “devozionale” suscettibile e, soprattutto, i professionisti dell’Antimafia. Anche e soprattutto quelli togati, ce ne sono in abbondanza “dalle Alpi alla Sicilia” e fanno ottima carriera un po’ dovunque.

Ma, con certi amici c’è poco da scherzare. Questa storia della sentenza dei “magnaccioni” di Roma Capitale cui è stato negato il “marchio di qualità mafioso” è comunque una buona notizia (anche perché ai “magnaccioni” alla matriciana non sono stati risparmiati anni di galera). Ma, come dicevo all’inizio, la buona notizia non esclude le sciocchezze o, per il rispetto dovuto anche alle opinioni di alcuni amici tutt’altro che sciocchi che hanno parlato e scritto sull’argomento, diciamo pure le obiettive storture di questa vicenda.

Il processo per “mafia Capitale” era nato male, sulla base di una norma infelice tra le infelicissime “novelle” del nostro codice penale, l’art. 416 bis. Un altro caso di “fattispecie penale apparente” o “aperta” secondo la classificazione della loro incostituzionalità per inidoneità a soddisfare il precetto del “principio di legalità” imposto dall’art 25 comma 2° della Costituzione, secondo l’insegnamento della sentenza Volterra della Consulta.

Quando fu istituito il reato di “associazione di stampo mafioso” io ero Deputato, ma il Padre-padrone del Partito Radicale aveva voluto che lasciassi il posto in Commissione Giustizia ad altri di me più “idonei”. E quella norma, che ha infestato la nostra giustizia penale per decenni, fu approvata senza “passare per l’Aula”, in Commissione. Me ne occupai subito dopo come avvocato, contestandone, naturalmente senza ombra di successo, la legittimità costituzionale.

Non starò qui a ripetere gli argomenti di quel mio poco fortunato tentativo.

Ma provate anche voi a leggere l’art. 416 bis. Lo leggerete e lo rileggerete come diceva Marciano insegnando ai suoi giovani colleghi a “trovare” i motivi di ricorso.  E vi accorgerete che più lo leggete e meno chiaro ne è il significato, così da dover concludere: è associazione di stampo mafioso quella composta da mafiosi. O giù di lì.

Ed allora si capisce perché quella di Carminati “non è mafia”. E’ Roma. Roma di Giuseppe Gioachino Belli, delle mance e degli “strozzi”, dei Papi e dei Cardinali nepotisti, delle manifestazioni di pietà religiosa in moneta sonante, dove la legge c’è, ma

       “un ladro che tie’ a mezzo chi commanna

                            E cià donne che l’arzino la vesta

Rubbassi er Palazzon de Propaganda

                            Troverete er cazzaccio che l’arresta

Ma non trovate mai chi lo condanna”.

Magari oggi è più facile essere arrestati e condannati, anche, e soprattutto, per chi i palazzi non li ruba. Ma la sostanza è quella.

Per farla breve: Pignatone è venuto a Roma dalla Sicilia. Portandosi dietro un bel carico di imputazioni di mafia da distribuire,

Ma anche il sistema secondo cui la “personalità del diritto” è da identificare con la personalità del P.M. e del Giudice, ha un limite. Almeno geografico.

“Questa non è mafia: è Roma”.

Mauro Mellini

25.07.2017

P.S. Leggo ora che l’ineffabile Rosy Bindi ha detto che no, non si può dire che la mafia non c’è, neanche a Roma e che sono i giudici, non specializzati che non capiscono un tubo.

Saranno più belli che intelligenti.

L'ignoranza, arma terribile del Partito dei Magistrati

Non amo le “discussioni accademiche”. Sono rimasto lontano dalle Università, almeno quelle italiane, dal giorno della mia laurea in giurisprudenza. Ho sempre professato un’ottimistica fede nella ragione, ma ho sempre diffidato delle teorizzazioni tendenti a superare il buon senso che, ricordo, un epigramma in un libro di scuola di mia Madre “la scienza, sua legittima figliola – uccise per veder com’era fatto”.

Proprio per questo non ho dimenticato una discussione che intavolai nientemeno che col Rettore di una piccola e gloriosa Università, proponendogli una indagine scientifica sul tema: “L’ignoranza come elemento di evoluzione dell’ordinamento giuridico”. Lì per lì l’illustre personaggio prese la cosa a ridere, lodando la mia supposta ironia. Riuscii però a convincerlo che non volevo affatto scherzare, facendogli esempi storici (mi pare proprio quello dell’ignoranza della lingua greca da parte dei Glossatori che perciò esclusero le proposizioni scritte in greco del Digesti dal diritto positivo da loro commentato con i famosi “id est…”).

