L’INPS ha pubblicato a ottobre 2026 l’aggiornamento dell’Osservatorio statistico dedicato ai flussi di pensionamento dati, con una rilevazione al 2 ottobre 2026 che copre l’intero anno 2025 e i primi nove mesi dell’anno in corso. I numeri confermano un sistema previdenziale in movimento costante, con volumi di nuove pensioni significativi e un importo medio in crescita rispetto all’anno precedente. Per chi lavora, per chi è prossimo alla pensione e per chi segue le politiche previdenziali, questi dati offrono un punto di riferimento concreto e aggiornato.
Quasi un milione di nuove pensioni nel 2025
Il dato più rilevante riguarda l’intero anno 2025: l’INPS ha registrato 901.448 pensioni liquidate nel corso dei dodici mesi. Si tratta di un volume considerevole, che fotografa l’intensità dei flussi in uscita dal mercato del lavoro in un anno in cui erano operative diverse misure di accesso anticipato al pensionamento.
L’importo medio mensile delle pensioni liquidate nel 2025 si è attestato a 1.213 euro. Una cifra che va letta con attenzione: si riferisce al trattamento lordo al momento della decorrenza, e comprende tipologie molto diverse tra loro — dalla pensione di vecchiaia a quella anticipata, fino alle forme di pensionamento flessibile che prevedono coefficienti di riduzione.
Per contestualizzare il dato, è utile ricordare che l’importo medio incorpora pensioni di importo molto basso — tipicamente quelle di lavoratori con carriere discontinue o parzialmente coperte da contribuzione — e pensioni di importo elevato. La media, da sola, non descrive la distribuzione reale dei trattamenti.
I flussi di pensionamento nei primi nove mesi del 2026
Nei primi nove mesi del 2026, dall’1 gennaio al 30 settembre, l’Osservatorio ha censito 665.689 nuove pensioni. Se il ritmo si mantenesse costante fino a fine anno, il totale 2026 potrebbe avvicinarsi o superare quello del 2025, sebbene i flussi previdenziali tendano a concentrarsi in certi periodi dell’anno — in particolare nei primi mesi, quando decorrono le pensioni con finestre di uscita a gennaio.
L’importo medio per i primi nove mesi del 2026 sale a 1.297 euro, con un incremento di circa 84 euro rispetto alla media dell’intero 2025. Questo aumento può riflettere più fattori: la rivalutazione delle retribuzioni di riferimento, il progressivo peso del sistema contributivo su lavoratori con carriere più lunghe, e la composizione del mix tra tipologie di pensione liquidate nei due periodi.
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Un dato intermedio utile per capire la distribuzione temporale: nel primo semestre 2026 le pensioni con decorrenza erano già 417.061, con un importo medio di 1.264 euro. Questo significa che tra luglio e settembre 2026 si sono aggiunte altre 248.628 pensioni circa, con importi medi più elevati che hanno trascinato verso l’alto la media complessiva dei nove mesi.
Vecchiaia e anticipata: le due grandi categorie a confronto
L’Osservatorio distingue le pensioni per tipologia, e i dati sui primi nove mesi del 2026 permettono di leggere il peso relativo delle principali categorie.
La pensione di vecchiaia — quella che si ottiene al raggiungimento dell’età anagrafica prevista dalla legge, attualmente 67 anni per la generalità dei lavoratori — rappresenta la voce numericamente più rilevante. Nei soli primi nove mesi del 2026 si contano 227.906 pensioni di vecchiaia. Nel primo semestre il dato era già di 283.720: la differenza tra i due numeri suggerisce che la rilevazione al 30 settembre include anche aggiornamenti e rettifiche che possono modificare la distribuzione tra semestri.
Le pensioni anticipate — accessibili prima dei 67 anni al raggiungimento di determinati requisiti contributivi, come i 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne nel regime ordinario — nei primi nove mesi del 2026 ammontano a 159.344. È un numero che segnala quanto la via anticipata resti percorsa da una quota consistente di lavoratori, pur con le restrizioni normative degli ultimi anni.
