di Mauro Mellini Giorni fa una notizia carpita al volo dai titoli di un giornale, mi ha convinto che non sono poi uno sprovveduto e che, forse, di una cosa di cui molto si parla ho capito tutto (o quasi) quello che c’era da capire assai prima di molte altre autorevolissime ed informatissime persone. La notizia era questa: pare che in alcuni Stati Nordamericani a votare per le Primarie Presidenziali del Partito Repubblicano siano andati molti democratici per favorire la scelta di un candidato meno valido da opporre ad Obama.
Si era dunque verificato quello che mi ero sempre domandato come mai non si verificasse: che appartenenti e simpatizzanti di un partito non andassero a votare per la scelta del candidato del partito opposto con l’intendimento di favorirvi i meno validi. Evidentemente il sistema delle “primarie” è legato ad un fair play, probabilmente frutto di una lunga tradizione, per noi inconcepibile. Ma, evidentemente, tutto ha una fine e forse nelle prassi politiche U.S.A. si va insinuando il virus di una concezione pasticciona “all’italiana” di questo singolare e tradizionale sistema politico-elettorale. E, già. Perché in Italia abbiamo voluto importare le primarie. E, non è improbabile che questo “scandalo” dei democratici travestiti da repubblicani per assicurare ad Obama l’antagonista brocco, sia l’effetto della “riesportazione” dall’Italia al paese d’origine di questo prodotto malamente taroccato dalle nostre parti. In effetti nella farsa delle primarie italiane, un espediente del genere è stato sicuramente ed efficacemente sperimentato (ad esempio, in Sicilia) e ne sono state fatte denuncie, magari da personaggi un po’ squalificati. Che le “primarie all’italiana” avessero un destino di meschini imbrogli si è visto dall’inizio. A parlare di “primarie” da noi è stata la Coalizione del “centrosinistra” che portò Prodi alla Presidenza del Consiglio con le elezioni del 2006. Ricorrendo ad un imbroglio. Perché l’accordo tra le forze della Coalizione fu stipulato proprio con la scelta di Prodi come leader. Non c’era quindi da scegliere il candidato presidente. Né le cosiddette primarie potevano servire ad una sorta di “convalida” della decisione presa dai dirigenti di candidare Prodi. Infatti ognuno dei “consociati” votò con compunzione per un proprio candidato come se davvero Prodi dovesse vedersela con quegli altri. Una sceneggiata, dunque, e null’altro. Ed una operazione mediatica di forzata scimmiottatura della democrazia americana. Negli anni successivi la sceneggiata delle primarie fu adoperata ancor più fuor di luogo, per la nomina delle cariche nazionali e regionali del Partito Democratico. Per le cariche di partito (organi di una associazione, che devono essere eletti dagli associati) le cosiddette primarie col voto “aperto” a chiunque apparisse “interessato”, c’entravano come i cavoli a merenda. Nate sotto il segno della mistificazione, le primarie ora stanno distruggendo quel tanto di “partito” che è stato creato con il P.D., che è sempre stato poco e distorto. Non c’è bisogno di ripetere qui come e perché. Tuttavia la sceneggiata è stata contagiosa. Come spesso accade per le cose che non si sa bene che cosa siano, sembra che siano divenute di moda. Dopo la stangata di Milano e delle elezioni amministrative in un po’ tutta Italia, Giuliano Ferrara indisse a Roma, al Capranica, una manifestazione che avrebbe dovuto fare il punto sulla situazione del Centrodestra e, soprattutto, provocare un sussulto di novità ed almeno un’indicazione verso una via di ripresa. Scarsi ed elusivi i “mea culpa” ed una indicazione ancor più elusiva: la proposta di una sceneggiata, le “primarie”, naturalmente “modello importazione”, modello farsa con dramma finale brevettato dal P.D. Intanto una considerazione: le primarie sono un’istituto della macchina politico-elettorale americana, in cui il sistema dei partiti (bipolare) nel contesto autenticamente federale vede in lizza due partiti con una storia bicentenaria. Da noi le sigle politiche cambiano, si può dire, come in un caleidoscopio, i partiti nascono (e marciscono) come funghi, ma, soprattutto, c’è gran rigoglio di sigle cui corrisponde un bel nulla. Quella manifestazione al Capranica, dalla quale sembrò che tutti se ne andavano via un po’ sollevati perché sembrava fosse stata scelta con decisione (o quasi) la strada della riscossa, quella delle primarie (che, in realtà, era poi un modo carino per dire che tutto, o quasi, era dipeso, a Milano, da una cattiva scelta nella persona della Moratti) confermava, se ce ne fosse stato bisogno, il carattere mistificatorio di questo “volè fa’ l’americano” che imperversava già a sinistra. Nessuno venne fuori allora e, a quanto pare, in seguito, a dire la cosa più semplice: che Berlusconi aveva semplicemente dimenticato di creare un partito, che era la cosa più necessaria che avesse davanti fin dal 1994. Senza partito le primarie (all’italiana) hanno una ragione di più per essere definite una baggianata. Ora le primarie stanno, a quanto pare, mandando in pezzi (o in burletta) il Partito Democratico che se non proprio un partito era almeno un deposito di pezzi di partito. Non potranno mandare in pezzi il P.D.L. perché non c’è. C’era solo, una volta. Una volta che oramai sembra un ricordo lontano, un Governo o, almeno un Presidente del Consiglio, a tener viva l’immagine e l’importanza del quale concorrevano, con il loro frenetico impegno nell’aggredirlo partiti, giornali, telepredicatori, magistrati sciolti e impacchettati nel P.d.M. (Partito dei Magistrati) il più forte, antico e stabile partito italiano. A “rinnovare” il partito che non c’è, forte è l’impegno di Alfano. Per il quale la cosa più importante è evitare che esso si presenti da solo (o visibilmente in compagnia) alle Comunali ad Agrigento, sua Città. Per il resto il rinnovamento consiste, al momento, nel nuovo inno. Forse lo avrà provato il Cavaliere al pianoforte con un coro di ex ministri ad Arcore. Può darsi che sia bello. E poi, primarie. Per candidatura a sindaco con probabilità di elezioni pari a quelle che ha Frattini di diventare presidente degli U.S.A. Se va male (cioè quando andrà male) si potrà dire che gli elettori delle primarie se la sono voluta. Sarà stata colpa dell’inadeguatezza del candidato. Angelino Alfano l’ha già fatto uno scherzo del genere al candidato del Centrodestra nel 2007 nella sua Città. Con un colpo gobbo, prima del ballottaggio. Ma allora non c’era il nuovo inno, né c’erano state le primarie.
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