Ma ignoranza degna di esser fatta oggetto dell’ironia se non proprio del dileggio è quella che sta producendo una sciagurata evoluzione (dunque anche in questo caso c’è poco da ridere) dell’ordinamento giuridico (se è ancora degno di questo nome) del nostro povero Paese.

L’ignoranza non va confusa con il disorientamento: l’ignoranza, crassa ed arrogante di certi nostri magistrati, capace di sfidare il ridicolo che le si addice è tutt’altro che “disorientata”.

Ha un orientamento preciso ed univoco: quello della dilatazione del potere della giurisdizione da essi esercitata, attraverso una “interpetrazione” che tale non è, perché si traduce nell’”ignorare” la legge stessa. L’uso alternativo della giustizia, l’”interpetrazione evolutiva” delle leggi, slogan tanto cari a quei bravi ragazzi, gli ultimi magistrati dei quali, malgrado tutto, molti ne ebbi amici nei miei lontani verdi anni, erano, in sostanza professioni di fede nei valori dell’ignoranza (e la mancanza di buon senso e, questo è il punto dolente) oltre che della legge, dei suoi schemi e del suo rigone logico.

Così siamo arrivati ai reati di “istituzione giurisprudenziale”, quale il famigerato “concorso esterno” e l’assai meno noto ma non meno pericoloso principio dell’”abuso del diritto” con il quale la Cassazione ha voluto dare il suo autorevole contributo al trionfo dell’ignoranza, più come strumento di demolizione che di evoluzione del diritto.

A fare la loro parte ci si sono messi, ahimè, anche i legislatori. L’”allentamento della specificità delle nuove norme penali” di cui parlava l’altro giorno Vietti su “Il Foglio” (senza forse rendersi conto della catastrofica portata di questa sua giusta osservazione!) è in gran parte, anche se non solo, portata di ignoranza. Che non è solo quella, in fondo scontata e quasi ostentata, dei Grillini. Nulla a che fare, ovviamente, con quella della lingua greca dei Glossatori.

Queste malinconiche (a dir poco) considerazioni di certo non mi rallegrano e cerco di liberarmene.

Ma, poi mi capita di leggere qualche atto di quelli con l’intestazione e tanto di stemma della Repubblica e di Uffici che più degli altri dovrebbero essere espressioni del Popolo Italiano e della sua volontà e sono rudemente respinto nello sconforto.

Ho tra le mani il capo di imputazione formulato da un’intraprendente dottorina P.M. in un Capoluogo Calabrese in cui si fa addebito (di abuso d’ufficio o, magari di concorso esterno in abuso d’ufficio) al “Pubblico Ufficiale”, tale in quanto Presidente di un Consorzio di Comuni per la nettezza urbana e lo smaltimento dei rifiuti, reo di avere “Compiuti atti contrari ai doveri del proprio ufficio ed in grave violazione (udite! udite!) dell’art. 97 della Costituzione, che prescrive il buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione intenzionalmente procurata a G.F. l’ingiusto vantaggio patrimoniale costituito (udite! udite!) nel disporre, a spese della Pubblica Amministrazione (dato oltre tutto falso, perché il servizio era già stato appaltato e la P.A. non doveva certo corrispondere all’Appaltatore un compenso tanto a metro quadrato!!!) che ne subiva un danno corrispondente (altro falso!)  con “disposizioni indicative di un uso illegittimo del potere (??) e contrastante con il contenuto del contratto di appalto (sic!) che DIPENDENTI DELLA SOCIETA’ APPALTATRICE PROCEDESSERO ALLO SPAZZAMENTO DEI LUOGHI PRIVATI nella disponibilità di C.F.”.

Per questa “violazione della Costituzione” o, piuttosto dei confini delle zone da spazzare, l’inflessibile e intraprendente P.M. ha chiesto ed ottenuto dal G.I.P. un provvedimento cautelare “interdittivo dalla carica del suddetto Presidente”, cioè la sua sospensione dalla carica stessa per evitare che disponesse (non avendone comunque la possibilità, per essere stato il relativo esercizio di spazzatura appaltato) ulteriore “sconfinamento incostituzionale scopatorio”.

Questa tragicomica vicenda, che pare abbia aperto all’intraprendente magistrata le vie ed il miraggio di una specializzazione in questioni politico-amministrative di grande rilevanza, anche mediatica, per ora solo locale, è nata da una intercettazione telefonica in cui la violazione all’art. 97 della Costituzione sarebbe emersa dalle lagnanze circa lo schifo della “monnezza” in una certa area, con l’esortazione ad intervenire per il decoro cittadino, con esplicito riferimento ai riflessi sul voto popolare che il destinatario Presidente della “stazione appaltante” non avrebbe respinto con la dovuta fermezza..