La differenza numerica tra pensioni di vecchiaia e pensioni anticipate riflette anche l’effetto delle finestre di uscita: le pensioni anticipate scontano spesso attese di tre mesi (per i dipendenti privati) o sei mesi (per i dipendenti pubblici) tra la maturazione del diritto e la decorrenza effettiva del trattamento. Questo sfasa i flussi e può concentrare le liquidazioni in determinati mesi.
Cosa non dicono ancora i dati: età media, genere e settore
L’Osservatorio INPS è una fonte statistica che nel tempo si arricchisce di approfondimenti. I dati attualmente disponibili e verificati riguardano i volumi complessivi e gli importi medi. Le analisi più dettagliate — sull’età media effettiva al pensionamento, sulle differenze tra uomini e donne e sulla distribuzione per settore lavorativo — richiedono di consultare direttamente le tavole statistiche complete pubblicate dall’INPS sul proprio portale.
È noto, in termini generali, che le donne tendono a pensionarsi con importi medi inferiori agli uomini, in ragione di carriere mediamente più discontinue e di periodi di lavoro part-time più frequenti. Il divario di genere nelle pensioni è un tema strutturale che i dati aggregati tendono a sottorappresentare, ma che emerge con chiarezza nelle analisi disaggregate per sesso.
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Analogamente, la distribuzione per settore — pubblico impiego, lavoro dipendente privato, autonomi, artigiani, commercianti — produce importi medi e requisiti di accesso differenti. I dipendenti pubblici, per esempio, sono soggetti a finestre di uscita più lunghe e a regole specifiche in materia di pensione anticipata.
Come leggere questi numeri in chiave previdenziale
Per un lavoratore che si avvicina alla soglia pensionabile, i dati dell’Osservatorio hanno un valore orientativo preciso. L’importo medio di 1.297 euro nei primi nove mesi del 2026 non è un importo garantito a chiunque: dipende dall’anzianità contributiva, dalla retribuzione o dal reddito imponibile, dal sistema di calcolo applicabile (retributivo, contributivo o misto) e dalla tipologia di pensione.
Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 è interamente soggetto al sistema contributivo, che calcola la pensione sulla base dei contributi versati e del coefficiente di trasformazione vigente all’età di pensionamento. Per questi lavoratori, l’importo finale dipende in misura determinante dalla continuità della carriera e dall’entità delle retribuzioni. Chi ha invece una carriera mista — con anzianità contributiva prima del 1996 — beneficia del sistema misto, con una quota calcolata col metodo retributivo.
Per approfondire i dati originali dell’Osservatorio e consultare le tavole statistiche complete, è possibile fare riferimento direttamente alla sezione dedicata agli osservatori statistici sul sito ufficiale INPS.
Il quadro complessivo: un sistema sotto pressione demografica
Quasi 900mila nuove pensioni in un anno non sono un dato neutro: rappresentano un flusso di uscita che il sistema previdenziale deve sostenere attraverso i contributi versati dai lavoratori attivi. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è uno degli indicatori fondamentali per valutare la sostenibilità di lungo periodo del sistema a ripartizione italiano.
L’aumento dell’importo medio — da 1.213 euro nel 2025 a 1.297 euro nei primi nove mesi del 2026 — non è necessariamente un segnale positivo per le finanze pubbliche: pensioni più elevate significano anche una spesa previdenziale complessiva più alta. La sfida per il legislatore è trovare un equilibrio tra l’adeguatezza dei trattamenti — che devono garantire un reddito dignitoso — e la sostenibilità del sistema nel tempo, in un contesto di invecchiamento demografico che riduce progressivamente la platea dei contribuenti attivi.
I dati dell’Osservatorio INPS, aggiornati a ottobre 2026, offrono una fotografia puntuale di questo equilibrio in divenire: utile non solo per chi gestisce le politiche previdenziali, ma anche per ogni lavoratore che voglia capire in quale sistema si inserisce la propria futura pensione.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