Il Tribunale del Riesame ha confermato la sospensione cautelare del Presidente Consortile, reo indiretto dello sconfinamento scopatorio. E’ dovuta intervenire la Cassazione che ha annullato l’unico vero “sconfinamento”, quello del potere giudiziario addirittura nei più modesti e pedestri compiti delle Amministrazioni.

A questo punto è saltata fuori, a sollazzarmi, (ma non troppo) la memoria di un sonetto di Gioachino Belli: “Li scopatori imbrojati” del 21 marzo 1836, i cui primi versi ben si attagliano a questa tragicomica vicenda:

                       “Piano fijoli miei co sto scopa’

                        A sto paese io nun so’ nato mo’

                        Ho cinquant’anni in groppa e manch’io so

                        Quel che se possi o nun se possi fa…”

Ecco l’ignoranza che il Belli avrebbe indicato come matrice dell’invocazione della Costituzione violata (se ci fosse stata, ma allora apertamente il “potere era bello perché se ne poteva abusare”) a sostegno del Presidente suggeritore all’Appaltatore designato allo sconfinamento.

Belli è Belli e volentieri se ne accettano le ragioni. Diciamo pure, dunque, che quello del nostro caso è ignoranza, anche se decisamente “orientata”. “In dubio pro reo”.

                       Mauro Mellini

 24.07.2017

Partito dei Magistrati: la corrente della scorciatoia

Qualche anno fa, quando scrissi il libro “Il Partito dei Magistrati” credo che il giudizio prevalente di quanti vi fecero qualche attenzione fu che si trattasse di una “esagerazione”, del ricorso abusivo ad un concetto relativo ad altro genere di fenomeni della società e della storia. Per non parlare (è un punto dolente dei miei personali ricordi) di quel personaggio (non mi onorò neppure di farmi conoscere il suo nome ed esatta qualifica) di quel giornale che, dopo un primo impegno a pubblicare quel libro, mi disse per telefono, più o meno, che ero matto a volerli cacciare in un simile guaio.

Oggi l’esistenza di un Partito dei Magistrati non è considerata una ipotesi fantastica nemmeno dagli amici di Berlusconi, che, vittima proprio del carattere predatorio di quel partito, si è per anni ostinato a parlare di “alcuni P.M. comunisti”, nemici suoi e dei suoi “moderati”.

Ma, a parte la magra soddisfazione di un tardivo riconoscimento (che nessuno, o quasi, mi riconosce) di aver allora avuto ragione, si parla di “Partito dei Magistrati” in modo improprio o, per dir meglio, con riferimento a quello che, tutto sommato, è solo l’aspetto più eclatante, avvertibile anche da menti non più che mediocri, la punta del iceberg del fenomeno politico più grave e pericoloso.

Si discute, infatti, dei magistrati che “scendono in campo politico”, che si candidano nei Comuni, nelle Regioni, per il Parlamento e di quelli che scalpitano perché crepano dalla voglia di cimentarsi “in politica”, e nel frattempo, fanno giustizia, si fa per dire, in funzione elettorale o, magari, si fanno passare per vittime mancate della criminalità, per crearsi ridicole aureole di martirio da venerare adeguatamente solo con il conferimento di un Ministero della Giustizia da parte di un ipotetico governo di una sciagurata claque di assatanati forcaioli generosi di cittadinanze onorarie.

Comprendere che anche questo è se non il Partito dei Magistrati, almeno il suo frutto, uno dei suoi aspetti, magari una sua corrente, è già qualche cosa. Ho letto ieri un articolo di Sabino Cassese che si poneva la questione del fenomeno dei magistrati che “scendono in politica” e di quelli che scalpitano per avere occasioni e buone probabilità per riuscire a farlo. Francamente da quello che è sicuramente uno dei giuristi più “alla moda” del momento oserei aspettarmi qualcosa di più e di meglio.

C’è nella politica italiana, non da oggi, ma almeno dagli anni di “Mani Pulite”, ma forse anche da parecchio tempo prima, un’ipoteca che si fa via via più pesante di una magistratura insofferente dei limiti propri delle sue attribuzioni, polemicamente petulante con “lo Stato” e con “la politica” nel chiedere sempre nuove leggi adatte ad essere “interpetrate” secondo una sua “ideologia del mestiere”, invece di sentirsi in dovere di interpetrare ed applicare correttamente e puntualmente le leggi che ci sono.

E’ questo il vero, il più pericoloso ed incombente “Partito dei Magistrati”, al quale è ascrivibile, intanto, gran parte della responsabilità per lo stato miserabile della giustizia, ma più o meno consciamente tendente alla giurisdizionalizzazione dello Stato che, con buona pace degli scimuniti marciatori “per lo Stato di diritto”, è di questo l’antitesi e l’antitesi delle libere e democratiche istituzioni.

Quell’altra parte, ancora minoritaria, della magistratura “scalpitante”, degli assatanati antimafia e anticorruzione in cerca di popolarità populista in funzione dei suoi miraggi elettorali è anch’essa “Partito dei Magistrati”. Direi che è la “corrente della scorciatoia” di tale partito. La più visibile, oramai, credo persino da Berlusconi. E dai Sabino Cassese. Meglio di niente (per ciò che riguarda la capacità di rendersene conto, non certo per l’esistenza stessa di tale corrente).

Ma per chi voglia difendersi dall’invadenza delle toghe, se è ridicolo chiudere gli occhi di fronte ad un Di Matteo, ad un Grasso, ad un De Magistris, ad un Emiliano etc. non è certo sufficiente che taluno li apra solo per fare i conti di quanti sono i magistrati italiani “fuori ruolo” (e magari “fuori binario”) per incarichi “politici” e, magari, per discutere se possano pretendere o non di “rientrare” a fare il loro mestiere.

Occorre, certo, guardare alla punta dell’iceberg, a patto di non ignorare che la gran parte del ghiaccio (o della melma) è sotto l’acqua del mare.

Mauro Mellini

18.07.2017

L'"in cauda venenum" di Renzi

Quello che sta accadendo nel nostro Paese è, paradossalmente, coperto dal brontolio di generale e, per ciò stesso, rassegnata disapprovazione e sfiducia della gente. Un atteggiamento sostanzialmente contraddittorio che di tale generalizzata sfiducia fa il motivo dell’estensione del rifiuto anche alle prospettive di reazione alle peggiori malefatte. Si parla spesso di “stanchezza” dei popoli. Si dovrebbe parlare di autolesionismo. Perché di quella stanchezza, di quella sfiducia in una vigorosa reazione si avvalgono gli autori delle peggiori malefatte per portarle a termine e completare i loro disegni contro la libertà ed i diritti dei cittadini.

E’ la politica del Renzi, sonoramente battuto con il referendum del 4 dicembre 2016, dal quale si aspettava l’investitura per una lunga stagione di “democrazia totalitaria” (questo il senso del suo progetto di “Partito della Nazione”, con il quale, purtroppo aveva incantato anche gente per bene).

Renzi, all’indomani della sconfitta ha subito adottato la politica del “non è successo niente”. All’imprevisto sussulto di autonomia e di libertà della gente, ha pensato, non a torto, potesse seguire una fase di stanchezza e di disattenzione. Ha aggiunto l’espediente del “Governo per interposta persona”, che, in parte gli è riuscito. Ha, con la complicità della stampa dei grandi interessi economici, cercato di spostare l’attenzione dal ricordo della cocente sconfitta del 4 dicembre, alla sceneggiata sui pagliacci di una “opposizione interna” del P.D. sordamente inconcludente nella sostanziale accettazione del “modello” Renzi.

Ma, soprattutto, ha cominciato a scaricare sul Parlamento, eletto con una legge incostituzionale e mantenuto in vita dalla mancanza di una legge elettorale appena un po’ meno balorda, le leggi della sua “democrazia monocratica” che avrebbe voluto imporre se avesse realizzato il suo progetto, naufragato col referendum.

Ed ha scelto (sin dalla costituzione del suo Governo, quando, però, non gli riuscì di portare Gratteri al Ministero della Giustizia), di tentare un accordo col Partito dei Magistrati - io Vi do il potere di tiranneggiare tutti gli Italiani, Voi mi date la Vostra benevolenza nelle scelte delle vostre vittime -). Dopo il referendum anche questa è divenuta un’operazione difficilmente e solo parzialmente realizzabile. Ma le sue leggi della “monocrazia”, del potere arbitrario di una Magistratura-partito (possibilmente alleato) balorde e illiberali, le presenta in Parlamento, dove le cosiddette Opposizioni non osano dare una risposta globale, di resistenza liberale, dandosi così in pasto ai sedimenti delle subculture della peggiore Sinistra, della speculazione “antimafia”, del forcaiolismo Cinquestelle.

E si dà lo spolverino “di Sinistra” di un’altra legge assurda e strutturalmente improntata alle ideologie che vuol colpire: quella contro il “saluto romano” e gli altri residuati archeologici del fascismo.

E’ il veleno del tramonto di Renzi “in cauda venenum”. Un veleno assurdo, che, però rischia comunque di uccidere. Anche chi ne subisce gli effetti dormendo. E non si sveglia in tempo per schiacciare lo scorpione dalla coda velenosa.

                                    Mauro Mellini

12.07.2017

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